domenica 3 maggio 2020

Comunità  cristiana  di  base  di  via  Città  di  Gap,  Pinerolo

NOTIZIARIO DELLA CASA DELL'ASCOLTO E DELLA PREGHIERA
N°68 maggio '20



Puoi sfogliare il notiziario cliccando qui:  
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In evidenza:

     INCONTRI COMUNITA' IN VIDEOCONF.

- 28/4 e 5, 12, 19 e 26/5: gruppi biblici
- 3, 10, 17, 24 e 31/5: eucarestie

- 24/5: assemblea comunitaria

    NOTIZIE DA GRUPPI E COLLEGAMENTI

- Gruppo amicizia islamo - cristiana

- Comunità cristiane di base

    RECENSIONI E SEGNALAZIONI

- G. Caramore, La parola di Dio …

- O. da Spinetoli, La prepotenza…

    SPUNTI PER MEDITARE E RIFLETTERE

- Pastori, non dirigenti, tanto meno…

- Questo Dio è per me reale

- Le perline colorate

    DALLA NOSTRA COMUNITA'

- Questa comunità
APPUNTAMENTI DI COMUNITA' IN VIDEOCONFERENZA
(NB: per avere informazioni su come collegarsi seguire il nostro gruppo whatsApp)

     MAR 28 APRILE h 18 – Gruppo biblico (prepara Maria Grazia B.; lancia la videoconferenza con "zoom" Gilda P.): riprendiamo con il cap.19 del vangelo di Matteo (dopo aver letto individualmente un capitolo a settimana).

     DOMENICA 3 MAGGIO h 10 – Eucarestia (prepara Fiorentina C.; lancia la videoconferenza con "zoom" Anna S.)

     MAR 5 MAGGIO h 18 – Gruppo biblico (prepara Francesco G; lancia la videoconferenza con "zoom" Francesco G.): su Mt. 20.

     DOMENICA 10 MAGGIO h 10 – Eucarestia (prepara "Comunità nascente" Torino; lancia la videoconferenza con "zoom" Gilda P.)

     MAR 12 MAGGIO h 18 – Gruppo biblico (prepara Gilda P. ; lancia la videoconferenza con "zoom" Gilda P.): su Mt. 21.

    DOMENICA 17 MAGGIO h 10 – Eucarestia (preparano Stefania ed Esperanza; lancia la videoconferenza con "meet" Stefania P.)

     MAR 19 MAGGIO h 18 – Gruppo biblico (prepara Ines R.; lancia la videoconferenza con "meet" Stefania P.): su Mt. 22.

     DOMENICA 24 MAGGIO h 10 – Eucarestia (prepara Franca G. ; lancia la videoconferenza con "meet" Francesco G.). A seguire assemblea comunitaria.

     MAR 26 MAGGIO h 18 – Gruppo biblico (prepara Fiorentina C.): su Mt. 23.

     DOMENICA 31 MAGGIO h 10 – Eucarestia (da definire chi prepara)
NOTIZIE DA GRUPPI E COLLEGAMENTI
Gruppo dell'amicizia islamo-cristiana di Pinerolo
    Continua il ciclo di trasmissioni radiofoniche sul tema "Fede e sfide. Dialoghi tra religioni nel tempo presente" che, come gruppo dell'amicizia islamo-cristiana di Pinerolo, abbiamo proposto a Radio Beckwith (se utilizzate internet basta entrare nel sito della radio www.rbe.it, cliccando su "diretta"; se usate la radio la frequenza cambia in base alla zona: 87,8 FM per val Pellice, 88 FM per val Chisone, ecc…. trovate tutto sul sito internet di radio Beckwith).

    Dal 16 febbraio al 26 aprile, sono ormai già 11 le puntate andate in onda ogni domenica alle ore 16:30 (replica tutti i martedì alle ore 22). Il ciclo, che prevede 18 puntate, si concluderà domenica 16 giugno.

