Migranti: il genocidio nascosto dal Covid-19
28-05-2020
Sara Maar
Volerelaluna
La
crescente miseria dei rifugiati rappresenta il prodotto finale della
crisi mondiale del capitalismo, che giunto al collasso sotto il peso
delle proprie contraddizioni interne ed esterne, produce letteralmente
una “umanità superflua”.
Tomasz Konicz
1.
Esseri
umani in fuga nell’indifferenza del mondo. Profughi scaraventati
dall’emergenza Covid-19 (con il suo carico di vittime) in un buco nero,
da cui nemmeno i rari giornalisti rimasti a indagare riescono a farli
emergere, tanto è fitto il segreto che circonda ormai la questione dei
migranti. Nemmeno gli attivisti che lavorano senza interruzione riescono
a dare un nome, un’identità e una dignità alle vittime ignote, visto
l’apparato di difesa dei confini nazionali. L’emergenza sanitaria,
strumentalizzata dagli Stati, ha contribuito a dare una parvenza di
legalità a politiche migratorie che integrano veri “crimini contro
l’umanità” come illustrato sia nella sentenza di Palermo del Tribunale
Permanente dei Popoli (TPP, 2017), sia nell’esposto inviato da avvocati e
giuristi alla Corte Penale Internazionale (2018), rimasto peraltro
silente e complice degli Stati e delle istituzioni europee (Commissione,
Frontex, missioni militari…).
Negli
ultimi tre mesi, tutte le reti di monitoraggio civile hanno riscontrato
un incremento di partenze dalle coste nordafricane e di chiamate di
soccorso rimaste senza risposta, mentre ai mancati interventi di
salvataggio e ai respingimenti si sono talora affiancati misteriosi
attacchi, speronamenti e minacce. A ciò si aggiungono, con la scusa
della pandemia, “porti chiusi” ed esseri umani trattati come pacchi su
“hotspot galleggianti” il più al largo possibile dalle coste maltesi e
italiane. Esemplare, per l’Italia, il decreto del 7 aprile 2020 teso
solo a tenere lontani i “corpi degli altri” e a impedir loro di toccare
una qualche banchina (https://volerelaluna.it/migrazioni/2020/04/09/litalia-non-e-piu-un-porto-sicuro/).
E, ancora, navi-prigioni e pontili di navi turistiche dove rendere
“invisibili” i corpi e soprattutto le voci dei testimoni della tortura e
dello sterminio in Libia e sui confini esternalizzati. Col terrore
ossessivo del pericolo per i propri cittadini l’Occidente – e non solo –
ha cancellato il diritto alla salute e alla vita degli “altri”.
Eppure,
se il nostro sguardo non annebbiato dal Covid-19 fosse capace di
spostarsi un solo istante, per esempio, sulle barche sovraccariche di
migliaia di profughi Rohingya, in maggioranza bambini e adolescenti, da
più di due mesi in agonia alla deriva (nel golfo del Bengala, rifiutati
dalla Malesia e, in alcuni casi, costretti su isole deserte disabitate
del Bangladesh) coglierebbe la logica unitaria delle politiche
migratorie a livello mondiale, con un popolo il fuga da un genocidio
(definito «inequivocabile» dal TPP [2017] e denunciato dalla comunità
internazionale) espulso in mare come se non fosse mai esisto. Per non
menzionare le isole-prigioni nel Nord dell’Australia. E, senza
attraversare mari cosi lontani, se lo sguardo si fermasse più vicino,
nell’Egeo, vedrebbe siriani, pachistani e afghani, approdati nelle isole
greche (e quindi il territorio Ue), reimbarcati di notte su zattere e
persino tende galleggianti da ronde fasciste, polizie di porto e guardie
costiere per rimandarli in Turchia. Le parole d’ordine sono torturare,
deportare, espellere (lungo tutti confini, dai Balcani al muro del
Messico) quando non addirittura uccidere sulle frontiere.
Ma
torniamo al Mediterraneo. Interi popoli scampati alle bombe sono
abbandonati in mare o sottoposti a torture dai nostri paesi delegate
alla guardia costiera libica e agli aguzzini dei campi di raccolta o a
innominabili milizie. La nostra “civiltà” non è più neppure capace di
provvedere al soccorso e alla evacuazione dalla guerra, che anzi
ostacola in ogni modo con aerei, navi e droni militari. Il paradigma è
l’inumano weekend di Pasqua, quando varie imbarcazioni in pericolo sono
state lasciate alla deriva nella zona europea di Ricerca e Soccorso
(SAR), mentre tutti gli Stati di competenza, e anche Frontex, hanno
sorvegliato via aerea senza intervenire per soccorrere le persone a
bordo. Diversi profughi sono così stati lasciati morire di sete o
annegare in diretta e poi il resto dei sopravvissuti è stato respinto a
Tripoli insieme ai cadaveri dei compagni. Come definirla se non una
strage intenzionale di massa?
