Donne e lavoro, perché la pandemia rischia di spingerci indietro
Annalisa Camilli
Internazionale 27/4
Con
un figlio di tre anni a casa, l’asilo nido chiuso, i nonni in un’altra
regione e la baby sitter in isolamento, per lavorare in pace durante la
quarantena ha cominciato a scappare sul terrazzo condominiale, che si è
trasformato in un ufficio a cielo aperto nei giorni di sole per trovare
un po’ di concentrazione.
Donata
Columbro è una freelance e di solito lavora in un coworking a Roma, una
scrivania che ha affittato insieme ad altri, dopo aver portato suo
figlio Filippo a scuola. Ma, adesso, come milioni di altre donne
italiane ha dovuto cambiare radicalmente le sue abitudini di vita e di
lavoro, soprattutto per quanto riguarda la gestione e la cura del
bambino.
Ora è
spaventata per ciò che l’aspetta nei prossimi mesi, con le scuole che
rimarranno chiuse molto probabilmente fino a settembre. “I primi giorni
ho provato un forte senso di frustrazione, un po’ per l’angoscia dovuta
alla situazione, un po’ per il fatto di lavorare da casa. Ero molto meno
produttiva”, racconta Columbro, originaria di Orbassano, in Piemonte,
che vive con suo marito e suo figlio a Roma, e lavora come consulente e
analista di dati. “Lavorando come freelance ho sempre dovuto negoziare
con il mio compagno i miei spazi di lavoro, da quando è nato Filippo.
Noi donne ci occupiamo di tutto di solito, trovare una baby sitter,
organizzare il tempo della famiglia e dei figli. A mio marito avevo
posto la questione della condivisione della responsabilità dal
principio”, ricorda.
Problema ignorato
Ma
l’epidemia ha spezzato gli equilibri faticosamente raggiunti in molte
famiglie italiane, con il risultato che tante donne si sono trovate a
lavorare da casa, dovendosi occupare anche dell’istruzione dei figli,
della loro salute, dei pasti e delle incombenze domestiche.
Improvvisamente sono ricaduti sulle loro spalle tutti quei lavori che
avevano affidato alla scuola o ad altre figure come i nonni, le baby
sitter e le colf. “Mio marito lavora in un ufficio stampa e in queste
settimane ha lavorato da casa. Abbiamo ragionato su come organizzarci
nella cosiddetta fase due: credo che ogni coppia dovrebbe farlo,
provando a condividere l’impegno del lavoro, della cura dei figli e
della casa”.
Con
la ripresa delle attività produttive il 4 maggio, sempre più donne si
troveranno nella difficoltà di conciliare il lavoro con i figli
Questo
non è possibile per tutte le donne, che spesso lavorano e guadagnano
meno dei propri compagni e quindi potrebbero dover rinunciare al loro
lavoro a causa della pandemia e della crisi economica che ne conseguirà.
“Mi sembra assurdo che il governo non si stia ponendo il problema per
la fase due, quando milioni di lavoratrici dovrebbero tornare al lavoro,
di chi si occuperà dei loro figli, con le scuole chiuse e i nonni
fuorigioco per via delle misure di distanziamento sociale”, conclude
Columbro.
Federica
Manente è in maternità dopo la nascita del secondo figlio, ma sta già
pensando a cosa succederà a settembre se le scuole non dovessero
riaprire: “Mi sento una miracolata perché per ora sono in maternità, ma
sono preoccupata perché vivo a Reggio Emilia, anche se sono veneta, e
non posso farmi aiutare dai nonni. Che poi anche potendo non potrebbero
occuparsi di una bambina di tre anni per dieci ore al giorno”, continua.
“Baby sitter a oltranza? Per quello che guadagno tanto vale
licenziarsi”.
Quali soluzioni?
Già
prima dell’epidemia in tutta Europa le donne in media trascorrevano
tredici ore alla settimana in più degli uomini a occuparsi della casa e
della famiglia. Con l’emergenza sanitaria, il lavoro domestico non
retribuito è aumentato in maniera considerevole per le donne. Questa
situazione è ancora più grave per i genitori single, che in Europa sono
donne nell’85 per cento dei casi. Secondo l’European institute for
gender equality (Eige), la metà dei genitori single è a rischio povertà.