    Ecco argomenti, relatori/trici e link ai podcast delle 11 trasmissioni già andate in onda nei mesi di febbraio, marzo e aprile (NB: per chi ha meno consuetudine, si ricorda che basta cliccare o attivare il link e dopo aver letto un breve testo introduttivo si può cliccare più sotto sul pulsante "play" per attivare l'audio):

1)  Dom 16/3/20: "Il gruppo dell'amicizia islamo-cristiana di Pinerolo: storia e prospettive" (relatore: Giorgio D'Aleo, presidente del "Museo Regionale dell'Emigrazione" di Frossasco): https://rbe.it/2020/03/06/amicizia-pinerolo/

2)   Dom 23/2/20: "L'esperienza della Comunità Islamica di Pinerolo" (relatore: Youness Anfaiha, membro del direttivo della comunità islamica di Pinerolo): https://rbe.it/2020/03/07/islamica-pinerolo/

3)   Dom 1/3/20: "Le nostre religioni sono imprigionate alla loro versione arcaica o aperte a nuove opportunità?" (Franco Barbero, presbitero della comunità cristiana di base "via Città di Gap" di Pinerolo): https://rbe.it/2020/03/09/religioni-barbero/

4)   Dom 8/3/20: "Il ruolo della donna nella società e nelle tradizioni religiose_I parte: L'esperienza delle comunità islamica e cattolica" (relatrici: Farian Sabahi Seyed, accademica, giornalista e orientalista, e Paola Lazzarini Orrù, sociologa cattolica): https://rbe.it/2020/03/13/donne-chiesa/

5)   Dom 15/3/20: "Il ruolo della donna nella società e nelle tradizioni religiose_II parte: L'esperienza delle comunità valdese e cristiane di base" (relatrici: Carla Galetto, della comunità cristiana di base "Viottoli" di Pinerolo, e Erika Tomassone, pastora valdese): https://rbe.it/2020/03/18/donne-fede/

6)   Dom 22/3/20: "Fede e migrazione: la difficile integrazione dei migranti nell'esperienza di un prete da sempre in prima linea" (relatore: don Fredo Olivero, ex responsabile dell'Ufficio Pastorale Migranti di Torino, oggi rettore della chiesa di San Rocco di Torino): https://rbe.it/2020/04/01/fede-migrazioni/

7)   Dom 29/3/20: "Diritti nelle nostre tradizioni religiose_I parte: l'esperienza cristiana" (relatore: Franco Barbero, presbitero della comunità cristiana di base "via Città di Gap" di Pinerolo): https://rbe.it/2020/04/02/diritti-barbero/

8)   Dom 5/4/20: "Le religioni nemiche dei diritti?" (relatrice: Valentina Pazé, docente di filosofia politica dell'Università di Torino): https://rbe.it/2020/04/10/religioni-diritti/

9)  Dom 12/4/20: "Il rapporto con il cibo nelle nostre tradizioni religiose" (relatore: Gianni Genre, pastore valdese di Pinerolo): https://rbe.it/2020/04/14/cibo-religione/

10)  Dom 19/4/20: "Diritti nelle nostre tradizioni religiose_II parte: l'esperienza islamica" (relatore: Adnane Mokrani, teologo musulmano, professore di studi islamici e di relazioni islamo-cristiane presso il PISAI - Pontificio Istituto di Studi Arabi e d'Islamistica - di Roma e professore di lingua araba e islamistica presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma): https://rbe.it/2020/04/20/diritti-islamica/

11)  Dom 26/4/20: "Come leggiamo nelle varie tradizioni religiose i testi antichi che orientano il nostro cammino di fede_I parte: l'approccio delle comunità cristiane" (relatore: Franco Barbero, presbitero della comunità cristiana di base "via Città di Gap" di Pinerolo): https://rbe.it/2020/05/01/testi-antichi/

    Ecco le 4 trasmissioni che saranno trasmesse nel mese di maggio:

12)   Dom 3/5/20: "Come leggiamo nelle varie tradizioni religiose i testi antichi che orientano il nostro cammino di fede_II parte: l'approccio delle comunità islamiche" [relatore: Adnane Mokrani, teologo musulmano, professore di studi islamici e di relazioni islamo-cristiane presso il PISAI (Pontificio Istituto di Studi Arabi e d'Islamistica) di Roma e professore di lingua araba e islamistica presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma].

13)   Dom 10/5/20: "Il fine vita nelle varie tradizioni religiose. Accanimento terapeutico, eutanasia e testamento biologico_I parte: l'elaborazione della tradizione buddhista" (relatrice: Elena Seishin Viviani, guida spirituale dell'Enkuji, tempio buddhista Zen Soto a Torino)

14)   Dom 17/5/20: "Il fine vita nelle varie tradizioni religiose. Accanimento terapeutico, eutanasia e testamento biologico_II parte: l'elaborazione della comunità valdese" (relatore: Gianni Genre, pastore valdese di Pinerolo)

15)   Dom 24/5/20: "Il dopo morte e la vita eterna nelle nostre tradizioni religiose_I parte: l'approccio della tradizione cristiana" (relatore: don Paolo Scquizzato, responsabile per l'Ecumenismo e il Dialogo interreligioso della Diocesi di Pinerolo)

