La Chiesa si divide sui tre preti finiti nel mirino della procura
Torino. La vicenda dei tre sacerdoti torinesi - don Damiano Cavallaro, don Luciano Tiso e don Salvatore Vitiello - con l'occhio aperto della Procura su di loro e quello chiuso della Curia sta scuotendo la diocesi di Torino. Abuso psicologico nella ricerca di vocazioni maschili e femminili? Metodi disinvolti da setta? Perché l'arcivescovo Cesare Nosiglia sta in silenzio? Al settimanale cattolico La voce il tempo le bocche sono cucite: «Non sappiamo nulla, vedrete semmai sul giornale in edicola domani».
In redazione a Repubblica sono arrivati commenti, messaggi, telefonate, la testimonianza di altre famiglie coinvolte. Soprattutto di sacerdoti in grande imbarazzo e che hanno timori a esporsi. Il caso è finito anche in via Aurelia, sede della Conferenza episcopale, e oltre Tevere. Molti chiedono: perché adesso, se la questione si conosce da tempo? Risposta: perché lo abbiamo saputo ora e verificato, apprendendo di un dossier in Procura. «Notizia attesa da tempo...», commenta don Fredo Olivero. Amareggiato e duro don Ruggero Marini, parroco di San Giacomo a La Loggia, che esce allo scoperto su Facebook: «Tanti sanno e troppi professori sembrano complici. In Curia ci sono "vergognose lobby". Non so se il vescovo è solo vittima. Nessuna caccia alle streghe, ma nessun Ponzio Pilato». Ribatte l'ex vicesindaco Marco Calgaro: «Eviterei di sparare a zero su sacerdoti, ne conosco due, che a me paiono degnissimi».
Il caso sta mettendo in evidenza un disagio profondo nella Chiesa locale, anche in molti laici: «Quello dei preti ordinati perché ce n'è bisogno - scrive Raffaella Capetti, "una cristiana della diocesi di Torino" - sta diventando un problema sempre più grave. Si presentano con la "loro" vocazione e perciò va da sé che saranno ordinati: senza discernimento e senza badare a chi ha la responsabilità della loro formazione e porta obiezioni, ai loro compagni di studi che ben li conoscono, ai parroci che li hanno conosciuti nel loro tirocinio pastorale». Non basta: «Chi ha qualche responsabilità in parrocchia o in diocesi - incalza -, sempre più spesso si ritrova a dover consolare e sostenere persone sconcertate, ferite o disgustate da questi preti di cui non abbiamo bisogno e che quando arrivano nelle parrocchie fanno disastri e dividono le comunità. La voglia sarebbe quella di chiedere ragione di queste scelte al vescovo e ai suoi collaboratori stretti. A volte succede. E spesso ci si sente ricacciare al proprio posto di laici, peggio se donne: incapaci di discernere, non credibili, non autorizzati, e fatevi i fatti vostri che con i vostri pastori siete in buone mani».
C'è chi difende i tre: «Non sono una setta, ma tre normali sacerdoti diocesani - obietta l'avvocato torinese Alessandro Martinez -; don Tiso è parroco molto apprezzato, aiuta molte persone, soprattutto la comunità Sudamericana; celebrano messe con rito post-conciliare, rosari, adorazioni eucaristiche, tutte nel pieno rispetto dell'ortodossia cattolica. Don Damiano mi è stato particolarmente vicino quando a dicembre è mancata mia madre, ha celebrato il funerale ed è stato apprezzato da tutti i partecipanti. Ho letto l'intervista di domenica, non riscontro rilievi penali nel racconto della ragazza, evidentemente problematica, che alla fine ha liberamente deciso di non intraprendere la vita consacrata».
Intanto, però, altre famiglie confermano l'esperienza terribile di Maria: «Stesso copione». Martinez punzecchia Repubblica, «tempio del laicismo diventato guardiano del Papa». Bergoglio, in realtà, sta insistendo molto sulla necessità di non fare proselitismo... La mamma di un'altra ragazza finita in monastero insiste: «Non dite che siamo contro la Chiesa. C'è gente magnifica, ci sono preti splendidi. Però, con la scusa della misericordia tra sacerdoti, si nascondono spesso fatti gravi. Non è così che è esploso il dramma della pedofilia?».
