Caro don Franco, scusa se intervengo su un tema già trattato più volte, ma la questione mi tormenta parecchio. Tu dici, a ragione, che affermare che Gesù è morto per i nostri peccati è bestemmia ed hai spiegato il perché: questa idea stravolge l'immagine del Dio biblico che è misericordia e non cerca vendetta e sangue e contrasta con le vere ragioni che causarono la morte di Gesù “che è stato crocifisso e ucciso come conseguenza delle scelte della sua vita”, come tu scrivi nel blog.
Ma il problema è che questa frase l'ha scritta nientemeno che Paolo della prima lettera ai Corinzi, 15,3, un testo considerato una antica confessione di fede risalente ai primi tempi dopo la morte di Gesù e quindi una convinzione maturata subito tra i seguaci di Gesù in ambiente giudaico; e non è l'unica affermazione di Paolo (si ritrova, ad esempio nella lettera ai Romani 4,25 e in Galati 1,4 ed in altri passi). Secondo Gerhard Barth (1) la spiegazione della morte di Gesù come espiazione vicaria per i peccati degli uomini è l'interpretazione più diffusa nel Nuovo Testamento (e questa opinione è condivisa dai maggiori esegeti come Barbaglio, Sanders, ecc.) non solo, ma è quella che è prevalsa nella storia della teologia ed ha trovato espressione nelle formule liturgiche. Nel Nuovo Testamento si trovano almeno 50 brani che esprimono in varie forme l'idea della espiazione in riferimento alla morte di Gesù.
Gli esegeti si sono arrovellati per capire il vero significato di queste espressioni. Gerhard Barth nel libro citato passa in rassegna queste espressioni e le interpretazioni che ne sono state date e indaga sulle ragioni per cui l'interpretazione dell'espiazione vicaria sia così frequente nel Nuovo Testamento, mentre per la mentalità dell'uomo di oggi è difficilmente accettabile. Non si può neppure affermare che si tratti di una interpretazione tardiva da attribuire all'influenza del cosiddetto cristianesimo ellenistico, perché la distinzione tra un cristianesimo di impronta giudaica che viene prima di un giudeo cristianesimo ellenistico non è più accettata dagli esegeti; fin dall'inizio vi era un giudeo cristianesimo ellenistico (di lingua greca) che conviveva con la comunità di seguaci di lingua aramaica, come testimoniato dagli Atti. E' vero che gli esegeti evidenziato che questa non è l'unica interpretazione della morte di Gesù che troviamo nel Nuovo Testamento ed hanno a volte ridimensionato la portata di quella interpretazione. Ad esempio E.P.Sanders sostiene che in alcuni passi delle lettere di Paolo (Rom 6, 3-11; 7,4; Gal 2, 19s; 5,24; 6,14; Fil 3,10s.) “...il significato primario della morte di Cristo per Paolo non è che essa offre l'espiazione delle colpe passate, ma che, condividendo la morte di Cristo, si muore al potere del peccato, o al vecchio eone, con il risultato che si appartiene a Dio” (2) Così Carlo Molari, commentando una tesi di John Spong e partendo da una interpretazione del Kippur ebraico inteso non come espiazione ma come perdono di Dio del colpevole, precisa che “La morte cruenta di Gesù non è un evento stabilito da Dio per realizzare la giustizia o ristabilire il diritto ma è frutto di una violenta decisione degli uomini che, rifiutando il progetto salvifico di Dio, si trovano a condannare il Giusto”. (3)
Tuttavia queste interpretazioni non superano il fatto che nel Nuovo Testamento (ed in particolare in Paolo, Giovanni, nella lettera agli Ebrei e nella lettera I di Pietro, l'interpretazione prevalente sia quella della morte espiatoria. Questa è una difficoltà di non poco conto per una lettura del nuovo testamento che sia accettabile dalla nostra mentalità moderna.
Mi sembra che la spiegazione che Barth dà sull'origine di questa interpretazione e sui motivi per cui essa ha avuto così successo tra i primi seguaci di Gesù sia utile per superare questa difficoltà.
L'origine dell'interpretazione sta, secondo Barth, che si rifa ad alcuni studi di esegeti tedeschi della seconda metà del secolo scorso (4), nell'idea del nesso “azione esistenza”, radicata nella mentalità del tempo, sia giudaica che greco-ellenistica. Secondo questa idea l'azione dell'uomo produce una situazione di esistenza necessaria. “L'esistenza scaturisce dall'azione come il raccolto dalla semina”. Ne consegue che il male commesso minaccia l'ordine della creazione e per la salvaguardia di esso è necessario che chi ha commesso l'azione cattiva sia eliminato dal cosmo, muoia. Nell'Antico Testamento ogni misfatto è un disturbo dell'ordine della creazione che viene eliminato solo quando la disgrazia che colpisce il peccatore si sia verificata. L'unica possibilità per il peccatore di evitare l'intreccio di disgrazie conseguenze alla sua azione cattiva è l'espiazione. Vi può essere perdono dei peccati solo attraverso l'espiazione e per questo nella Bibbia ebraica si pone una particolare attenzione sui riti di espiazione che vengono descritti nei minimi particolari.