16)   Dom 31/5/20: "Il dopo morte e la vita eterna nelle nostre tradizioni religiose_II parte: l'approccio della tradizione islamica" (relatore: da definire)

    Ricordiamo che i files audio di ognuna di queste trasmissione verrà resa disponibile come podcast scaricabile sul sito di radio Beckwith (www.rbe.it) dopo la replica del martedì.
Comunità cristiane di base nazionali
Utilizzando "zoom", la nostra CdB e la CdB di Piossasco ha incontrato la CdB "Viottoli" di Pinerolo, che in questo periodo sta gestendo la segreteria tecnica delle comunità cristiane di base italiane, per confrontarsi su come procedere rispetto all'organizzazione del prossimo seminario nazionale.

E' subito emerso come in questo periodo sia estremamente difficile fare delle valutazioni tecnico-organizzative e delle previsioni per l'autunno.

Inoltre, il lavoro di preparazione al seminario che nei mesi scorsi stavano facendo la nostra cdb e quella di Piossasco, incontrando le CdB e i gruppi ecclesiali di base del Piemonte è in questa fase molto difficoltoso (l'incontro regionale sui temi del seminario previsto per metà marzo è stato annullato).

Vista la situazione in continua evoluzione e le notizie e previsioni che tutti/e conosciamo, diventa molto difficile, al momento, prenotare un qualunque hotel (quando riapriranno…) o prevedere libertà di viaggiare e di incontro in sicurezza per dicembre. 

Abbiamo dunque deciso di rivederci mercoledì 27 maggio alle ore 17,30 (sempre ovviamente in videoconferenza, utilizzando "zoom") per fare il punto, alla luce della situazione generale che si presenterà, e preparare la proposta per il collegamento nazionale, a cui è demandata la decisione definitiva. Stiamo attendendo risposte dalle varie comunità italiane per decidere se convocarlo per sabato 20 o per sabato 27 giugno.

IRRESPONSABILI LE PAROLE DEI VESCOVI"


    Siamo rimaste e rimasti davvero stupite/i dal tono oltranzista e ultimativo con il quale la Conferenza episcopale italiana  ha contestato le decisioni del Governo che limitano le riunioni di vario tipo, quelle religiose comprese, per arrestare il diffondersi della pandemia.

Ai vescovi forse sfugge che il virus colpisce ovunque vi sia assembramento? Stabilire misure cautelative per evitare il contagio è semplicemente un atto doveroso: come possono dunque i vescovi, in Italia (dove, grazie al Concordato, la Chiesa cattolica romana ha molti privilegi), adombrare che siano in atto tentativi di imbavagliare l'episcopato o, addirittura, di fare prove di dittatura?

    D'altra parte, esponenti di altre confessioni religiose (ad iniziare dall'Islam, che celebra in questi giorni il Ramadan) hanno accolto con rispetto e spirito collaborativo le decisioni del Governo.

    Riteniamo irresponsabili le parole dei vescovi. Nella difficile situazione attuale, tutte e tutti – e le persone di fede cattolica non meno di altre – siamo chiamate/i a fare la propria parte di sacrifici per aiutare il Paese a superare una crisi tremenda. 

E, dal punto di vista della fede, se celebrare messe con il popolo presente diventa obiettivamente problematico dal punto di vista della salvaguardia della salute, non sarebbe il caso – invece di mostrarsi vittime  di prepotenze inesistenti – di farsi portatori della proposta di cogliere l'occasione per riflettere, nelle famiglie, sulle letture bibliche, di pregare e ricordare quanto ricordava Gesù quando diceva: "Dove due o tre sono riuniti in nome mio, io sono in mezzo a loro"? E, contemporaneamente, riscoprire una natura meno offesa dalle ingiurie quotidiane dell'uomo in cui la bellezza ci apre al divino che è in noi e nel cosmo?

    La fede non evapora se, causa forza maggiore, le chiese sono vuote; questo insegnamento, d'altronde, ce lo ricordano molti sacerdoti che anche in questo tempo difficile sono vicini alle persone malate e, perfino, qualche vescovo. Si perde, invece, se la stella polare del proprio agire non è più l'Evangelo e non è l'impegno a servire il proprio popolo, cercando di agire con saggezza insieme ad esso in questo tempo difficile. 

Non servono, dunque, squilli di crociata, ma umiltà e spirito di collaborazione con le Autorità costituite per affrontare, insieme, un'emergenza assolutamente straordinaria.