Davanti
a simili fatti, il giudizio morale ‒ che non si può omettere ‒ è netto
e ne va sottolineata l’indicibilità e nello stesso tempo
l’intollerabilità. Il trattamento fatto ai profughi a livello mondiale,
sembra la riproduzione su vasta scala della decisione presa a suo tempo
dalla dittatura argentina di immaginare un “buco nero” in cui
scaraventare quelle ritenute vite “altre”.
2.
Ma non c’è solo quel silenzio a parlare. Ci sono anche dei dati ufficiali.
Il
portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti
umani (OHCHR) si è dichiarato «profondamente preoccupato» per «le
recenti segnalazioni circa la mancata assistenza e per i respingimenti
coordinati di imbarcazioni dei migranti nel Mediterraneo centrale, che
continua ad essere una delle rotte migratorie più letali al mondo».
L’OHCHR ha chiesto agli Stati «una moratoria su tutte le intercettazioni
e ritorni in Libia». Anche l’Organizzazione internazionale per le
Migrazioni (OIM) si è dichiarata preoccupata dal fatto che sono
cresciuti nel Mediterraneo i rischi di naufragi invisibili lontani dalla
percezione della comunità internazionale. «Stiamo assistendo a un
aumento costante del numero di navi su quella rotta e l’assenza di
operazioni di ricerca e salvataggio statali e guidate da ONG rende
difficile sapere tutto ciò che sta accadendo in mare», ha affermato
Frank Laczko, direttore del Global Data Migration Data and Analysis
Center di OIM. «La risposta a Covid-19 ha avuto un impatto decisivo
sulla nostra capacità di raccogliere dati precisi».
Vincent
Cochetel, inviato speciale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite
per i Rifugiati (UNHCR), per il Mediterraneo centrale, ha detto che tra
gennaio e la fine di aprile le partenze dalla costa libica sono quasi
quadruplicate rispetto allo stesso periodo di un anno fa, con 6.629
tentativi di raggiungere l’Europa: «Che a mare ci sia o meno la presenza
di navi di salvataggio, non ha alcuna influenza sulle partenze. Questo
periodo di coronavirus l’ha ampiamente dimostrato». Al 30 aprile,
secondo UNHCR Libia, la guardia costiera libica aveva intercettato e
respinto 1.126 migranti e rifugiati.
Antonio
Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, con un dossier al
Consiglio di Sicurezza ha segnalato che dal 15 gennaio al 5 maggio 2020
sono stati intercettati in mare e respinti in Libia 3.115 migranti e
rifugiati. E circa 1.400 sono tuttora detenuti negli 11 centri di
detenzione ufficiali sotto il controllo del ministero dell’Interno
mentre altri vengono portati in strutture o centri di detenzione non
ufficiali in cui gli organismi umanitari non hanno accesso.
Per
dare un’idea delle cifre di cui parliamo, mentre chiudo quest’articolo
arriva dall’OIM la notizia che in nel solo week-end del 23-24 maggio, la
guardia costiera libica ha intercettato nel Mediterraneo circa 400
persone dirette verso l’Europa, ora custodite in un centro di
detenzione.
3.
Incollati
alla cronaca, rari giornalisti fanno qualche collegamento, ma la
maggioranza è indisponibile a fare un lavoro di memoria e a dare
visibilità alle vittime di eventi appena accaduti e già superati che
pure, se letti nella loro continuità, ripetizione e intenzionalità, con
riferimento agli ultimi dieci anni, darebbero un’immagine mostruosa del
nostro continente. Sarebbe cecità, anch’essa intenzionale, continuare a
rimuovere che in quest’estate 2020 l’accelerazione del genocidio dei
migranti nel Mediterraneo è a una svolta storica. La guerra civile
libica e altri conflitti rovesciano nel mare un popolo di migranti,
mentre i confini dell’Europa sono letteralmente diventati uno “scudo”
armato. Sulle frontiere degli Stati occidentali stanno avvenendo uno
sterminio e sparizioni di massa del popolo migrante, in un crescente
silenzio propiziato dall’attenzione all’epidemia di Covid-19. In un
criminale connubio si sommano l’assenza di coscienza e i fallimenti del
diritto regionale, nazionale e internazionale (che non lasciano spazio
ad alternative).
Il
Tribunale Permanente dei Popoli, nella dichiarazione del 23 marzo 2020 è
stato esplicito: «La politica dell’Ue esprime e determina
inevitabilmente anche i comportamenti e la cultura di fondo della
società civile europea, al di là dei governi degli Stati membri.
L’attuale acuta attenzione, più che giustificata e con tutte le sue
contraddizioni, all’emergenza Covid-19 sta concorrendo, insieme alle
logiche delle politiche economiche neoliberiste, a fare del “problema
della migrazione” non già l’indicatore imprescindibile della capacità
della nostra civiltà di essere umana, ma l’espressione manifesta di
un’Europa che condanna allo “scarto” e cancella tutti gli umani che non
rientrano nelle logiche dei propri modelli di sviluppo. L’impunità di
questa cancellazione attribuisce al crimine di sistema l’eco di un
ongoing genocide di cui l’umanità futura ci chiederà conto».
L’articolo
riprende considerazioni e dati esposti in “Il genocidio del popolo
migrante in tempi di Covid-19” pubblicato su il manifesto online del 27
maggio