Inoltre
le donne guadagnano in media il 16 per cento in meno rispetto agli
uomini e secondo il Center for economic policy research, una rete di
economisti con sede a Londra, le donne saranno più esposte alla perdita
del lavoro, perché hanno generalmente contratti peggiori e meno
garantiti, e il divario tra i loro stipendi e quelli degli uomini è
destinato ad allargarsi. È come se l’epidemia avesse portato alla luce
tutte le disuguaglianze e tra queste quella fondamentale tra uomini e
donne.
Infine
poche donne sono in posizioni dirigenziali anche nella gestione
dell’emergenza sanitaria e questo fa pensare che le classi dirigenti
europee presteranno poca attenzione a questo aspetto. In Italia, con il
decreto economico Cura Italia sono state concepite due misure di
sostegno per le donne che lavorano, il bonus baby sitter e l’estensione
del congedo parentale.
Il
presidente del consiglio Giuseppe Conte, durante la conferenza stampa
del 26 aprile, ha detto che sono state presentate 78mila domande per il
bonus per la baby sitter (un contributo una tantum di 600 euro) e
237mila richieste di congedi parentali straordinari a partire dal 9
marzo. Si tratta tuttavia di misure ancora insufficienti per far fronte
al fabbisogno delle famiglie italiane. Secondo i dati diffusi da Linda
Laura Sabbadini, direttrice centrale dell’Istat, le donne che hanno
continuato a lavorare sono i due terzi delle lavoratrici. E con la
ripresa delle attività produttive il 4 maggio, sempre più persone si
troveranno nella difficoltà di conciliare il lavoro con i figli.
Alcuni
politici e amministratori locali hanno lanciato delle idee per
sostenere il welfare rivolto soprattutto alle lavoratrici, ma i loro
appelli sono rimasti quasi del tutto inascoltati dal governo. Il sindaco
di Ravenna, Michele de Pascale, ha proposto di riaprire gli asili nido e
le scuole dell’infanzia, sfruttando gli spazi all’aperto e i musei.
Alcuni hanno proposto una sorta di “aspettativa covid” per non
trasformare le lavoratrici in casalinghe. Un gruppo di ricercatrici, con
l’appello Verso una democrazia della cura, ha lanciato la proposta di
sostenere il lavoro di baby sitter, colf e badanti, che sono così
centrali in questo momento per le famiglie, e per le quali non è stato
previsto alcun ammortizzatore sociale nel decreto Cura Italia.
“Come
evidenzia da decenni la teoria politica femminista, in gioco è il
modello antropologico su cui si fondano le forme della convivenza
sociale”, spiega la ricercatrice Giorgia Serughetti, autrice insieme a
Cecilia d’Elia di Libere tutte. “Contro il mito dell’autonomia di
matrice liberale, reinterpretato dal neoliberalismo come capitale umano
in competizione con altri (Wendy Brown), l’enfasi posta dal pensiero
femminista sulla condizione di vulnerabilità dell’essere umano induce un
completo rovesciamento dello sguardo sulla politica, rispetto a una
tradizione che ha espulso il corpo (e le donne, insieme ad altri
soggetti inferiorizzati) dalla polis. Induce, cioè, a riconcepire i
compiti della collettività verso i suoi membri partendo dalla
corporeità, dai bisogni, dai rapporti di dipendenza dell’essere umano
con gli altri e con l’ambiente naturale e sociale, dalle infrastrutture
sociali necessarie alla vita”.
Per
il momento, tuttavia, il governo italiano nel piano per la fase due,
annunciato da Conte il 26 marzo, non sembra aver preso in considerazione
questo cambiamento di prospettiva e nelle prossime settimane molte
donne e molte lavoratrici si troveranno di fronte al dilemma di come
conciliare il lavoro con i figli, lasciate da sole ancora una volta di
fronte a una questione che riguarda l’intera società. “Di cosa hanno
bisogno i pazienti di una pandemia? Di assistenza. E gli anziani in
isolamento? Di assistenza. E i bambini che non vanno a scuola? Di
assistenza. A causa dell’attuale struttura della forza lavoro, tutta
questa assistenza, questo lavoro di cura non retribuito, ricadrà sulle
spalle delle donne”, spiegava all’Atlantic Clare Wenham, docente
associata di politiche della salute alla London School of Economics. Una
questione che ci fa tornare indietro di decenni.