Le Comunità Cristiane di Base italiane (Roma, 28 aprile 2020)
RECENSIONI E SEGNALAZIONI (a cura di Franco Barbero)
Gabriella Caramore, La parola di Dio
Qui non parliamo della Parola di Dio, ma della "parola Dio".
L'opera di Gabriella Caramore non ha nulla in comune con la diatriba sul teismo e i linguaggi religiosi. Si pone decisamente ad un livello diverso, ad una profondità che non si accontenta delle litaniche ripetizioni. Mi ha fatto riaprire le pagine di Karen Armstrong che avevo letto - e ora ho riletto - tanti anni fa.
Avevamo bisogno, a mio avviso, di un'opera straordinaria come questa per guardare avanti tenendo conto di un "passato plurale" e ancora fecondo. La grande conoscenza della "scrittura " ebraica  e dell' "anima ebraica", sempre aperta ai mille percorsi dell'umana avventura  e al mistero della vita, ci aiuta a guardare la storia con questo "respiro universale".
Si tratta, a mio avviso, di un originale contributo  a liberare la ricerca antropologica ed epistemologica da alcune semplificazioni e banalizzazioni e a liberarci dall'ossessione presentista e dalla fretta di chiudere con "ogni" passato, senza valutare il richiamo del Vangelo di Matteo di valorizzare il nuovo e il vecchio con un attento discernimento.
La parola "Dio" è sempre pronunciata dentro una contraddizione, tra adorazione, uso e abuso.
Certo, una chiesa che si aggrappa al passato, spinge a compiere operazioni di rigetto totale, ma si tratta di una trappola nella quale è facile cadere.
Il lettore e la lettrice si stupiranno per questa ricerca in cui si sente sempre l'apertura all'oltre, al mistero, al fascino di una parola che non sembra affatto destinata al tramonto, ma ad una continua riscoperta.

In libreria per Einaudi ed., 2019, pp.144, €11,40
Ortensio da Spinetoli, La prepotenza delle religioni
Nello stile pacato, che rispecchia l'animo generoso e mite dell'Autore e di tutti i veri e vecchi combattenti, Ortensio in queste brevi pagine ci condensa secoli di storia.

La prima "prepotenza" sta nel fatto che il potere ecclesiastico ha spesso identificato e imposto l'ortodossia con la fede e l'eterodossia con la miscredenza o con l'eresia (pag.8). Mentre Gesù proveniva dall'esperienza ebraica del molteplice e da una "foresta" (Gabriella Caramore) di linguaggi, "per i gestori della religione c'è un solo modo di pensare, di esprimere e celebrare la fede, quello da essi proposto" (pag.9).

Davanti alle scienze del linguaggio, con tutte le ricerche dell'epistemologia, l'osservazione di Ortensio è quanto mai attuale e valida. Ho voluto documentarlo anni fa nel mio libro "Appello al popolo di Dio" riportando i documenti ufficiali mai ritrattati dal magistero ecclesiastico.

Paolo VI il 5 giugno 1967 disse: " Le formule dogmatiche sono così strettamente legate al loro contenuto che qualsiasi alterazione nasconde o provoca un'alterazione nel contenuto stesso". Il 4 dicembre 1968, come se non bastasse, aggiunse: " Non si possono abbandonare le proprie formule in cui la dottrina è stata ponderata e autorevolmente definita. Su questo aspetto il magistero della Chiesa non transige". Già nel 1965 aveva affermato : "Le formule a cui ricorre la Chiesa per proporre i dogmi della fede esprimono concetti che non sono legati ad una determinata forma di cultura umana e neppure ad una determinata fase del progresso scientifico e neppure ad una scuola teologica: esse manifestano invece un'esperienza universale e necessaria. Per questo si dimotrano adatte a tutti gli uomini di tutti i tempi" (in Mysterium Fidei, AAS 57 -1965, pag.758).

A più riprese l'Autore ribadisce la constatazione che il linguaggio religioso tradizionale ha mantenuto prigioniero ogni pensiero religioso all'interno di un carcere fuori dal quale sei eretico. Questa è la prepotenza che impedisce alla creatività di esprimersi . E Ortensio ricorda, con singolare chiarezza e competenza , gli assoluti cristologici (pgg.20-30) che hanno generato formule diventate astruse e anacronistiche per le generazioni successive ai Concili del IV e V secolo. Oggi addirittura impronunciabili. Ne risulta una chiesa di Cristo ma come azienda "amministrata" da rappresentanti in suo nome e in sua vece, con il rischio di sostituirsi allo Spirito di Dio e allo stesso Gesù (pag.33).

