Dio
ci chiama a consacrare l'amore
Il 12 gennaio scorso, a Genova, presso Palazzo Ducale, si è svolto il convegno ‟Omosessualità: percorsi di fede a confronto” organizzato da Arcigay Genova, Chiesa valdese di Genova e associazione ‟Algebar”, nell'ambito della giornata per il dialogo tra omosessualità e religioni istituita in memoria della morte di Alfredo Ormando, il poeta che si diede fuoco il 13 gennaio 1998 in piazza San Pietro a Roma in segno di protesta contro l’omofobia. Tra gli intervenuti, William Jourdan, pastore della Chiesa Valdese di Genova, che ha introdotto il convegno, Daniele Ferrari (università di Siena) che ha moderato i lavori, la pastora valdese Letizia Tomassone, il rabbino Haim Fabrizio Cipriani e Franco Barbero, teologo, animatore del movimento delle Comunità di Base italiane. Da oltre 40 anni impegnato nella ricerca biblica e teologica e da più di 20 in attività di volontariato, nel 2003, per le sue posizioni teologiche, Barbero è stato dimesso dallo stato clericale; dal 2008 guida la ‟Comunità nascente” di Torino. Di seguito riportiamo il suo intervento al convegno.
Vi ringrazio per l'invito.
Mi è quasi impossibile separare qualche pezzo della storia della Chiesa cattolica con qualche pezzo della mia storia personale. Dove è cominciato l'interesse per la Chiesa cattolica? Ero un giovane prete 57 anni fa, e seppi di un seminario a Nimega dove si preparava un catechismo: era il famoso ‟Catechismo olandese”. Catechismo che non vide in Italia la pubblicazione, se non vaticanamente emendata e tragicamente pubblicata con il permesso del cardinale di Torino, del cui gesto molto mi rammarico.
Perché ne fu pubblicata un’edizione vaticana. Ma io ebbi la fortuna di partecipare nel Natale degli anni ‛63,‛64,‛65, essendo in rapporto con il mio maestro che era il teologo Schillebeeckx, ebbene ebbi la fortuna di partecipare a questi gruppi spontanei di laici che parlavano in questo modo: «O la nostra chiesa cambia o muore». Era questo il progetto. Ma era una costruzione di piccoli gruppi, dove donne e uomini prendevano la parola, ma in un modo così costruttivo, così documentato, così appassionato, che a me, giovane papalino, più che mai convinto dopo cinque anni di una teologia dove il bene era da una parte e il male era dall'altra, lasciò un'impressione dapprima terrorizzante e poi affascinante. Ebbene in quei tempi di vacanze natalizie nei quali ero insegnante in Seminario avvenne che andai lì per ascoltare e per fortuna c'era qualcuno di lingua francese che mi permise di comprendere qualcosa. Lì il problema dell'omosessualità, veniva cambiato nella realtà dell'omosessualità. Gli anni 1963, ‛64,‛65 furono per me anni estremamente importanti, e accade - io all'epoca essendo molto amato dalla gerarchia avevo la celebrazione eucaristica in cattedrale - che incontrassi dei giovani. È impossibile non ricordare quegli incontri: prete da poco, prete di scarsa cultura e assolutamente estraneo, perché io venivo da una cultura dove c'era il modello unico: io l'avevo nel mio DNA e nei cinque anni di teologia l'avevo piantato come un chiodo. La verità sta di casa nella Chiesa cattolica, la verità è questa, l'errore è quello. Uscire da questa prigione per me non fu così semplice; se non avessi incontrato queste persone e lungamente pregato e ascoltato non avrei avuto questa fortuna. La mia fortuna fu poi che incontrai il grande McNeill. Voi avete saputo del libro del 1976, The Church and the Homosexuality, presentato dalla Facoltà Valdese nel 1978; McNeill volle che fossi io a presentarlo, fu importantissimo, e il 4 febbraio decisi di passare dalle parole ai fatti. Di passare alla benedizione delle coppie omosessuali. Potete immaginare la reazione del Vaticano: mi fece il primo dei tre processi. Fino al 2000, data del terzo. Nel 2000 mi domandai: «Ma come, c'è un giubileo per tutti e non esiste per gli omosessuali?». Decisi quindi di fare il giubileo per lesbiche e per gay. Lo feci a Roma, e interreligioso: buddisti, ebrei, protestanti, cattolici... io feci la relazione per i cattolici, affermando come l'omosessualità sia un dono. Dopo tre giorni mi arrivò una comunicazione dal Vaticano e subii il terzo grado di processo che ha portato alla mia destituzione. È possibile leggere il documento pontificio, in latino altisonante, con cui venivo destituito.
Ma, tornando al Catechismo olandese, questo era anni luce avanti rispetto al periodo storico, frutto di uomini e donne molto avanzati come pensiero, rappresentanti di un cantiere evangelico di grande espressività. Che ebbe il merito di dare origine a diversi gruppi e comunità cristiane di base, fino a ‟Noi siamo chiesa”. Inoltre 26 anni fa presenziai all'atto fondativo di ‟Agedo”, l'associazione di genitori con figli omosessuali. Questo è un passo molto interessante: fede e politica si mescolavano sempre insieme. Ma nella chiesa cattolica questa ricerca, sempre osteggiata dal Vaticano, sempre perseguitata dai teologi, ha lasciato un seguito di sofferenze enormi. Lascerò dopo la mia morte circa seicentomila lettere di ragazzi e soprattutto ragazze che mi hanno scritto. Moltissime persone lesbiche, gay, transessuali e queer. La questione rivolta alla Chiesa è ‟Chi ci ha fatto soffrire?”, ‟Voi come cristiani”. Ed è stato per me un apprendimento costante: quelle lettere sono anche la testimonianza di uomini e donne che vogliono quello che sono.Ricordo con piacere quando nel ‛78, ‛79 ad ‟Agape”, essendo pastore Eugenio Rivoir, decidemmo di preparare un Convegno ‟Fede e omosessualità” che celebrammo nel giugno del 1980. Erano momenti molto belli in cui poter dire ‟usciamo dalla prigione della segretezza”. Per me anche la celebrazione di due anni fa, la benedizione che chiamavamo matrimonio ha rappresentato un momento di liberazione. Ora in Italia un centinaio di parroci, di preti, di teologi formano insieme a me una rete, e sono entusiasta del lavoro svolto con questi uomini e queste donne.
