La pandemia dei Rohingya Ostaggi nel campo profughi senza aiuti né cure mediche
Carlo Pizzati
CHENNAI (INDIA)
Ricordate i 740 mila profughi Rohingya scacciati dalla Birmania
fino in Bangladesh tre anni fa? Ecco, sono ancora lì. Sommati ai più di
200 mila esuli che già occupavano la provincia bengalese di Cox's
Bazar, oggi si è arrivati a un milione di persone: il record del campo
profughi più affollato al mondo. Ora pensate alla nostra Era della
Pandemia, cioè alla minaccia del Covid-19.
Difficile non pensarci. In questo
campo profughi, la chiusura totale è iniziata solo a metà aprile, con
il filo spinato nelle recinzioni, i posti di blocco nelle arterie
principali, i pattugliamenti dentro e attorno ai campi e limitando
dell'80 % gli spostamenti del personale di assistenza. Internet è
proibito da settembre, e così girano tante voci infondate nel
passaparola di questa metropoli di baracche raffazzonate con pali di
bambù e tela cerata. Qui sopravvivono, leggete bene, 40 mila
sfortunati per chilometro quadrato. Un'intera cittadina in un
chilometro quadrato, un dato che conquista un altro brutto record: la
densità demografica più alta al mondo.
Il sistema
immunitario dei profughi è indebolito per le pessime condizioni. Con
l'esodo del 2017, ci fu un'esplosione di difterite, l'anno dopo di
colera e diarrea. È un mondo sovraffollato, ristretto, maleodorante per
le fogne che strabordano ovunque, dove la mancanza d'informazione
diventa un pericolo. A marzo, migliaia di Rohingya si sono raggruppati
nel cuore della notte, chiamati dal muezzin, perché s'era sparsa la voce
che solo la preghiera poteva fermare il Covid-19. Ora le moschee, che
prima erano affollate, sono vuote. I bambini che giocavano schiamazzando
nei viottoli sono relegati alle baracche. I mercati a cielo aperto, che
ribollivano di vita e attività, sono muti, molti i chioschetti chiusi, alcuni bruciacchiati da un incendio scoppiato qualche notte fa.
La soluzione «temporanea»
Per ora non ci sono contagi, ma la settimana scorsa una signora 65enne di Ramu,
un villaggio confinante, è morta di coronavirus. «È impensabile cosa
potrebbe accadere se esplodesse qui», dice Mohammed Zobair, un veterano
dell'esilio che vive a Cox's Bazar dal 1992, confinato in quella che
doveva essere una soluzione temporanea ed è invece dove i Rohingya
nascono, crescono, diventano adulti, si sposano, fanno figli e si
spengono. «Se uno di noi lo prende cosa faremo? Moriremo tutti in
silenzio. Ci sentiamo inutili, in questo mondo. Non c'è pace, non c'è
felicità, non c'è divertimento. I miei sono morti qui, la mia vita
finirà qui e anche la vita della prossima generazione finirà qui. Non
abbiamo alcuna speranza».
Forse non moriranno tutti in un possibile contagio, ma le stime dicono
che in questo contesto 200 mila profughi verrebbero spazzati via. Con
12 abitanti per baracca, non può esistere l'auto-isolamento. «Non siamo
in grado di rispettare la distanza sociale, certo che sono preoccupata»,
dice Noor Hassain,
un'altra profuga. Il prof. Azeem Ibrahim, autore di «I Rohingya: dentro
il genocidio nascosto della Birmania» è pessimista: «Se qui arriva il
virus, si scatena l'inferno. I Rohingya ora devono affrontare un
assassino peggiore dell'esercito birmano che li ha cacciati da casa
loro».
Ma il temibile Tatmadaw,
le forze armate birmane che lottano contro i ribelli musulmani Rohingya
dell'esercito di Arakan nella regione al confine con il Bangladesh,
Rakhine, non hanno smesso di spingere profughi verso Nord. Ad aprile,
l'esercito di Arakan aveva proposto un cessate il fuoco di due mesi per
far fronte alla pandemia. Il Tatmadaw ha detto di no, aumentando
attacchi aerei e d'artiglieria, ferendo e uccidendo decine di adulti e
bambini. Il 22 marzo ha bruciato 700 case nel villaggio di Kyauktaw,
facendo scomparire dieci Rohingya. Il 13 aprile l'artiglieria ha
colpito il villaggio di Kyauk Seik uccidendo otto civili, compresi due
bambini.