E' chiaro da ogni pagina di Ortensio da Spinetoli che egli pensa, riferendosi alla prassi e al messaggio di Gesù di Nazareth, ad una "comunità come comunione", a partire dagli ultimi. Questo messaggio del regno di Dio, come inclusività totale, non poteva piacere né ai Romani né ai sommi sacerdoti. La croce arriva come conseguenza di questa prassi di Gesù e così l'Autore giustamente liquida la morte espiatoria di Gesù come contraria alla storia e all'affermazione della gratuità dell'amore di Dio.

Ortensio non chiude mai alla speranza:" Nonostante tutto, però, è bene non lasciare spazio a sentimenti di scoraggiamento: Vangelo e Vaticano II rimangono pietre miliari nella storia dell'umanità e contengono i presupposti per cambiarne il corso fino a portarlo a compimento" (pag.70).

Oggi credo che, proseguendo la traccia di Ortensio da Spinetoli, non sia più sufficiente parlare di una chiesa come comunione. E' diventato necessario, dopo le deludenti dichiarazioni di Francesco a conclusione del Sinodo Amazzonico, parlare di sinodalità vera, piena, inclusiva.

Sinodo oggi è una realtà falsificata perché non realizza ciò che dice e prospetta.

Solo una chiesa compiutamente sinodale può convertirsi al Vangelo e raccogliere le istanze del popolo di Dio.

La comunione deve tradursi in responsabilità , sinodalità con voto assembleare deliberativo.

Condivido pienamente tutte le riflessioni cristologiche di Ortensio da Spinetoli, ma non concordo su: "eccetto il peccato"

(pag. 31) perché ritengo che anche il nazareno abbia vissuto il suo personale processo di conversione dal peccato.

Conosco la vasta discussione teologica al riguardo, ma ritengo plausibile dal punto di vista storico "il fatto che Gesù, venendo dal Battista per il battesimo, mostri in modo persuasivo che pensava di essere un peccatore bisognoso di penitenza" (Hollenbach, The Conversion of Jesus).

Ritengo inoltre che i titoli salvatore e redentore vadano attribuiti a Gesù, come scrive Dupuis, non perché Gesù ci salvi o ci redima, ma perché ci annuncia e ci testimonia la salvezza che viene solo da Dio.

Non posso terminare queste brevi note senza ricordare con enorme gratitudine quanto ho imparato dalla competente ricerca di Ortensio da Spinetoli e quanto la sua fede appassionata, e mai enfatica, abbia parlato al mio cuore e alla generazione conciliare.

Oggi è una stagione diversa .

La chiesa gerarchica non deve più estromettere o marginalizzare i dissenzienti. Oggi i teologi, lo dico con dolore, hanno reso superfluo questa repressione: si censurano e si tacciono da soli, appellandosi alla prudenza.

Proprio per questo mi piace esprimere gratitudine alle persone che hanno raccolto, anche in queste pagine, la memoria coerente di un credente e la infaticabile ricerca di un caro fratello nella fede, teologo che non si è messo la museruola.

Per questo, a mio avviso, il suo servizio al popolo di Dio sarà prezioso ancora per molti anni.

In libreria per Chiarelettere Editrice, Milano, 2020, pp.112, €12.
SPUNTI PER MEDITARE E RIFLETTERE
Pastori, non dirigenti, tanto meno funzionari
"In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei". Questa similitudine disse loro Gesù: ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: "In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza (Giovanni 10, 1-10).



La Bibbia conosce "infiniti" nomi di Dio. Nel tentativo di dare un volto alla Sua presenza e di riconoscere e descrivere la Sua azione e il Suo amore, gli autori biblici cercano, dentro l'esperienza della vita del loro tempo, le immagini e le metafore più espressive.
Una di queste è certamente la figura del pastore amorevole di cui il Primo Testamento ci lascia una preziosa testimonianza.

Se il Salmo ci riporta una accorata invocazione. "Pastore d'Israele, ascolta, tu che guidi Giuseppe come un gregge" (80,2), è il profeta Ezechiele che, in tempi di corruzione e di sbandamento, mette in luce quale è il posto che Dio vuole occupare nella vita di Israele.

