Questo 25 aprile
Tomaso Montanari
Questo 25 aprile, questa festa della Liberazione, non è come tutte le altre.
Non giriamoci attorno: festeggiamo la Liberazione senza libertà.
Dobbiamo
essere molto grati all’ANPI e a tutti coloro che hanno organizzato le
piazze virtuali in cui provare ad essere, nonostante tutto,
collettività.
Ma il punto non è tanto l’impossibilità di scendere oggi
fisicamente in piazza. Il punto è cosa resterà, domani, del progetto
della Costituzione: che è tutto quello che ci lascia in eredità il 25
aprile.
Mai come
oggi abbiamo bisogno di liberazione. Ha scritto Hannah Arendt: «La
liberazione (i cui frutti sono assenza di costrizione e possesso della
“facoltà di movimento”) è effettivamente un presupposto alla libertà».
Sì, abbiamo bisogno di muoverci. Non ne possiamo più di questo stato di
polizia. Ma la libertà che stiamo rischiando di perdere non è quella di
andare al parco o al mare: questa piccola (anche se vitale) libertà è
segno e anticipo di una libertà più grande: la Libertà.
Nel
progetto della nostra Costituzione – che oggi appare ancora più
rivoluzionario di settantacinque anni fa: per quanto indietro siamo
andati – la liberazione dal bisogno e la liberazione dall’ignoranza sono
le condizioni essenziali per la libertà di un popolo capace di
esercitare la propria sovranità.
Ebbene, come usciremo da questa crisi senza precedenti?
Lo
sappiamo: potremmo uscirne migliori. Il pianeta in questi due mesi ha
respirato, senza di noi. Potremmo capire, e cambiare. O potremmo tornare
a quella corsa verso la morte che chiamavamo “normalità”. Potremmo
uscirne finalmente consapevoli che oggi non siamo ostaggi di una Natura
matrigna, ma della nostra scellerata sete di profitti privati, della
nostra distruzione del bene comune. Se non avessimo smantellato il
diritto alla salute, la ricerca, i meccanismi della democrazia
parlamentare oggi potremmo sostenere l’urto della pandemia nelle corsie,
potremmo combatterla meglio e più velocemente, potremmo prendere
democraticamente decisioni che incidono drammaticamente sulla
democrazia. Potremmo ricostruire lo Stato: con quel progetto, così
giovane e rivoluzionario, che prese il via esattamente settantacinque
primavere fa.
E
invece non è stato così. E rischiamo di uscirne molto, ma molto
peggiori. Ancora più schiavi del bisogno. Legati con una catena che
forse nemmeno i nostri nipoti potranno veder spezzata. I ricchi più
ricchi: i poveri più poveri. Poveri schiacciati da un debito che renderà
il TINA (There Is No Alternative) un dogma letteralmente tombale.
Ancora più schiavi dell’ignoranza. Masse di minori da tenere all’oscuro:
le decisioni concentrate in pochissime mani per ragioni di “sicurezza”
mondiale. Il disprezzo per la scuola e l’università evidente in questi
giorni è un segno chiaro: alla società del consenso non serve la
conoscenza.
Oggi
festeggiamo la sconfitta dei fascisti: con cui nessuna pace è possibile
mai. Ricordiamocelo: i «ragazzi di Salò» avrebbero costruito un inferno
sulla terra, sotto le bandiere con la svastica. Ora i loro eredi, i
nuovi fascisti, sembrano oscurati dalla pandemia.
Il loro consenso
sembra calato. Ma è una illusione ottica: sono sempre lì, ad aspettare
come sciacalli nell’ombra. Se ne usciremo peggiori – più ingiusti e
diseguali, più schiavi del bisogno, più ignoranti – i nuovi fascisti
guadagneranno terreno, torneranno al governo anche da noi. C’è
un’alleanza di fatto tra gli artefici dell’ingiustizia sociale e i nuovi
fascisti: l’avidità ottusa dei primi, porta al potere i secondi, che
garantiranno comunque i profitti dei primi.
