martedì 5 maggio 2020

E' TEMPO....SIAMO GIA ' IN ENORME RITARDO..

Guai a chiamarlo buonismo È altruismo nell’interesse di tutti

di Luigi Manconi
La volontà del governo e, in particolare, delle ministre Luciana Lamorgese e Teresa Bellanova di regolarizzare gli stranieri irregolari, occupati nell’attività domestica e nel lavoro agricolo, è assai apprezzabile: risponde alla richiesta proveniente da tutte le rappresentanze dei datori di lavoro e dai sindacati, da gran parte degli economisti e dall’intero associazionismo laico e religioso. La regolarizzazione di badanti e braccianti, infatti, è innanzitutto un interesse della società italiana, reso ancora più urgente dall’esplosione della pandemia. Le badanti e, più in generale, le persone addette al lavoro domestico e di cura - per metà straniere e in larga misura irregolari - costituiscono, ormai da decenni, quel welfare informale che ha sostituito o integrato il processo di riduzione della protezione sociale fornita dal sistema pubblico. Di più: quel welfare informale (extracontrattuale e a tratti volontaristico) rappresenta in molti casi il "fattore umano", connotato da soggettività e personalizzazione, nei confronti di una popolazione anziana, dove gli over sessantacinquenni rappresentano il 23% del totale.
E nell’accudimento di bambini che il lavoro delle madri e la carenza di asili e strutture pubbliche inevitabilmente inducono a trascurare. E ciò in ambienti soggetti a forme di crescente disgregazione, solitudine sociale e povertà relazionale.
Si pensi, poi, alla filiera agroalimentare. Qui il coronavirus ha avuto tre effetti dirompenti: ha chiuso le frontiere impedendo l’arrivo in Italia di alcune centinaia di migliaia di lavoratori stagionali; ha indotto a un ulteriore più rigida clandestinità i braccianti irregolari; ha penalizzato la raccolta e la commercializzazione di molti prodotti ortofrutticoli destinati a marcire. Più in generale, il timore del contagio costringe gli irregolari a una vita sempre più sommersa, congestionata e promiscua, sottraendoli a tutte le forme di controllo, sia quelle delle autorità di polizia, sia quelle sanitarie di prevenzione e profilassi. Insomma, la "emersione" di queste persone può essere un contributo essenziale alla tutela della salute collettiva. Al contrario, la permanenza di zone franche e di ghetti ai margini delle città, o nelle loro pieghe in ombra, rischia di sviluppare nuovi focolai di infezione che sfuggono a qualunque politica di monitoraggio. Non solo: un intelligente progetto di regolarizzazione di chi, spesso da anni, lavora nelle nostre case e nelle nostre campagne, può rafforzare le stesse istituzioni dello Stato, grazie al ricorso a un sistema pubblico di riconoscimento, fatto di documenti d’identità, permessi di soggiorno rinnovabili, contratti di lavoro regolari, tessere sanitarie. In altre parole, un primo accesso al sistema della cittadinanza, che incrementerebbe le entrate fiscali e aiuterebbe a ridurre il lavoro nero, a contrastare gli intermediari criminali (il caporalato), a contribuire all’inclusione di quote significative di irregolari all’interno delle comunità locali, disinnescando parte della conflittualità tra residenti e stranieri. Una tale politica, in sostanza, è una misura importante per il rafforzamento dello Stato come tutore della legalità e garante della convivenza tra gruppi, strati sociali, etnie differenti. Dunque, quella del governo è "cosa buona e giusta" e, mi raccomando, il richiamo alla liturgia cattolica dell’Avvento non deve suggerire alcuna affinità col buonismo (parola indecente, ultimo rifugio dei reazionari). La proposta di regolarizzazione è, piuttosto, espressione di quell’altruismo interessato che trova, nelle politiche di inclusione di quanti sono privi di garanzie, una risorsa per l’intera società nazionale.

La Repubblica 5/5