martedì 19 maggio 2020

IL SENSO DEL FUTURO AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Scrive il filosofo Umberto Galimberti: «Il cambiamento imposto dal coronavirus sembra una sofferenza difficile da sopportare, anche se l'umanità ha superato di molto peggio. […]

Siamo di fronte all'inaspettato: pensavamo di controllare tutto e invece non controlliamo nulla nell'istante in cui la biologia esprime leggermente la sua rivolta. Dico leggermente, perché questo è solo uno dei primi eventi biologici che denunceranno, da qui in avanti, gli eccessi della nostra globalizzazione.
Se questo è il quadro, c'è forse un'incapacità di evolverci, come esseri umani? Il Cristianesimo ha diffuso in Occidente un ottimismo che ci ha insegnato a pensare in questi termini: il passato è male, il presente è redenzione e il futuro è salvezza. Questa modalità di considerare il tempo è stata acquisita dalla scienza, che a sua volta dice che il passato è ignoranza, il presente è ricerca e il futuro è progresso. Persino Karl Marx è un grande cristiano quando predica che il passato è ingiustizia sociale, il presente farà esplodere le contraddizioni del capitalismo e il futuro renderà giustizia sulla Terra. E Sigmund Freud, che pure scrive un libro contro la religione, sostiene che i traumi e le nevrosi si compongono nel passato, che il presente sia magico e che il futuro sia guarigione. Non è così. Il futuro non è il tempo della salvezza, non è attesa, non è speranza. Il futuro è un tempo come tutti gli altri. Non ci sarà una provvidenza che ci viene incontro e risolve i problemi nella nostra inerzia. Speriamo, auguriamoci, auspichiamo: sono tutti verbi della passività. Stiamo fermi e il futuro provvederà: non è così
».

da https://www.gqitalia.it/news/article/umberto-galimberti-filosofo-coronavirs

 

Mi guarderò bene dal commentare gli aspetti storico-politici di queste affermazioni. Mi soffermerò invece sul riferimento che Galimberti fa al Cristianesimo. È indubbio che un certo cattolicesimo della tradizione trasmetta questa immagine secondo la quale il futuro è per intero nelle mani di Dio, così come lo stesso presente. Se ci fate caso gran parte delle preghiere è ancora oggi Signore fa' che… dove la parte dell'uomo è semplicemente quella di affidarsi docilmente alle mani di Dio, alla "provvidenza", alla madonna, ai santi. Lo si è visto anche in questi giorni di coronavirus: abbiamo un bel fare discorsi di una certa levatura se poi affidiamo Racconigi alla Immacolata e le chiediamo che ci salvi oggi dal coronavirus come ci ha salvati dalla peste nel 1631! In questo modo, ricorriamo ad un pensiero talmente forte da superare tutte le più belle parole e intenzioni e andare diritti all'immaginario dei fedeli ed al … Medioevo. Stupisce però che anche intellettuali e pensatori della levatura di Galimberti in tema di religione si riferiscano ad una fede che, l'abbiano abbandonata o meno, è probabilmente ancora quella di catechistica memoria. È quel tipo di fede che prefigura un futuro radioso: come potrebbe la "provvidenza" non condurci ad esso! In ottica "provvidenza" avrebbe dunque ragione Galimberti: per la religione, il futuro, anche quello terreno, è la salvezza. Tutti vediamo però che questo non è nella realtà delle cose.

Galimberti poi però recupera la figura dell'uomo che si confronta col dolore legato alla sua stessa dimensione di creatura, quando scrive: «Quindi cosa dobbiamo fare? Non c'è niente da fare, c'è da subire. Accettiamo che siamo precari: ce lo siamo dimenticati? Rendiamoci conto che non abbiamo più le parole per nominare la morte perché l'abbiamo dimenticata. […] (Una volta) C'erano le guerre, le carestie, le pestilenze. Esisteva, concreta, una relazione con la fine. Oggi l'abbiamo persa. Quando qualcuno sta male, mancano le parole per confortarlo. Diciamo: vedrai che ce la farai. Che sciocchezza. Che bugia. Perché abbiamo perso il contatto con il dolore, con il negativo della vita».

E richiama al valore della solidarietà: «(l'egoismo) È già il valore primario nella nostra cultura. La solidarietà è andata a picco in questi anni. Individualismo, narcisismo, egoismo: sono tutte figure di solitudine. La socializzazione si è ridotta alla propria parvenza digitale. […] Nell'isolamento e nelle avversità, gli esseri umani hanno bisogno di sentire di non essere soli a lottare».

Allora, come non avvertire la necessità di abbandonare il Cristianesimo della "provvidenza" per un Cristianesimo che faccia riferimento al Dio di quel Gesù che ci chiama alla solidarietà, alla condivisione, a superare egoismi e tornaconti. Un futuro migliore da solo non verrà mai, lo sarà soltanto se sapremo unirci gli uni agli altri in progetti concreti, in una parola se lo sapremo costruire nella realtà. Sicuri che non lotteremo da soli.

Guido Piovano

(da Insonnia mensile di Racconigi, maggio 2020, pag. 6 - contatti@insonniaracconigi.it)