La crisi provocata nei discepoli di Gesù dalla sua morte ignominiosa è stata superata dalla più antica fede pasquale secondo la quale “Dio ha risuscitato Gesù dai morti” (Rom 10,9). Da questa sorgeva l'interrogativo sul perché e la risposta più convincente, per chi era immerso in una cultura in cui valeva l'idea del nesso “azione – esistenza”, era che Gesù era morto per espiare i nostri peccati. Per chi aveva sperimentato nell'incontro con Gesù l'azione salutare di Dio di annuncio di un nuovo regno di liberazione e di salvezza, la sua morte non poteva che inserirsi in questo significato salvifico. Gesù aveva annunciato la salvezza ed aveva cominciato ad operarla con le sue azioni in vita e la sua azione salvifica era culminata con la sua morte. Oggi per noi l'idea di espiazione per un'azione cattiva è stata sostituita dall'idea di punizione come misura volta alla rieducazione e al reinserimento del delinquente nella società, o almeno come misura di dissuasione. Non esiste più l'idea della necessità del ripristino di un ordine cosmico che comporti il destino di una disgrazia sul malfattore e tanto meno è accettabile il trasferimento della punizione ad un'altra persona in funzione vicaria. Barth conclude così la sua indagine: “...oggi il limite più pesante di questo modello interpretativo sta nel fatto che l'orizzonte di comprensione che viene presupposto non esiste più e perciò la necessità dell'espiazione non è più comprensibile; di conseguenza Dio appare crudele” (5)
L'uomo di oggi deve trovare una spiegazione della morte di Gesù comprensibile e accettabile secondo i modelli culturali del tempo attuale. Il modello culturale del nesso azione-esistenza non è più accettabile. A dire la verità già allora questo modello era entrato in crisi. Che la disgrazia colga il malfattore come conseguenza della sua azione non corrisponde sempre alla nostra esperienza. Già in Giobbe viene messo in dubbio e la soluzione che se ne dà è per lo più di tipo apocalittico, di rinviare alla fine dei tempi l'instaurazione di quell'equilibrio rotto dalle azioni malvagie. Tuttavia il modello continuò ad essere presente ancora a lungo nel tempo e la convinzione che l'espiazione fosse necessaria per il perdono dei peccati era patrimonio culturale comune in epoca neotestamentaria. (Non solo in ambiente giudaico, ma anche in ambiente pagano era comune la concezione del cosmo come universo ordinato, impersonato da Dike e della necessaria compensazione tra colpa ed espiazione).
Mi sembra che il modo migliore per dare una interpretazione accettabile della morte di Gesù è quella di avvicinarsi per quanto possibile al Gesù storico, utilizzando gli strumenti che l'odierna esegesi ci offre più che in passato. L' idea della morte come espiazione vicaria necessaria e rientrante in un piano preordinato da Dio per la salvezza dell'umanità è convinzione che non si può far risalire a Gesù, ma solamente a gruppi di suoi seguaci a seguito del trauma della crocifissione. Come insegna Mauro Pesce (6), Gesù non voleva morire, ma accettò la condanna per coerenza alla sua predicazione e alle sue azioni compiute in vita. La sua morte è stata l'esempio estremo della sua coerenza. Nel corso della sua vita aveva annunciato l'imminente avvento del regno di Dio, che significava l'instaurazione di rapporti umani fondati sulla giustizia e, in definitiva, la salvezza dell'umanità e la sua morte è stata il suggello di questo annuncio. Perciò si può dire che “morto per i nostri peccati” può significare che la testimonianza di Gesù, vissuta fino all'estremo, vale anche per noi oggi e che noi possiamo ottenere la salvezza che ci viene offerta se aderiamo al regno annunciato attraverso la nostra conversione di vita.
Tuttavia queste interpretazioni non superano il fatto che nel Nuovo Testamento (ed in particolare in Paolo, Giovanni, nella lettera agli Ebrei e nella lettera I di Pietro, l'interpretazione prevalente sia quella della morte espiatoria. Questa è una difficoltà di non poco conto per una lettura del nuovo testamento che sia accettabile dalla nostra mentalità moderna.
Mi sembra che la spiegazione che Barth dà sull'origine di questa interpretazione e sui motivi per cui essa ha avuto così successo tra i primi seguaci di Gesù sia utile per superare questa difficoltà.
L'origine dell'interpretazione sta, secondo Barth, che si rifa ad alcuni studi di esegeti tedeschi della seconda metà del secolo scorso (4), nell'idea del nesso “azione esistenza”, radicata nella mentalità del tempo, sia giudaica che greco-ellenistica. Secondo questa idea l'azione dell'uomo produce una situazione di esistenza necessaria. “L'esistenza scaturisce dall'azione come il raccolto dalla semina”. Ne consegue che il male commesso minaccia l'ordine della creazione e per la salvaguardia di esso è necessario che chi ha commesso l'azione cattiva sia eliminato dal cosmo, muoia. Nell'Antico Testamento ogni misfatto è un disturbo dell'ordine della creazione che viene eliminato solo quando la disgrazia che colpisce il peccatore si sia verificata. L'unica possibilità per il peccatore di evitare l'intreccio di disgrazie conseguenze alla sua azione cattiva è l'espiazione. Vi può essere perdono dei peccati solo attraverso l'espiazione e per questo nella Bibbia ebraica si pone una particolare attenzione sui riti di espiazione che vengono descritti nei minimi particolari.
