Un
errore grossolano grava sulla discussione italiana sulla scuola e
l'università ai tempi del Covid 19.
Quello
di chi crede che l'insegnamento a distanza, impiantato con eroico
fai-da-te a fronte del trauma del distanziamento, coincida con la
trasformazione digitale della formazione e nell'apprendimento o
almeno ne sia la premessa.
L'insegnamento
a distanza, in realtà, è piuttosto obsoleto e ha varie criticità.
Spesso entusiasma chi ha una concezione "trasmissiva" del
sapere, immaginato come un pacco da recapitare via web, facendo parti
eguali fra diseguali.
Rende plastica la distanza fra i figli dei
ricchi (con la loro stanzetta singola, la fibra, l'iPad e la carta di
credito già pronta per andare a una università vera) e i figli dei
poveri a cui il ministero è riuscito a far giungere un tablet la cui
webcam racconterà una cucina affollata di fratelli e adorna di
angosce (e l'approdo al mondo opaco delle università telematiche e
dei corsi telematici nelle università vere). Demotiva la vocazione
dell'insegnante perché gli dice che un video scaricabile e un po' di
tecnologia interattiva può rimpiazzare la maieutica educativa del
"corpo (del) docente". Avalla una riduzione "wikipediana"
del sapere, ridotto a un tutorial video che somministra i come e i
cosa e non riesce mai a interrompersi per domandare un perché.
La
trasformazione digitale è il contrario. Tocca e toccherà anche il
sapere costruito: ma sa che il sapere si costruisce solo nella
relazione. Anziché insegnare in una distanza che riduce il confronto
a chat, il pensiero a "pillola", la verifica a
e-Proctoring, sa che l'aula è il luogo in cui si formano scienza e
coscienza critica, necessarie a possedere competenze e tecnologie che
domani saranno necessarie sul lavoro e che oggi decidono della
felicità, della democrazia e della salute — come dimostrano i
cyberdepressi, i sovranisti e i no-vax.
La
trasformazione digitale è dunque strumento necessario nella scuola e
nell'università. Come lo era la lavagna ai tempi di De Amicis; ma
come la lavagna è e resta strumento. Se sulla lavagna ci scrive
Carlo Rubbia o un mediocre imbarcato ope legis, c'è una bella
differenza. Se di fronte alla lavagna c'è un ceto filtrato dalle
leggi razziste oppure una comunità costituzionalmente "aperta a
tutti", cambia molto.
La
"comunità educante" — che tornerà protagonista con
buona pace di quelli che "una lezione a distanza è per sempre"
— è il luogo in cui la Repubblica usa ogni strumento necessario
per offrire a tutti pensiero critico e rimuove gli ostacoli "che
di fatto impediscono" a tutti quella formazione.
Perché
per questa trasformazione non bastano né soldi né posti. Serve un
pensiero sulla formazione da offrire ai docenti in servizio, oggi
condannati dalla autonomia a una improvvisazione frenetica. Serve un
pensiero sulla formazione degli insegnanti di domani: che non hanno
bisogno di ricevere più didattica a distanza da professori che
beffano da decenni l'obbligo di risiedere dove insegnano (cosa
impensabile a Yale); ma di lavoratori e filosofie della conoscenza,
di teorie linguaggi e luoghi di studio, di prudenza e di
giurisprudenza, storia delle tecnologie, di tecnologie, e infine del
pubblico riconoscimento che (anche ad Harvard, per dire) la lezione
di un docente vivo vale sei volte il suo streaming e mille volte la
conferenza di un divulgatore che parla a nessuno da mille schermi.
Non
è escluso che il prossimo anno scolastico si debba ricorrere ancora
all'insegnamento a distanza, che è stato il modo di intubare la
socialità educativa soffocata dalla pandemia. Ma nessuno vuol vivere
intubato. Nemmeno il pianeta-educazione in attesa di una transizione
che faccia distinzioni necessarie a non fare errori gravidi di
conseguenze.
Alberto
Melloni, la Repubblica 16 aprile