Ebola, poliomelite e gli altri. I virus che non abbiamo sconfitto
Andrea Capocci
Il Manifesto
05.02.2020
L’attenzione
del mondo al coronavirus è iniziata davvero con la dichiarazione di
emergenza internazionale dal parte dell’Organizzazione mondiale della
sanità (Oms).
Il coronavirus però non è l’unica emergenza dichiarata
dall’Oms. Di malattie che rappresentano un’«emergenza di salute pubblica
di interesse internazionale» ce ne sono altre due.
UNA
È RAPPRESENTATA dai focolai di poliomielite che resistono soprattutto in
Afghanistan, Pakistan e Nigeria. I casi ogni anno sono solo alcune
decine ma all’Oms temono che si ripresenti in regioni in cui è
considerata eradicata e in cui non ci si vaccina più, come l’Italia.
Dunque, chi entra e esce da questi paesi deve presentare documenti
vaccinali antipolio.
L’altra
emergenza è il virus Ebola, che da un anno e mezzo si è diffuso nelle
aree del Nord Kivu e dell’Ituri nel nord-est della Repubblica
democratica del Congo. Finora ha causato 2200 morti su 3400 persone
ammalate in un’area poco accessibile per la mancanza di infrastrutture e
per la presenza di milizie armate in conflitto da oltre un decennio.
L’epidemia ha avuto il suo picco durante la scorsa estate, quando
viaggiava al ritmo di 100 casi a settimana. Ora il focolaio sembra quasi
spento e si conta un nuovo caso al giorno in media. Ma nessuno se la
sente di dare Ebola per sconfitto.
EPPURE
UN VACCINO ESISTE, è stato sperimentato con successo proprio durante
l’epidemia in corso sulle persone a rischio. Ma finora non è bastato:
gli operatori sanitari sono stati spesso attaccati dalle milizie e anche
dalla popolazione ostile alle istituzioni governative. Quando ciò è
avvenuto, i centri medici hanno dovuto sospendere le attività di cura e
prevenzione e ogni volta l’epidemia è ripartita. L’ultima ondata di
violenze si è verificata a novembre. Anche allora l’epidemia sembrava
ormai sotto controllo, ma dopo gli attacchi i casi settimanali erano
tornati a presentarsi numerosi.
Nella
Repubblica democratica del Congo, però, c’è un virus che uccide più di
Ebola e si chiama morbillo. Solo nel paese causa 6000 morti ogni anno. A
differenza di Ebola il vaccino è disponibile per tutta la popolazione e
la malattia è diffusa in tutti i continenti. Nel 2018 sono morte di
morbillo circa 140 mila persone al mondo secondo l’Oms, soprattutto
bambini con meno di 5 anni. I dati complessivi del 2019 non sono ancora
noti ma il trend è in crescita dopo due decenni di calo grazie ai
programmi di vaccinazione. Oltre all’Africa, all’aumento hanno
contribuito i paesi dell’Asia orientale come le Filippine e l’Europa:
solo in Ucraina si contano quasi 70 mila casi l’anno.
ANCHE
PER LA MALARIA si inizia a parlare di vaccino. Contro la malattia che
nel 2018 ha colpito 228 milioni di persone e ne ha ucciso 405 mila, dal
2019 Kenya, Malawi e Ghana stanno sperimentando un vaccino chiamato
Mosquirix a cui la GlaxoSmithKline lavora dal 1984. L’efficacia del
farmaco però è limitata: nel 2014 un trial clinico, cioè una
sperimentazione sui pazienti di un vaccino mirata ad ottenere
l’autorizzazione da parte delle agenzie sanitarie, ha mostrato che il
Mosquirix previene circa il 39% dei casi di malaria.
SE
EBOLA, MORBILLO E MALARIA si diffondono nonostante i farmaci, per altre
epidemie la strada verso il vaccino è ancora lunga. È il caso dell’Hiv,
ad esempio. Secondo le stime più recenti dell’Oms, nel mondo ci sono
circa 40 milioni di persone sieropositive, due terzi delle quali in
Africa. La ricerca sul virus dell’Hiv non manca, ma la strada verso un
vaccino sembra ancora lontana nonostante il virus sia stato isolato nel
1983. Proprio ieri è stato sospeso un importate trial: il test era in
corso dal 2016 e il vaccino era stato somministrato a 5400 volontari in
Sudafrica, uno dei primi paesi per numero di persone sieropositive.
Purtroppo, a distanza di quattro anni il numero di persone infette nel
gruppo che aveva ricevuto il vaccino e in quello di controllo che non lo
aveva ricevuto è risultato circa lo stesso, 129 a 123. Altri due
vaccini sperimentali sono in corso di sperimentazione (a uno dei trial
partecipa anche l’Italia) ma i risultati sono previsti per il 2022-2023.
NONOSTANTE
una diffusa opinione contraria, poche case farmaceutiche sono disposte a
investire nella ricerca dei vaccini. A causa dei frequenti fallimenti,
per le aziende i vaccini sono più spesso causa di perdite che di
profitti. Perciò, molte di loro si stanno ritirando dal settore. Per
compensare i minori investimenti, negli ultimi anni sono nate iniziative
filantropiche come la Coalizione per l’innovazione in materia di
preparazione alle epidemie» e l’«Alleanza globale per i vaccini e
l’immunizzazione» finanziate dalla Bill e Melinda Gates Foundation. Ma
non possono sostituire le aziende, che detengono le competenze e le
infrastrutture per produrre i vaccini su larga scala.