Anzi, nel linguaggio profetico così ricco ed immaginifico, Dio fa la sua auto presentazione, il suo autoritratto: "Perché dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine. Le ritirerò dai popoli e le radunerò da tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti d'Israele, nelle valli e in tutte le praterie della regione. Le condurrò in ottime pasture e il loro ovile sarà sui monti alti d'Israele; là riposeranno in un buon ovile e avranno rigogliosi pascoli sui monti d'Israele. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia." (Ezechiele 34,11-16).
Non si possono leggere questi lunghi versetti senza collegarli al salmo 23. Sono pagine che ci fanno innamorare di Dio, che ci presentano un Dio accogliente, caldo, amorevole. Tutti i linguaggi e le metafore "pastorali" nella Bibbia si misurano con queste pagine.


Tra autenticità ed equivoci

Oggi parlare di pastori in questa società elettronica e mediatica, costituisce un riferimento ad uno scenario bucolico, agreste di altri tempi.

Se poi uniamo "pastore e gregge", il discorso non diventa solo estraneo per la maggioranza di noi, ma addirittura ambiguo: ci sono troppe persone che vogliono contornarsi di pecore docili ed obbedienti, che sognano una società di "pecoroni" allineati e acritici da governare e manipolare a loro piacere.

Anche certo ritornante parlare di "docili pecore", di "sacri pastori" e di figli devoti della chiesa è un linguaggio caro a chi sogna una comunità ecclesiale tutta ben ordinata e obbediente agli ordini della gerarchia.

Per non cadere in queste gravi ambiguità occorre ricordare che l'immagine del pastore e del gregge avevano ben altro significato, ben altra risonanza negli scritti biblici. Il contesto in cui i primi lettori delle Scritture vivevano, presentava spesso davanti ai loro occhi il passaggio di un gregge amorevolmente guidato da un pastore.

Il pastore era il simbolo della cura: egli conosceva le sue pecore ad una ad una, i loro bisogni, le loro fragilità, il loro "temperamento", il loro passo veloce o zoppicante.

Il pastore affidabile conosceva i pericoli dei sentieri, le insidie del cammino, i percorsi scoscesi e i dirupi; sapeva dove si trovavano le sorgenti d'acqua e dove c'erano zone aride e brulle oppure erbose. Anche la notte il suo cuore e i suoi occhi erano attenti al minimo rumore sospetto. A volte il pastore si era caricato sulle spalle la pecora zoppicante o ferita…

Un buon pastore aveva, dunque, un bel corredo di qualità, ma soprattutto era un uomo dedito al suo gregge. Lo amava, lo guidava saggiamente verso i pascoli sani e nutrienti e, all'occorrenza, sapeva difenderlo.

Chi sono i pastori?

In Israele, proprio meditando sul simbolo della cura amorevole che la parola "pastore" esprime, vengono chiamati pastori tutti coloro che con amore, tenerezza, disinteresse si prendono a cuore le sorti del popolo, dei più deboli ed indifesi.

Il "modello" è alto; addirittura è Dio. Il pastore buono è chi, in qualche modo, cerca di amare come Dio ama Israele. Gli altri, contro i quali la Bibbia profferisce giudizi severi e scaglia anatemi terribili, sono definiti "cattivi pastori" (vedi Ezechiele 34, 1-10).

Il contesto comunitario

Quando l'ultimo redattore del Vangelo di Giovanni (95-100 dopo Cristo) traccia questa bella icona del nazareno, non ha tanto la preoccupazione di riportarci un "discorso" di Gesù. Egli piuttosto ripropone una densa "meditazione" che nella sua comunità era maturata nel tempo: Gesù era stato davvero un pastore buono, amorevole, che si era preso cura delle pecore deboli.

La comunità di Giovanni pensava a Gesù con questo immaginario affettivo davvero efficace. Siccome già all'interno della comunità c'erano alcuni che cominciavano a farla da padroni, a voler prevalere e "ambivano al primo posto" (3a lettera di Giovanni) dimenticando l'esempio del maestro che si era fatto "servo" di tutti, Giovanni colloca in grande evidenza due passi stupendi. Il primo è la lavanda dei piedi (Giovanni 13) e il secondo è la parabola del buon pastore. Si tratta di due pagine di forte sapore polemico e di genuina correzione fraterna.

Come riportare la comunità e principalmente coloro che in essa svolgono un ministero sulla strada del Vangelo? Come contrastare l'infezione mondana che sta corrompendo la comunità e trasformando il servizio in potere? Come svelare la possibilità, sempre presente in chi esercita una funzione autorevole, di pervertire il suo ministero cadendo nella tentazione del potere e del primeggiare?

