Contro l’estetica della morte
15-05-2020 Marco Revelli
Volerelaluna
Morte
e fascismo hanno sempre marciato insieme. L’estetica della morte ha
annunciato l’avvento dei fascismi in Europa e ha segnato il tempo della
loro catastrofica fine. Gli squadristi ante-marcia portavano sui loro
labari neri il teschio con sotto la scritta “Me ne frego” ad affermare
nel disprezzo della morte propria il diritto sovrano a disporre della
vita altrui. Così i “proscritti” dei freikorps protonazisti. I macellai
dei Battaglioni “M” – quelli che servivano i tedeschi nel fare il lavoro
sporco nei mesi della guerra di liberazione – cantavano “fiocco nero
alla squadrista/ noi la morte/l’abbiam vista/con due bombe e in bocca un
fior”. Oppure, ancora, “Ce ne freghiamo se la Signora Morte/fa la
civetta sul campo di battaglia/Sotto ragazzi, facciamole la corte!
/Diamole un bacio sotto la mitraglia!”. Beh, forse mi sbaglio. Ma di
quel fondo oscuro esistenziale sento di nuovo un vago odore (vago,
certo!), nell’alone funebre prodotto dal coronavirus nel mondo e nella
morte seriale che sta disseminando. Ne avverto il retrogusto nelle
esibizioni machiste di Bolsonaro in Brasile, nel menefreghismo trumpiano
di fronte al dilagare del morbo nelle sue città, nelle teorie
dell’”immunità di gregge” e nelle invocazioni del business must go costi
quel che costi da parte dei padroni nel mondo. E anche, si parva licet,
nei deliri sgarbiani sulla debolezza del virus e dunque sulla codardia
di chi lo teme.
Questa
presenza morbosa (ossessiva) della morte – e la conseguente “retorica”
ed “estetica della morte” – nella dimensione esistenziale fascista non è
un aspetto accessorio, marginale. E’ un carattere essenziale del “tipo
umano” fascista, ben radicato nel pessimismo antropologico e storico che
ne costituisce il retroterra culturale. In quella “disperazione
culturale” (penso a un libro ormai vecchio, ma insuperabile, come The politics of cultural dispair
del tedesco Fritz Stern) che nasce dall’idea dell’assoluta
intrascendibilità di una condizione umana devastata dalla
desertificazione del moderno, rispetto alla quale l’unica via d’uscita
da una vita inautentica, impantanata nella banalità spersonalizzante di
una quotidianità anonima, appare il “vivere per la morte”, unico punto
assoluto di caduta in cui sperimentare l’”autentico”. Non per niente
Umberto Eco indica come l’undicesima caratteristica dell’“Ur-fascismo” –
del fascismo-matrice, del paradigma fascista – la cultura della morte,
“annunciata come la migliore ricompensa per una vita eroica”. “L’
Ur-Fascista – scrive, in quel brevissimo ma denso pamphlet intitolato Il
fascismo eterno – è impaziente di morire”. Anche se – aggiunge – “nella
sua impazienza gli riesce più di frequente far morire gli altri”. O
comunque concepisce la “vita degna” come un continuo giocare con la
morte, quasi che dall’uscirne ogni volta vivo sia il segno di una
qualche superiorità esistenziale: morale da signore, per dirla con
Nietzsche, contrapposta alla morale da schiavi di chi non si mette in
gioco.
E’ oggi con
un senso di orrore crescente, che mi par di vedere le tessere di quel
mosaico che si chiama appunto “disperazione culturale” ricomporsi di
nuovo in un quadro inquietante: la stessa sensazione di una condizione
di vita inautentica (un vivere privo di futuro perché insostenibile); lo
stesso senso di intrascendibilità, l’impossibilità del pensiero di un
“andar oltre”, sebbene i presagi nefasti siano tutti drammaticamente
presenti (lo stesso pessimismo storico); la stessa tentazione di un
qualche risarcimento mortifero qui ed ora, nell’impossibilità di
un’uscita in avanti reale in un futuro storicamente determinabile. E
intorno – effetto della pandemia, come allora fu della guerra – la danza
macabra di una morte seriale, anonima, impietosa nella propria
casualità che satura l’atmosfera. E che diviene in qualche modo
contagiosa, chiede e provoca l’emulazione esattamente come l’infezione
che ne sta all’origine.
Che
cos’è l’esibizione macabra quotidiana di un “nuovo fascista” come Jair
Bolsonaro, la sua sfida al buonsenso e alla cautela, insistita,
reiterata, da bullo da stadio machista e arrogante quale è,
nell’ostentare in pubblico il proprio volto senza mascherina, quasi ad
accusare di codardia chi si protegge, se non la forma post-moderna di
quella medesima estetica della morte? Che cosa sono le minacce ai
governatori che praticano il lockdown contro i suoi ordini? Le frasi
sprezzanti verso quei lavoratori recalcitranti ad andare a contagiarsi
in fabbrica (“E quem não quiser trabalhar que fique em casa, porra”
ovvero “Chi non ha voglia di lavorare stia a casa, cazzo!”)? L’annuncio
presidenziale di un barbecue nel giorno del lockdown e in generale la
guerra dichiarata dal presidente a tutte le autorità sanitarie in nome
dell’amore del rischio e del business, che è costata al Brasile una
strage continua (soprattutto di poveri: i 13.000 morti censiti finora
sono indicati da fonti indipendenti come sottostimati tra le 10 e le 15
volte). E intanto, mentre recita il suo squadristico “menefrego” a
Brasilia, in Amazonia prepara e permette il genocidio degli indigeni per
contagio (“trecentomila persone indifese, esposte deliberatamente al
contagio, già questo sarebbe abbastanza per parlare di crimine contro
l’umanità” ha detto il grande fotografo Salgado: ventimila cercatori
d’oro che penetrano nella foresta, gli evangelici che arrivano in
elicottero e portano il morbo ovunque, “siamo sull’orlo della
catastrofe. Più ancora di cinquecento anni fa, quando le malattie
decimarono le popolazioni native… ora rischiamo l’estinzione totale”).
