La fase 2 delle donne
di Linda Laura Sabbadini
Siamo
ormai entrati nella fase 2, quella in cui inizia la ricostruzione. Il
coronavirus è un nemico invisibile che ci ha privati della libertà e che
ci ha resi ancora più diseguali. Anche più diseguali fra uomini e
donne. La ripartenza deve trasformarsi in una occasione per rafforzare i
diritti delle donne e non per farli arretrare. E per questo dobbiamo
tener conto di alcuni aspetti. Il primo è che qualunque misura si decida
di mettere in atto tendenzialmente non è neutra, e ha ricadute di
genere. Che lo vogliamo o no. Se non si tiene conto dell’impatto anche
da un punto di vista di genere delle politiche, uomini e donne
inevitabilmente otterranno benefici ineguali dai loro effetti. Le
politiche dei governi, non solo nel nostro Paese, sono state spesso
gender blind , cieche dal punto di vista del genere, nel senso che non
si sono basate su una reale valutazione di impatto delle misure adottate
in ottica di genere. Ciò ha comportato una non adeguata valorizzazione
delle potenzialità femminili e effetti inattesi e non considerati di
aumento delle disuguaglianze di genere.
Pensiamo
allo smart working . Se possiamo dire di aver appurato in modo
definitivo che lo smart working , quale forma di flessibilità del
lavoro, non significa che lavorare da casa permetta di lavorare di meno,
ma semmai di più, abbiamo anche sperimentato che quello “involontario”
penalizza le donne, invece di aiutarle. Per le donne italiane, che sono
sovraccariche di lavoro di cura, lo smart working inteso come lavoro
flessibile, che si alterna con la presenza “fisica” sul lavoro può
essere una grande opportunità. Permette di liberare tempo per sé e
vivere una vita meno stressata, soprattutto in presenza di figli. E non
solo per loro. Le lavoratrici che hanno figli non sono poche, 3 milioni
quelle con figli con meno di 14 anni, di cui 1 milione 300 mila quelle
con figli fino a 5 anni. Purtroppo però lo smart working messo in atto
in questi giorni non è flessibile, è forzato necessariamente.
E
questo crea un problema per le donne. Prima il lavoro di cura si
sommava al lavoro extradomestico, ma ciò avveniva in parti della
giornata generalmente non sovrapposte. Ora tempi di lavoro e tempi di
cura sono completamente sovrapposti. Questo vuol dire che non si sarebbe
dovuto usare lo smart working ? Assolutamente no. Siamo in emergenza.
In tanti abbiamo imparato ad usarlo e ciò sarà estremamente utile per il
futuro. Vuol dire però che dobbiamo essere coscienti delle conseguenze
di questa scelta per intervenire con altre misure che ne correggano gli
effetti indesiderati. Per esempio, dobbiamo capire che non potrà
protrarsi troppo a lungo, se insieme si protrae anche la presenza dei
figli e magari marito in casa. Già le donne che interrompono il lavoro
dopo la nascita del figlio sono il 20 per cento. A quanto vogliamo
arrivare? E non pensiamo che si debbano ridisegnare proprio ora, una
volta per tutte, i tempi e spazi della vita quotidiana,
nell’organizzazione delle città, tematica assai cara alle donne negli
anni ’90?
C’è un
secondo aspetto da considerare. Le misure dell’oggi non possono essere
rivolte solo alla seconda fase, devono porsi l’obiettivo di ridurre
decisamente le disuguaglianze di genere in futuro. E se non lo
progettiamo ora, ciò non avverrà mai, perché non abbiamo mai avuto a
disposizione una cifra consistente, come quella di cui si parla oggi, né
una tale possibilità di progettazione economico-sociale. Bisogna
puntare da subito a rimuovere l’ostacolo fondamentale alla piena
realizzazione delle risorse femminili e in particolare quel sovraccarico
di lavoro familiare dovuto allo scarso investimento in infrastrutture
sociali e in politiche di conciliazione che ha sempre caratterizzato il
nostro Paese e ha fatto delle donne il pilastro fondamentale del nostro
sistema di welfare. La sfida è aperta. Possiamo raccoglierla o no. Certo
è che se non lo faremo avremo perso l’ennesima occasione per fare un
vero salto di qualità nella realizzazione dei diritti delle donne e
della libertà femminile.
Linda Laura Sabbadini è direttora centrale Istat.
Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell’autrice e non impegnano l’Istat
La Repubblica 6/5