lunedì 24 febbraio 2020

Indigeni da "convertire": Bolsonaro li affida a un pastore evangelico
 

Come ai tempi della Conquista. Una Mission, il film di Roland Joffé, versione XXI secolo. Solo che questa volta i protagonisti non saranno i gesuiti che resistono alla Santa Inquisizione e si schierano al fianco degli indigeni, aiutati da un condottiero spagnolo pentito. A decidere le sorti di almeno 120 tribù dell'Amazzonia brasiliana, quelle isolate e mai venute a contatto con il resto del mondo, sarà un ex missionario evangelico.
Si chiama Ricardo Lopes Dias ed è stato nominato a capo del Funai, la Fondazione nazionale degli indigeni. Antropologo di formazione, uomo di fiducia del governo, quando faceva parte dell'organizzazione Missão Novas Tribos do Brasil per 10 anni ha girato in lungo e in largo le terre affidate agli indigeni portando avanti la sua opera di evangelizzazione. «Dobbiamo convertirli, salvarli da una inesorabile oscurità spirituale», sosteneva tra il 1997 e il 2007. Oggi si difende e promette: «Non evangelizzerò gli indigeni». Le tribù non lo amano. Temono che con lui la linea storica di approccio e di gestione che garantiva la protezione dei popoli e delle aree loro destinate cambierà in modo radicale. «È qualcuno che agisce in contrasto con i diritti dei popoli isolati», denuncia in una rara lettera pubblica un folto gruppo di studiosi e antropologi.
Sostituirà Paula Wolthers di Lorena Pires, antropologa di San Paolo, per 8 anni al vertice del Funai: era troppo indipendente. È il secondo cambio al vertice in sei mesi. Diaz è esterno all'organismo. Non poteva essere eletto. Ma è funzionale al sistema che vuole imporre Bolsonaro: avvicinare gli indigeni, anche i più isolati, inserirli nella società e liberare i loro territori per aprirli ai privati. Per nominare l'ex missionario è stato cambiato in corsa il regolamento. Grazie a Marcelo Xavier da Silva, altro personaggio ben noto agli indigeni per i suoi modi spicci e bruschi. Commissario della polizia federale, è arrivato al vertice del Funai su indicazione della lobby dei rurales, maggioranza al Congresso e determinanti nell'elezione di Bolsonaro.
La nomina di Lopes Dias non è casuale. È l'ennesimo tassello di una strategia che punta a liberalizzare l'Amazzonia senza definire, come prevede la legge e obbliga la Costituzione, i confini delle 619 terre destinate a tutte le 305 tribù presenti in Brasile. Jair Bolsonaro ha annunciato che nelle prossime ore invierà al Parlamento un disegno di legge che consente l'avvio di carotaggi e esplorazioni sotterranee, l'installazione di miniere per gas e petrolio, creando reti elettriche nei villaggi indigeni. Per sostenere il suo progetto, il presidente è tornato a parlare dei nativi con i suoi soliti discorsi che trasudano razzismo. Gli indigeni sono prigionieri e vittime degli ambientalisti e delle Ong. Vogliono tenerli ingabbiati nel loro isolamento, evitare ogni contatto con l'esterno. Egoisti. «Gli indigeni sono sempre più umani, si avvicinano ogni giorno di più a noi; devono avere la possibilità di integrarsi e di svilupparsi», ha ribadito. Per poi lanciare strali sugli ambientalisti che lo contrasteranno in Parlamento. «Sono sempre uguali. Se un giorno potrò, li confinerò in Amazzonia. Del resto a loro piace l'ambiente, così la smetteranno di disturbare le popolazioni amazzoniche presenti nelle aree urbane».
Daniele Mastrogiacomo

(la Repubblica 7 Febbraio 2020)