Davanti a questi interrogativi, il nostro redattore del Vangelo (che noi chiamiamo Giovanni) individua una risposta, una strada: ripropone a tutta la comunità e a se stesso l'immagine di Gesù buon pastore. Amore, servizio, coerenza sembrano i colori di questa "icona". Questa, e non altra, è la strada che Dio ci indica attraverso la testimonianza di Gesù.

Per Giovanni occorre sempre rifarsi a quel maestro che ha lavato i piedi, a quel pastore amoroso che le folle della Palestina e il gruppo dei discepoli e delle discepole avevano conosciuto ed esperimentato, a quel profeta che annunciava e testimoniava l'amore di Dio verso le Sue creature con gesti e parole di cura.

Questo resta il criterio fondamentale anche per chi riveste una autorità - servizio - ministero nelle nostre comunità, aldilà delle parole che indicano tale funzione.

Le spinge all'aperto...

Non culliamoci nell'immagine piena di poesia e di incanto del pastore che accarezza il suo gregge. Il testo greco dice: "conduce fuori le pecore, le spinge all'aperto e cammina davanti a loro" (v. 3-4).

Così chi si fida del pastore ed esce con lui "troverà pascolo". Qui il pastore non è un uomo di paura, di routine, che vede ovunque il lupo, che predilige il chiuso dell'ovile. E' una figura piena di coraggio e di inventiva: sa che l'erba nutriente ed i pascoli abbondanti sono fuori del recinto...

Egli non conosce un solo itinerario, sa che ci sono tanti possibili pascoli e li cerca, non prova sgomento e non trasmette angoscia alle pecore di fronte a paesaggi nuovi ed inesplorati o di fronte a sentieri meno conosciuti: mi piace pensare al pastore come ad un uomo che ama i nuovi paesaggi, che cammina con la fiducia nel cuore, un uomo che sorride alla vita, che affronta la fatica, che "dialoga con il gregge".

Oggi, direi, che è buon pastore chi sa ascoltare più che farsi ascoltare, che sa imparare più che insegnare...

Uscendo di metafora, come non vedere che oggi la nostra chiesa è piena di pastori paurosi, che rinchiudono le pecore nell'ovile ecclesiastico come in una prigione anziché spingerle fuori ... nelle responsabilità della vita dove si rompono infantili e mortificanti dipendenze?

Quando la smetteremo di chiudere porte e finestre con le persone che vogliono vivere la fede in modo adulto senza rinnegare la vita, con le sue lotte e le sue speranze? Quando capiremo che chi vuole il "recinto" più aperto, più comunicante, più vivo non è un nemico del gregge?

Oggi il più delle volte sono le "pecore" che sanno indicare ai "pastori" dove sono i pascoli verdeggianti.

Senza voler negare alcun ministero prezioso per la comunità cristiana, dobbiamo considerare la possibilità della reciprocità per cui siamo spesso scambievolmente gli uni pastori degli altri/delle altre.

Sono "pastori che aiutano a crescere" coloro che non accentrano nelle loro mani, che non hanno il bisogno di "controllare tutto", coloro che sanno tirarsi indietro quando altri fratelli e sorelle possono subentrare e servire più fecondamente la comunità.

Il pastore non è il proprietario dei pascoli né il padrone delle pecore. Non è quello che deve autorizzare ogni belato ..., ma lascia che ogni pecora beli in tutta libertà ...


Orrore

Il brano di Giovanni, tra mille perle, registra un frutto avvelenato, una bomba da disinnescare, una polemica che potrebbe fuorviarci. Ripetendo l'inizio del brano, il versetto 8 recita così: "Tutti quelli che sono venuti prima di me sono ladri e briganti, ma le pecore non li hanno ascoltati". Messa sulla bocca di Gesù una frase simile stona, anzi fa orrore.

Il grande esegeta e teologo Klaus Wengst nel suo libro "Il Vangelo di Giovanni", (Queriniana), ci aiuta a capire il testo. Si tratta di una polemica interna tra due gruppi giudaici.

La maggioranza con cui Giovanni è in polemica è costituita da coloro che, sotto la guida dei dottori della legge, non riconoscono che Gesù è la porta attraverso la quale Dio viene a Israele (vedi 9,34).

L'affermazione violenta e perentoria è diretta a costoro. Secondo il Vangelo di Giovanni "chi non entra per questa porta, chi pertanto non riconosce che Dio viene al suo popolo in Gesù e attraverso Gesù, ma ha un'altra via di accesso, dimostra con ciò di essere un ladro e un brigante...

