Guai a chiamarlo buonismo È altruismo nell’interesse di tutti
di Luigi Manconi
La
volontà del governo e, in particolare, delle ministre Luciana Lamorgese
e Teresa Bellanova di regolarizzare gli stranieri irregolari, occupati
nell’attività domestica e nel lavoro agricolo, è assai apprezzabile:
risponde alla richiesta proveniente da tutte le rappresentanze dei
datori di lavoro e dai sindacati, da gran parte degli economisti e
dall’intero associazionismo laico e religioso. La regolarizzazione di
badanti e braccianti, infatti, è innanzitutto un interesse della società
italiana, reso ancora più urgente dall’esplosione della pandemia. Le
badanti e, più in generale, le persone addette al lavoro domestico e di
cura - per metà straniere e in larga misura irregolari - costituiscono,
ormai da decenni, quel welfare informale che ha sostituito o integrato
il processo di riduzione della protezione sociale fornita dal sistema
pubblico. Di più: quel welfare informale (extracontrattuale e a tratti
volontaristico) rappresenta in molti casi il "fattore umano", connotato
da soggettività e personalizzazione, nei confronti di una popolazione
anziana, dove gli over sessantacinquenni rappresentano il 23% del
totale.
E
nell’accudimento di bambini che il lavoro delle madri e la carenza di
asili e strutture pubbliche inevitabilmente inducono a trascurare. E ciò
in ambienti soggetti a forme di crescente disgregazione, solitudine
sociale e povertà relazionale.
Si
pensi, poi, alla filiera agroalimentare. Qui il coronavirus ha avuto
tre effetti dirompenti: ha chiuso le frontiere impedendo l’arrivo in
Italia di alcune centinaia di migliaia di lavoratori stagionali; ha
indotto a un ulteriore più rigida clandestinità i braccianti irregolari;
ha penalizzato la raccolta e la commercializzazione di molti prodotti
ortofrutticoli destinati a marcire. Più in generale, il timore del
contagio costringe gli irregolari a una vita sempre più sommersa,
congestionata e promiscua, sottraendoli a tutte le forme di controllo,
sia quelle delle autorità di polizia, sia quelle sanitarie di
prevenzione e profilassi. Insomma, la "emersione" di queste persone può
essere un contributo essenziale alla tutela della salute collettiva. Al
contrario, la permanenza di zone franche e di ghetti ai margini delle
città, o nelle loro pieghe in ombra, rischia di sviluppare nuovi focolai
di infezione che sfuggono a qualunque politica di monitoraggio. Non
solo: un intelligente progetto di regolarizzazione di chi, spesso da
anni, lavora nelle nostre case e nelle nostre campagne, può rafforzare
le stesse istituzioni dello Stato, grazie al ricorso a un sistema
pubblico di riconoscimento, fatto di documenti d’identità, permessi di
soggiorno rinnovabili, contratti di lavoro regolari, tessere sanitarie.
In altre parole, un primo accesso al sistema della cittadinanza, che
incrementerebbe le entrate fiscali e aiuterebbe a ridurre il lavoro
nero, a contrastare gli intermediari criminali (il caporalato), a
contribuire all’inclusione di quote significative di irregolari
all’interno delle comunità locali, disinnescando parte della
conflittualità tra residenti e stranieri. Una tale politica, in
sostanza, è una misura importante per il rafforzamento dello Stato come
tutore della legalità e garante della convivenza tra gruppi, strati
sociali, etnie differenti. Dunque, quella del governo è "cosa buona e
giusta" e, mi raccomando, il richiamo alla liturgia cattolica
dell’Avvento non deve suggerire alcuna affinità col buonismo (parola
indecente, ultimo rifugio dei reazionari). La proposta di
regolarizzazione è, piuttosto, espressione di quell’altruismo
interessato che trova, nelle politiche di inclusione di quanti sono
privi di garanzie, una risorsa per l’intera società nazionale.
La Repubblica 5/5