sabato 30 maggio 2020

RISPONDE UMBERTO GALIMBERTI

Cosa ci ha insegnato la pandemia?
Niente. 
Torneremo il precedente stile di vita con la foga di chi ha vissuto un periodo di astinenza 
In questi giorni di coronavirus ci viene continuamente detto e rassicurato che tutto tornerà alla normalità. Ma è questa la normalità a cui ci ha portato il nostro stile di vita. In un mondo globalizzato come il nostro i risultati sono quelli attuali. Pensiamo ai processi di produzione della carne, in particolare quella suina e agricola. In passato la popolazione animale si distribuiva in piccole fattorie di tipo familiare, oggi la mega produzione di carne negli allevamenti lager converte ciascun animale in una sorta di laboratorio di mutazione virale. Nel pieno attuale della pandemia ci affanniamo a cercare il colpevole, ma il colpevole è il nostro stile di vita. La massimizzazione del profitto a cui tende la nostra società non rispetta le risorse naturali, perché le risorse non sono più considerati una ricchezza, ma uno strumento da sfruttare per sempre maggiori guadagni. Il neo liberismo ha mutato ai nostri occhi il capitalismo in uno stato naturale di vita. Non c'è una normalità alla quale ritornare, perché questa è la normalità a cui il nostro stile di vita ci ha portato.
 Salvatore Passaniti

Per noi occidentali è normale che se premiamo un interruttore si accende la luce, se apriamo il rubinetto scende l'acqua, se ruotiamo una manopola si accende il gas e se per una settimana, per qualsiasi incidente, queste possibilità non ci fossero date si bloccherebbe tutto. 
Queste disponibilità a cui non prestiamo ormai la minima attenzione, ci segnalano anche quanta precarietà caratterizza la nostra esistenza, in ogni suo aspetto dipendente dalla tecnica, per cui non ho alcun esitazione nell'affermare che noi occidentali siamo il popolo più debole della terra, perché siamo i più tecnicamente assistiti. 
Se Marx, a suo tempo, poteva dire che la vita dell'uomo  è regolata "dal ricambio organico" con la natura, oggi dobbiamo dire che persino il rapporto con la natura che lei, caro  lettore, evoca è mediata dalla tecnica. Se  volgiamo uno sguardo alla monotonia di distese di cereali, solcate da mietitrici solitarie e irrorate, nei paesi tecnologicamente più avanzati, da antiparassitari erogati in volo, abbiamo un esempio indicativo di come la tecnica, nel suo provocare la natura, come dice Heidegger in realtà la denaturalizza, creando un paesaggio così poco naturale che persino una grande fabbrica offre un volto più umano. 
Se poi dal mondo vegetale passiamo al mondo animale, l'estrema degradazione di essere viventi, sottratti al loro ambiente naturale, alimentati forzatamente anche con farmaci antibiotici a causa del loro affollamento, sottoposti a illuminazione artificiale, deprivati sensorialmente e così trasformati in macchine da uova e da carne, è la prova più evidente di come la tecnica snaturi la terra e distanzi ogni cosa dal suo antico radicamento naturale. Ma ormai anche la natura, per effetto dell'incremento demografico ha forse superato il suo limite biologico, per cui senza l'intervento della tecnica, non è più in grado di provvedere alla sussistenza delle sue creature. Ma proprio quando anche la regolazione dei processi naturali è trasferita alla tecnica, non sono da escludere, come la pandemia in atto, anche processi catastrofici, che, a differenza di quelli naturali, avvengono per l'incrocio casuale dei processi di produttività ed efficienza, tipici della tecnica, là dove oltrepassano i limiti della natura. 
Se poi consideriamo che oggi, come ci ricorda Guenther Anders: "la nostra capacità di fare è di gran lunga superiore alla nostra capacità di prevedere gli effetti del nostro fare" possiamo concederci l'ottimismo di chi pensa che presto potremo tornare alle condizioni di vita a cui eravamo abituati prima della pandemia? 
Se infine consideriamo che il denaro è diventato il generatore simbolico di tutti i valori o, come dice lei, che: la massima azione del profitto non rispetta le leggi naturali, perché le risorse della natura sono sfruttate per sempre maggiori guadagni", il cerchio si chiude. E l'ottimismo che ha sollecitato l'apertura della fase due, con la leggera euforia collettiva che ha accompagnato il desiderio di  tornare al nostro precedente stile di vita, si rivela per quello che è: la prerogativa delle persone poco informate. 

Venerdì di Repubblica 23 maggio 2020