Giovanni concepisce perciò soltanto il proprio gruppo come il vero popolo di Dio o come la sua unica rappresentanza adeguata. Questa contrapposizione di una minoranza giudaica a una maggioranza giudaica si trasformerà, nella ricezione non giudaica, in una contrapposizione della chiesa al giudaismo, nella quale la chiesa si concepisce come il "vero Israele"...

La chiesa, se oggi non vuole più affermarsi in questo modo antigiudaico e mettersi al posto di Israele, non rispetterà neppure più Giovanni, secondo il quale i dottori giudaici del suo tempo erano ladri e briganti, bensì rispetterà la loro propria via di accesso" (Ivi, pag. 411).

Ovviamente a quel tempo il cristianesimo non era ancora nato tant'è che qui ci troviamo a fare i conti con una polemica interna tra vari giudaismi. Ma ormai sta profilandosi all'orizzonte una vita da separati in casa.

Da una parte una lettura storica ci aiuta a capire il senso di questa polemica, ma resta il fatto che nei secoli successivi prevarrà una lettura esclusivista che oggi ci fa orrore. Non toglie assolutamente nulla a Gesù e al nostro singolare rapporto con lui poter affermare che prima e dopo di lui Dio ha donato all'umanità tanti buoni pastori. Di questo, sulla strada di Gesù, in consonanza con i suoi pensieri e in aperto dissenso dall'ultimo redattore del Vangelo di Giovanni, noi oggi ci rallegriamo.

Dio è più grande del cristianesimo e ai pascoli del regno di Dio si arriva per tante strade, attraverso tante porte. Sì, dobbiamo uscire da questo pregiudizio del monopolio dell'ovile e del pascolo.

E' proprio Gesù, che si è meravigliato della fede della siro-fenicia e del centurione romano, a sollecitarci ad allargare lo sguardo, il cuore e a trasgredire i paletti di una teologia lontana anni luce dal suo messaggio e dal suo stile di vita.

Dio ha preparato pascoli verdeggianti per tutta l'umanità e il Suo ovile è tutto il creato. La nostra mentalità proprietaria ed esclusivista ci fa dimenticare che Dio è più grande del nostro cuore, le Sue vie sono più ampie del nostro sentiero. 

Franco Barbero
Questo Dio è per me reale
"Questo Dio è per me reale" . Aggiungo una cosa a questo mantra. Sono cristiano. Sono discepolo di Gesù. Perché? Perché quando guardo la vita di Gesù, quella vita che mi è stata restituita attraverso le Scritture e la tradizione, vedo una persona che era così pienamente viva che percepisco in lui la Fonte infinita della vita. Vedo una persona che ama così totalmente e così prodigalmente che percepisco in lui la Fonte infinita dell'amore. Vedo una persona che era profondamente capace di essere tutto ciò che poteva essere, sia che fosse la domenica delle palme, quando fu salutato come un re-non c'è nulla di così seducente come il dolce narcotico della lode umana-sia che fosse il venerdì Santo, quando fu condannato a morte, allorché perfino la minaccia del non essere non alterato la sua umanità. 

In entrambe le esperienze Gesù è stato ed è ciò che gli era ed è. Non è stato cambiato nell'adulazione, il suo essere  non è stato sminuito dall'imminenza della sua morte. Così mi unisco a san Paolo nell'affermazione di fede: "Dio era in Cristo" che fa emergere unità dalla diversità, pienezza dalla frammentarietà ed eternità dal tempo. Questo è il Dio da cui sono attirato e che venero, questo è il Cristo che mi indica la pienezza di Dio. 

Questa è la fede che cerco di condividere con il mondo. Abbracciare la vita, incrementare l'amore, avere il coraggio di essere: queste, per me sono le porte attraverso le quali cammino nel mistero di Dio. Questo Dio è per me reale e Gesù è ancora la mia porta di accesso a questa realtà. In questo Gesù, il futuro del cristianesimo diventa nuovamente visibile. Cammino con entusiasmo in questa esperienza di Dio centrata sulla vita. Accolgo calorosamente il cristianesimo cui questa visione mi invita. Rendendo testimonianza alla fede che porta me e il mondo intero a vivere pienamente ad amare prodigalmente e a essere tutto ciò che possiamo essere. 

Shalom.

John Shelby Spong (tratto da "Incredibile. Perché il credo

 delle chiese cristiane non convince più", ed. Mimesis, 2019)
Le perline colorate
Oggi il mondo è pieno di perline colorate, ma manca il filo che le unisce facendone una collana. Il filo deve essere forte, rappresenta l'anima che guida e forgia i disegni e ne permette i movimenti più impensati

Giuliana Martirani

  
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