La crisi provocata nei discepoli di Gesù dalla sua morte ignominiosa è stata superata dalla più antica fede pasquale secondo la quale “Dio ha risuscitato Gesù dai morti” (Rom 10,9). Da questa sorgeva l'interrogativo sul perché e la risposta più convincente, per chi era immerso in una cultura in cui valeva l'idea del nesso “azione – esistenza”, era che Gesù era morto per espiare i nostri peccati. Per chi aveva sperimentato nell'incontro con Gesù l'azione salutare di Dio di annuncio di un nuovo regno di liberazione e di salvezza, la sua morte non poteva che inserirsi in questo significato salvifico. Gesù aveva annunciato la salvezza ed aveva cominciato ad operarla con le sue azioni in vita e la sua azione salvifica era culminata con la sua morte. Oggi per noi l'idea di espiazione per un'azione cattiva è stata sostituita dall'idea di punizione come misura volta alla rieducazione e al reinserimento del delinquente nella società, o almeno come misura di dissuasione. Non esiste più l'idea della necessità del ripristino di un ordine cosmico che comporti il destino di una disgrazia sul malfattore e tanto meno è accettabile il trasferimento della punizione ad un'altra persona in funzione vicaria. Barth conclude così la sua indagine: “...oggi il limite più pesante di questo modello interpretativo sta nel fatto che l'orizzonte di comprensione che viene presupposto non esiste più e perciò la necessità dell'espiazione non è più comprensibile; di conseguenza Dio appare crudele” (5)
L'uomo di oggi deve trovare una spiegazione della morte di Gesù comprensibile e accettabile secondo i modelli culturali del tempo attuale. Il modello culturale del nesso azione-esistenza non è più accettabile. A dire la verità già allora questo modello era entrato in crisi. Che la disgrazia colga il malfattore come conseguenza della sua azione non corrisponde sempre alla nostra esperienza. Già in Giobbe viene messo in dubbio e la soluzione che se ne dà è per lo più di tipo apocalittico, di rinviare alla fine dei tempi l'instaurazione di quell'equilibrio rotto dalle azioni malvagie. Tuttavia il modello continuò ad essere presente ancora a lungo nel tempo e la convinzione che l'espiazione fosse necessaria per il perdono dei peccati era patrimonio culturale comune in epoca neotestamentaria. (Non solo in ambiente giudaico, ma anche in ambiente pagano era comune la concezione del cosmo come universo ordinato, impersonato da Dike e della necessaria compensazione tra colpa ed espiazione).
Mi sembra che il modo migliore per dare una interpretazione accettabile della morte di Gesù è quella di avvicinarsi per quanto possibile al Gesù storico, utilizzando gli strumenti che l'odierna esegesi ci offre più che in passato. L' idea della morte come espiazione vicaria necessaria e rientrante in un piano preordinato da Dio per la salvezza dell'umanità è convinzione che non si può far risalire a Gesù, ma solamente a gruppi di suoi seguaci a seguito del trauma della crocifissione. Come insegna Mauro Pesce (6), Gesù non voleva morire, ma accettò la condanna per coerenza alla sua predicazione e alle sue azioni compiute in vita. La sua morte è stata l'esempio estremo della sua coerenza. Nel corso della sua vita aveva annunciato l'imminente avvento del regno di Dio, che significava l'instaurazione di rapporti umani fondati sulla giustizia e, in definitiva, la salvezza dell'umanità e la sua morte è stata il suggello di questo annuncio. Perciò si può dire che “morto per i nostri peccati” può significare che la testimonianza di Gesù, vissuta fino all'estremo, vale anche per noi oggi e che noi possiamo ottenere la salvezza che ci viene offerta se aderiamo al regno annunciato attraverso la nostra conversione di vita.
Guido Allice
Gerhard Barth, Il significato della morte di Gesù , Claudiana, 1995
E.P.Sanders, Paolo e il giudaismo palestinese, Paideia, 1986, pag. 641
Carlo Molari, in Rocca del 6 marzo 2019 (citato nel blog)
Klaus Koch ed altri citati nelle note di pag. 95 di G. Barth, op. cit.
G. Barth, op. cit. pag. 103
A.Destro e M.Pesce, Was Jesus a political Revolutionary? In Annali di storia dell'esegesi, 2/2019
Gerhard Barth, Il significato della morte di Gesù , Claudiana, 1995
E.P.Sanders, Paolo e il giudaismo palestinese, Paideia, 1986, pag. 641
Carlo Molari, in Rocca del 6 marzo 2019 (citato nel blog)
Klaus Koch ed altri citati nelle note di pag. 95 di G. Barth, op. cit.
G. Barth, op. cit. pag. 103
A.Destro e M.Pesce, Was Jesus a political Revolutionary? In Annali di storia dell'esegesi, 2/2019