E penso si possa guardare avanti con fiducia. Fino a cinquantasette anni fa la parola omosessuale era impronunciabile oggi il settimanale Adista al numero 45 del dicembre 2019 riporta un documento vaticano che afferma come omo ed etero si nasca, come non sia legittima qualsiasi discriminazione e come sia possibile dare la benedizione. Papa Bergoglio non è un rivoluzionario, ma sull'omosessualità qualcosa ha detto. Tutto questo ha una storia. Tre anni fa il cardinale tedesco Marx, molto progressista, che i tradizionalisti vorrebbero crocifiggere, disse al papa tre cose che doveva fare la Chiesa tedesca: ministero per le donne, pari opportunità, possibilità di benedire tutti. Tre cose ripetute la settimana scorsa all'apertura del Sinodo della Chiesa tedesca. Comunque insieme a queste aperture importanti, senza farci illusioni, noto nella Chiesa cattolica una sonnolenza, un dormire beato. A livello pastorale vi è una diffusa ignoranza, per cui non si sa usare nemmeno il vocabolario: etero, omo, trans, queer... Leggendo la rivista Concilium si nota all'interno della Chiesa cattolica un’assenza di proprietà di linguaggio che è innanzitutto un problema culturale. Poi vi è una paura terribile del cambiamento. La paura di giocare in proprio, la paura di mettere nella fiducia in Dio una scommessa. L'importante è mettersi in cammino, per cui io guardo questo momento come quello in cui Dio ci fa un appello: mettiti a livello di un bambino, fa’ le piccole cose. Il lavoro di ascolto, il dialogo con le nostre comunità, il dialogo ecumenico. È necessario però avere anche il coraggio del matrimonio paritario. Come comunità di base e come ‟Noi siamo chiesa” desideriamo il riconoscimento del matrimonio in ogni relazione d'amore. Questo è un punto all'interno della Chiesa cattolica sul quale bisogna continuare una battaglia teologica. Una battaglia pastorale quotidiana all'interno delle comunità.
Io vi dico che ringrazio Dio; finché vivrò ringrazio quegli omosessuali che mi hanno convertito dal mio pregiudizio totale dell'epoca in cui sono diventato prete: io ero, se si può, un po' più a destra di papa Ratzinger. Comunque ho un grande debito anche verso mia madre. Perché mia madre, che morirà l'11 settembre del 1965, era stata scomunicata dal suo vecchio parroco confessore. Non a causa mia, ma perché lei, madre di otto figli in una famiglia misera, aveva voluto ricorrere all'aborto. Fu mia sorella maggiore a dirmelo con molto pudore. E io pensai alla fede di mia madre, e al fatto che ci dovesse essere una profonda differenza fra il Vangelo di Gesù e quel parroco. Ripensai al Catechismo olandese e pensai che occorresse molto studio e molta preghiera per colmare il divario fra la dottrina e il messaggio evangelico che narra l'amore di Dio, un amore accogliente, che non sa mai mettersi dalla parte del giudizio e dell’estromissione. Per cui desidero dirvi questo: mettiamoci del nostro, viviamo secondo ciò che siamo, io non ho il dono dell'omosessualità. I cinque giudici vaticani che mi processarono mi chiesero di tutto... Vi erano quattordici capi di imputazione, ma nessuno mi chiese: ‟Tu leggi la Bibbia, tu stai dalla parte dei poveri, preghi?”. Allora capii che quelle battaglie che faticosamente si portano avanti sono un richiamo di Dio a vivere secondo ciò che siamo, a essere ciò che siamo.
E concludo con una piccola storia sul recente libro "Amori consacrati" [Gabrielli editore, in vendita presso Adista, tel. 06/06 868692; e-mail abbonamenti@adista.it, ndr]. Ufficialmente è curato da me, ma in realtà è il frutto del lavoro di due massimi teologi cattolici che hanno fatto delle interviste serie a suore, preti, frati che vivono o hanno vissuto relazioni nascoste omosessuali, e pongono alla Chiesa questa domanda: ‟Ma perché ci private del ministero nostro, della nostra vocazione, solo perché amiamo? Ma perché impedite di amare e di essere pastori di una comunità? Lasciate che l'amore vada d'accordo con il ministero!”. I due professori del Vaticano hanno chiesto a me di comparire nel libro perché, se fossero apparsi loro come autori, avrebbero perso il lavoro, e il loro desiderio è di continuare a fare un servizio per la Chiesa. Io quindi ho firmato il libro. Abbiamo poi cercato una casa editrice, dopodiché, sempre su loro richiesta, sono stato io a presentare il libro. Quindi ciò che posso dire è che viviamo gioiosamente dentro le contraddizioni. E se viviamo in esse, allora, seminando, Dio farà crescere qualche cosa che non è nelle nostre mani.