Francesco Antonioli
(la Repubblica 22 aprile)
Torino. La vicenda dei tre sacerdoti torinesi - don Damiano Cavallaro, don Luciano Tiso e don Salvatore Vitiello - con l'occhio aperto della Procura su di loro e quello chiuso della Curia sta scuotendo la diocesi di Torino. Abuso psicologico nella ricerca di vocazioni maschili e femminili? Metodi disinvolti da setta? Perché l'arcivescovo Cesare Nosiglia sta in silenzio? Al settimanale cattolico La voce il tempo le bocche sono cucite: «Non sappiamo nulla, vedrete semmai sul giornale in edicola domani».
In redazione a Repubblica sono arrivati commenti, messaggi, telefonate, la testimonianza di altre famiglie coinvolte. Soprattutto di sacerdoti in grande imbarazzo e che hanno timori a esporsi. Il caso è finito anche in via Aurelia, sede della Conferenza episcopale, e oltre Tevere. Molti chiedono: perché adesso, se la questione si conosce da tempo? Risposta: perché lo abbiamo saputo ora e verificato, apprendendo di un dossier in Procura. «Notizia attesa da tempo...», commenta don Fredo Olivero. Amareggiato e duro don Ruggero Marini, parroco di San Giacomo a La Loggia, che esce allo scoperto su Facebook: «Tanti sanno e troppi professori sembrano complici. In Curia ci sono "vergognose lobby". Non so se il vescovo è solo vittima. Nessuna caccia alle streghe, ma nessun Ponzio Pilato». Ribatte l'ex vicesindaco Marco Calgaro: «Eviterei di sparare a zero su sacerdoti, ne conosco due, che a me paiono degnissimi».
Il caso sta mettendo in evidenza un disagio profondo nella Chiesa locale, anche in molti laici: «Quello dei preti ordinati perché ce n'è bisogno - scrive Raffaella Capetti, "una cristiana della diocesi di Torino" - sta diventando un problema sempre più grave. Si presentano con la "loro" vocazione e perciò va da sé che saranno ordinati: senza discernimento e senza badare a chi ha la responsabilità della loro formazione e porta obiezioni, ai loro compagni di studi che ben li conoscono, ai parroci che li hanno conosciuti nel loro tirocinio pastorale». Non basta: «Chi ha qualche responsabilità in parrocchia o in diocesi - incalza -, sempre più spesso si ritrova a dover consolare e sostenere persone sconcertate, ferite o disgustate da questi preti di cui non abbiamo bisogno e che quando arrivano nelle parrocchie fanno disastri e dividono le comunità. La voglia sarebbe quella di chiedere ragione di queste scelte al vescovo e ai suoi collaboratori stretti. A volte succede. E spesso ci si sente ricacciare al proprio posto di laici, peggio se donne: incapaci di discernere, non credibili, non autorizzati, e fatevi i fatti vostri che con i vostri pastori siete in buone mani».
C'è chi difende i tre: «Non sono una setta, ma tre normali sacerdoti diocesani - obietta l'avvocato torinese Alessandro Martinez -; don Tiso è parroco molto apprezzato, aiuta molte persone, soprattutto la comunità Sudamericana; celebrano messe con rito post-conciliare, rosari, adorazioni eucaristiche, tutte nel pieno rispetto dell'ortodossia cattolica. Don Damiano mi è stato particolarmente vicino quando a dicembre è mancata mia madre, ha celebrato il funerale ed è stato apprezzato da tutti i partecipanti. Ho letto l'intervista di domenica, non riscontro rilievi penali nel racconto della ragazza, evidentemente problematica, che alla fine ha liberamente deciso di non intraprendere la vita consacrata».
Intanto, però, altre famiglie confermano l'esperienza terribile di Maria: «Stesso copione». Martinez punzecchia Repubblica, «tempio del laicismo diventato guardiano del Papa». Bergoglio, in realtà, sta insistendo molto sulla necessità di non fare proselitismo... La mamma di un'altra ragazza finita in monastero insiste: «Non dite che siamo contro la Chiesa. C'è gente magnifica, ci sono preti splendidi. Però, con la scusa della misericordia tra sacerdoti, si nascondono spesso fatti gravi. Non è così che è esploso il dramma della pedofilia?».
Francesco Antonioli
(la Repubblica 22 aprile)