D’altra
parte che cos’è il reiterato, ostentato, disprezzo di Donald Trump per
chiunque mostri prudenza o timore di fronte alla marcia devastante del
Covid-19? L’irrisione degli scienziati e dei politici che suggeriscono o
mettono in pratica misure di tutela della vita, la sua personale guerra
al povero Anthony Fauci reo solo di “sapere” mentre lui vorrebbe
“osare”. Cosa esprimono le bande di teppisti armati che rispondendo alla
sua chiamata assediano gli uffici dei governatori colpevoli di voler
salvare vite, se non una replica post-novecentesca dello squadristico
“me ne frego”? Di un dissennato, irragionevole ma potentissimo desiderio
di mostrarsi “più forte della morte” e ottenere da questo l’investitura
da Signore. Ovunque c’è uno strato, più o meno ampio a seconda del
grado di re-imbarbarimento del Paese, che trova nella sfida del virus il
“campo d’onore” nel quale misurare se stesso e trovare una mortifera
conferma di un Io traballante. Le più recenti immagini del Presidente
impudicamente a volto scoperto, unico senza mascherina, a marcare la
differenza tra il Superuomo e gli ometti comuni (ultima esibizione
proprio in una fabbrica di mascherine) sono la rappresentazione plastica
di quell’estetica della morte tragicamente ritornante.
D’altra
parte che cos’è qui da noi quella squilibrata nei toni e irresponsabile
nei contenuti “Lettera a Mattarella”, sottoscritta da 74 personalità
rappresentative di quello che è stato descritto come il “Gotha atlantico
neo-con”, contro l’”Orco filantropico” che in nome del contenimento
della pandemia e del salvataggio del maggior numero possibile di vite
umane sacrificherebbe brutalmente la libertà, se non un’ obliqua,
non-detta ma implicita assunzione in “non cale” della morte, accettata,
messa in conto, accolta (quella altrui) come condizione della pienezza
della vita (propria). L’idea, perversa, che la vita “ornata” (e onorata)
degli uni – dei forti, degli Herren, dei Signori – per esser vissuta
appieno, possa (e debba) presupporre l’esposizione alla morte della
“vita nuda” degli altri. L’abbandono al rischio delle vite di scarto, le
vite-non-vite dei fragili, dei vecchi, dei malati cronici, dei
confinati nei cronicari, la cui sopravvivenza non dev’essere di ostacolo
al pieno dispiegarsi della libertà dei sani, dei giovani, dei
produttivi, dei dinamici, delle “eccellenze”… E poi Salvini: Salvini (16
marzo) che a volto scoperto passeggia per Roma con la fidanzata in
pieno confinamento; Salvini (27 aprile) che senza mascherina invoca
“dopo 47 giorni di reclusione basta! Fateci uscire, fateci guadagnare,
fateci lavorare”; Salvini (30 aprile) che ancora una volta senza nessuna
protezione, annunzia l’occupazione delle aule parlamentari per
rivendicare date certe e riaperture rapide, mentre le immagini dei
manipoli leghisti accampati nell’aula (“sorda e grigia”?) fanno il giro
del mondo…
E’
difficile immaginare, quando il velo funebre della pandemia si
solleverà, in quale mondo ci troveremo a vivere. In quale società. In
quale politica. Certo è vero che un indizio non vale una prova, ma se il
buon giorno si vede dal mattino temo che dovremo mettere in conto che
questa cultura della morte continuerà ad aggirarsi tra di noi mettendo
la propria ipoteca sui modelli di governo e di comando che regoleranno i
nostri sistemi di relazioni, se non sapremo “riaprire il tempo”. Non
solo immaginare ma avviare una qualche forma di trascendimento
dell’esistente che ci salvi dalla “disperazione culturale”. Se dovesse
sciaguratamente prevalere il “tutto come prima”, cadremmo in
un’infinitamente peggio di prima, di cui il Novecento ci ha già offerto
esempi terrificanti.
In un luminoso documento del collettivo “Malgrado tutto” intitolato Piccolo manifesto in tempi di pandemia,
accanto alla denuncia del pericolo (“l’esperienza che viviamo offre al
biopotere un terreno di sperimentazione senza precedenti: la possibilità
di disciplinare e controllare le popolazioni di interi paesi e
continenti”), contiene una ricetta salvifica nel riconoscimento della
nostra fragilità condivisa (“capiamo che non si tratta di essere forti o
deboli, vincenti o perdenti, ma che esistiamo, tutte e tutti,
attraverso questa fragilità che ci permette di provare la nostra
appartenenza al comune”).
Bene,
costruire questa “comunità dei fragili” per la vita, in alternativa
alle tetre “Compagnie della morte” dei forti, è la via.