Il Bin Laden birmano
Avete presente la guerra del Vietnam? I massacri,
le torture, le sparizioni? Quello. L'esercito blocca anche gli aiuti e i
viveri per migliaia di persone oltre a impedire l'accesso alle cure
mediche. Un adolescente ferito, costretto ad aspettare a un posto di
blocco prima di raggiungere l'ospedale, è morto lì, in mezzo alla
strada. Un autista dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, alla guida
di un pulmino con contrassegni Oms, è stato ucciso a mitragliate. Tutto
ciò spinge centinaia e migliaia di neo-profughi a fuggire, aizzati
anche dal «Bin Laden birmano», com'è stato rinominato il monaco buddista
paramilitare Wirathu: «Non è il momento per la calma. È il momento di
reagire, il momento di far ribollire il sangue. I musulmani si
riproducono troppo in fretta, ci rubano le donne, le violentano.
Vorrebbero occupare il nostro Paese. Ma non glielo permetteremo. La
Birmania deve restare buddista».
Il contesto sta peggiorando anche
a Cox's Bazar. La solidarietà tra musulmani s'è ormai incrinata.
«All'inizio, tre anni fa, abbiamo accolto i profughi su base umanitaria,
lavorando sodo per trovargli cibo, vestiti e ripari. Adesso la
situazione è cambiata: sono diventati un peso per la comunità», si
lamenta Fazlul Kader, presidente dell'associazione Società Civile Forum.
I profughi che si trasferiscono
in città non ricevono più gli aiuti dalle fondazioni internazionali e,
non trovando lavoro, scivolano nel degrado. Risultato? Alcuni Rohingya
si danno alle rapine, al contrabbando di droga, ai sequestri di persona,
al traffico di schiavi, acuendo il conflitto con la comunità locale.
Dal 2017 a oggi sono fioccate 585 denunce nei confronti di mille e 300
Rohingya. Alcuni, poi, vendono illegalmente il surplus degli aiuti
umanitari, entrando in concorrenza con il commercio locale e innescando
risentimento e rabbia.
Nessuno li vuole. Allora si fugge di nuovo all'estero. Un paio di settimane fa, più di 500 Rohingya si sono
imbarcati su una flotta di pescherecci con l'intento di raggiungere le
coste della Malesia, nazione islamica. Ma le motovedette della guardia
costiera malese, dichiarando che ora le frontiere sono chiuse ovunque
nel mondo, li hanno ricondotti al largo. Scene che da anni vediamo nel
Mediterraneo: passeggeri disperati che bevono acqua di mare, più di 70
morti a bordo, cadaveri gettati tra le onde, ragazzi tra i 12 e 20 anni,
alcuni anche più giovani, ridotti a pelle e ossa. In questo momento,
centinaia di loro sono da qualche parte nel Golfo del Bengala, alla
deriva in due grandi pescherecci, in attesa di soccorsi. Un'imbarcazione
più piccola, con 43 Rohingya a bordo, è stata tratta in salvo dopo che
s'era incagliata a Sud del Bangladesh. I sopravvissuti sono stati subito
trasportati a Bhashan Char, un'isola a tre ore di navigazione dalla costa.
Sì, perché adesso nemmeno il Bangladesh
li rivuole. «Non possiamo sempre accollarci le responsabilità di altri
Paesi», è sbottato il ministro degli Esteri bengalese, Abdul Momen. Così
s'è pensato di trasferire i profughi su un'isola deserta nell'estuario
del fiume Meghna per risolvere il problema del crimine, dei conflitti
con i locali, dei nuovi esuli e, soprattutto, del rischio contagio da
Covid-19.
L'inferno si è trasferito su un'Alcatraz
a rischio alluvioni e maree, una triste Quarantine Island con difficile
accesso a cure mediche e scuole.
A riprova, per i profughi musulmani
Rohingya, del famoso detto secondo il quale quando s'è toccato il fondo,
si può sempre iniziare a scavare.
La Stampa 6/5