Cosa ci ha insegnato la pandemia?
Niente.
Torneremo il precedente stile di vita con la foga di chi ha vissuto un periodo di astinenza
In
questi giorni di coronavirus ci viene continuamente detto e rassicurato
che tutto tornerà alla normalità. Ma è questa la normalità a cui ci ha
portato il nostro stile di vita. In un mondo globalizzato come il nostro
i risultati sono quelli attuali. Pensiamo ai processi di produzione
della carne, in particolare quella suina e agricola. In passato la
popolazione animale si distribuiva in piccole fattorie di tipo
familiare, oggi la mega produzione di carne negli allevamenti lager
converte ciascun animale in una sorta di laboratorio di mutazione
virale. Nel pieno attuale della pandemia ci affanniamo a cercare il
colpevole, ma il colpevole è il nostro stile di vita. La massimizzazione
del profitto a cui tende la nostra società non rispetta le risorse
naturali, perché le risorse non sono più considerati una ricchezza, ma
uno strumento da sfruttare per sempre maggiori guadagni. Il neo
liberismo ha mutato ai nostri occhi il capitalismo in uno stato naturale
di vita. Non c'è una normalità alla quale ritornare, perché questa è la
normalità a cui il nostro stile di vita ci ha portato.
Salvatore Passaniti
Per
noi occidentali è normale che se premiamo un interruttore si accende la
luce, se apriamo il rubinetto scende l'acqua, se ruotiamo una manopola
si accende il gas e se per una settimana, per qualsiasi incidente,
queste possibilità non ci fossero date si bloccherebbe tutto.
Queste
disponibilità a cui non prestiamo ormai la minima attenzione, ci
segnalano anche quanta precarietà caratterizza la nostra esistenza, in
ogni suo aspetto dipendente dalla tecnica, per cui non ho alcun
esitazione nell'affermare che noi occidentali siamo il popolo più debole
della terra, perché siamo i più tecnicamente assistiti.
Se
Marx, a suo tempo, poteva dire che la vita dell'uomo è regolata "dal
ricambio organico" con la natura, oggi dobbiamo dire che persino il
rapporto con la natura che lei, caro lettore, evoca è mediata dalla
tecnica. Se volgiamo uno sguardo alla monotonia di distese di cereali,
solcate da mietitrici solitarie e irrorate, nei paesi tecnologicamente
più avanzati, da antiparassitari erogati in volo, abbiamo un esempio
indicativo di come la tecnica, nel suo provocare la natura, come dice
Heidegger in realtà la denaturalizza, creando un paesaggio così poco
naturale che persino una grande fabbrica offre un volto più umano.
Se
poi dal mondo vegetale passiamo al mondo animale, l'estrema
degradazione di essere viventi, sottratti al loro ambiente naturale,
alimentati forzatamente anche con farmaci antibiotici a causa del loro
affollamento, sottoposti a illuminazione artificiale, deprivati
sensorialmente e così trasformati in macchine da uova e da carne, è la
prova più evidente di come la tecnica snaturi la terra e distanzi ogni
cosa dal suo antico radicamento naturale. Ma ormai anche la natura, per
effetto dell'incremento demografico ha forse superato il suo limite
biologico, per cui senza l'intervento della tecnica, non è più in grado
di provvedere alla sussistenza delle sue creature. Ma proprio quando
anche la regolazione dei processi naturali è trasferita alla tecnica,
non sono da escludere, come la pandemia in atto, anche processi
catastrofici, che, a differenza di quelli naturali, avvengono per
l'incrocio casuale dei processi di produttività ed efficienza, tipici
della tecnica, là dove oltrepassano i limiti della natura.
Se
poi consideriamo che oggi, come ci ricorda Guenther Anders: "la nostra
capacità di fare è di gran lunga superiore alla nostra capacità di
prevedere gli effetti del nostro fare" possiamo concederci l'ottimismo
di chi pensa che presto potremo tornare alle condizioni di vita a cui
eravamo abituati prima della pandemia?
Se
infine consideriamo che il denaro è diventato il generatore simbolico
di tutti i valori o, come dice lei, che: la massima azione del profitto
non rispetta le leggi naturali, perché le risorse della natura sono
sfruttate per sempre maggiori guadagni", il cerchio si chiude. E
l'ottimismo che ha sollecitato l'apertura della fase due, con la leggera
euforia collettiva che ha accompagnato il desiderio di tornare al
nostro precedente stile di vita, si rivela per quello che è: la
prerogativa delle persone poco informate.
Venerdì di Repubblica 23 maggio 2020