Oggi, 25 aprile, esce un libro magnifico (lo si può scaricare da qua, per 2 euro e 99: http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/mio-babbo-partigiano/).
Racconta, con tutta l’amore e l’intelligenza di un figlio, la storia di
un padre: partigiano e poi sindaco. Una vita luminosa: il meglio della
storia che oggi celebriamo. Regalatevelo, e leggetelo oggi: è davvero un
gran modo per festeggiare. Tra le tante pagine da ricordare, una ne
voglio leggere con voi:
«Gli
avversari politici lo stimavano, per la sua mitezza, per la sua
capacità di ascoltare le ragioni degli altri, ma la sua mitezza si
nutriva di un sogno più grande, quello di un mondo in cui tutti gli
uomini della terra sarebbero stati fratelli, e la miseria e la fame
sarebbero sparite dalla vita degli uomini. La bellezza di questa
doppiezza l’aveva sperimentata in montagna, quando da commissario
politico doveva dare ragione del perché combattevano ai giovani sbandati
che erano accorsi nella primavera del 1944 a ingrossare il piccolo
nucleo di antifascisti di lunga durata già saliti l’anno prima sulle
colline sopra Sarzana.
Giovani stretti tra le spinte dell’avventura e
della paura, a cui bisognava insegnare a vivere e a combattere
immaginando un futuro diverso, necessariamente più grande e più bello
del mondo che si erano lasciati alle spalle, e che dovevano avere chiare
le ragioni per cui si poteva morire. Nessuno doveva morire senza sapere
il perché. E il perché lui lo nutriva dei libri letti in galera, delle
discussioni con cui lui e i suoi amici rompevano i muri in cui erano
rinchiusi. Il comunismo, un mondo di uguali, la disciplina, anche dura,
per conquistare un mondo senza più costrizioni. E l’uguaglianza
praticata fino a dividere in dieci una banana chissà come piovuta sulla
fame di quegli uomini alla macchia. E poi, insieme, la necessità di un
rapporto fraterno con i partigiani diversi da loro. […] Ancora diversi, e
ancora fratelli. E io ragazzo capivo e sentivo come davvero la
Costituzione fosse figlia della Resistenza. La contraddizione di fondo
tra i partigiani non passava fra le diverse ideologie, ma fra quelli che
mettevano al primo posto la guerra da fare, i nemici da uccidere, e
misuravano il valore dei capi solo sulle loro doti guerriere, e quelli
che cercavano la stima e il rispetto delle donne e degli uomini, dei
bambini e dei vecchi, che in montagna vivevano e lavoravano e subivano
le conseguenze terribili di quella guerra. Fra chi pensava che suo
compito fondamentale fosse far fuori quanti più fascisti e tedeschi
fosse possibile, e per cui i boschi erano un luogo di nascondiglio da
cui la lotta partiva, e quanti pensavano che del mondo nuovo da
costruire quella gente che nei boschi trovava ogni giorno il modo di
vivere, che li amava e li rispettava, dovesse essere la parte che
conta».
Ecco,
di questa distinzione non dobbiamo dimenticarci mai. In ogni cosa, in
ogni politica, in ogni situazione – dalla guerra partigiana di
liberazione all’ordinaria amministrazione all’emergenza della pandemia –
dobbiamo scegliere da che parte stare. Stare dalla parte della
Liberazione vuol dire pensare che mai, per nessuna buona ragione, si
possono sacrificare le ragioni di «quella gente»: dei più poveri, dei
più fragili, dei più deboli, dei più vecchi e malati, delle più umiliate
tra le donne, dei più colpevoli tra i carcerati, dei più diseredati tra
i migranti.
La
democrazia che i nostri padri ci hanno conquistato a prezzo del loro
sangue è questo: costruire un’Italia, un’Europa, un mondo dove non
governano i ricchi per i ricchi, ma dove è «quella gente» la parte che
conta.
Viva la Liberazione, viva la Costituzione!
Volerelaluna 26/4