L'impresa più difficile: convertire i pastori
Io
sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore.
[12] Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore
non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e
il lupo le rapisce e le disperde; [13]egli è un mercenario e non gli
importa delle pecore. [14] Io sono il buon pastore, conosco le mie
pecore e le mie pecore conoscono me, [15]come il Padre conosce me e
io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. [16] E ho altre
pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre;
ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo
pastore. [17] Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia
vita, per poi riprenderla di nuovo. [18] Nessuno me la toglie, ma la
offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di
riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».
(
Giovanni 10, 11-18).
Se riconduciamo alla cultura e
al linguaggio del tempo dei due Testamenti biblici l'immagine del
pastore, bello – buono, troviamo in essa un messaggio
intensissimo.
Ovviamente, i buoni "pastori" non sono mai
stati una presenza scontata né in campo politico né in quello
religioso. I profeti, rivolgendosi ai capi del popolo e ai sacerdoti,
lanciano invettive brucianti contro i cattivi pastori che pascolano
se stessi e non si occupano del gregge.
Basta aprire la Bibbia nei
libri di Isaia, Geremia ed Ezechiele per comprendere le sferzanti
denunce profetiche. Si tratta di pastori che pensano solo a se
stessi, non si curano delle pecore deboli, malate , ferite e
disperse. Ne emerge un panorama sconcertante.
NEL
NOSTRO OGGI
Questa parabola, prima di essere
riletta nel contesto attuale, va collocata al tempo del Vangelo di
Giovanni. L'illusione che una comunità potesse vivere senza
animatori e pastori venne corretta con l'aggiunta del capitolo 21 in
cui il redattore finale del Vangelo esplicita l'esigenza della
testimonianza del ministero di Pietro. Il Vangelo di Giovanni così
sottolinea che l'amore fraterno e sororale è l'essenza del messaggio
di Gesù, ma aggiunge che nel cammino comunitario esiste il bisogno
del servizio pastorale.
Il problema che oggi tocchiamo con mano
nella vita politica e nella nostra chiesa, non è se ci vogliano o no
dei pastori, ma di quali pastori, uomini e donne, abbiamo
bisogno. La parola pastore ci permette di congedarci da una concezione sacrale, gerarchica e sacerdotale dei ministri e dei ministeri della comunità.
Ecco perché la struttura sacerdotale non esiste nel Vangelo e nelle origini del movimento di Gesù, come non esiste più nell'ebraismo dopo la distruzione del Tempio. Si sentiva il bisogno di maestri, di servitori, di uomini e donne come guide affidabili, cioè pastori animati dal senso di cura, con lo spirito dell'accompagnamento, estranei alle logiche del potere.
La chiesa cattolica deve imparare dalle chiese della riforma protestante in cui si consacrano dei pastori e delle pastore come ministri della comunità senza fare di essi delle persone sacre, con poteri sacri particolari.
Non solo è importante evitare i pastori autoritari e i
mercenari, i pastori funzionari e privi di creatività, ma occorre
porre l'accento su due dimensioni che la parabola
sottolinea.
PASTORI SENZA
PASSIONE
Con dolore occorre riconoscere,
constatare e denunciare apertamente che ci sono "pastori"
ai quali "non importa delle pecore" (v. 13). Si tratta di
vescovi, presbiteri, animatori comunitari che sono persone senza
passione, senza slanci creativi, privi della capacità di rischiare,
di esporsi.
Essi sono come "immaginette sacre",
completamente funzionali e sottomessi alle scansioni e alle dinamiche
istituzionali.
Fanno le loro "ore di ufficio" con una
certa preferenza per gli ambiti liturgici e sacrali. L'aggiornamento
è confuso con qualche spolverata ai formulari medioevali, ma la
strada è sempre la stessa, una routine senza fine. Tale "pastore"
è pago degli adempimenti istituzionali dettati dal suo ruolo.
Egli
è l'immagine dell'uomo "depassionato". Buon esecutore di
mille incombenze, non s'accorge e non osa guardare in faccia il
mutato panorama. Gli manca la passione per immaginare un servizio, un
ministero diverso, già tutto prestabilito dai sacri canoni, dalle
regole ecclesiastiche.
Ha bisogno di un appartenenza ecclesiale
rassicurante.
MA PERCHE' SI SPEGNE
LA PASSIONE?
"Io, dice Gesù, sono il buon
pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me".
Ecco
il messaggio profondo ed impegnativo della parabola: solo se si
conosce la vita concreta delle persone, se si ascoltano le loro voci,
se ci si lascia coinvolgere nei loro vissuti, se si prende sul serio
la loro esperienza e la loro saggezza, se si valorizzano i loro
talenti di amore e di profezia quotidiana, solo allora si diventa
"pastori che conoscono il gregge".
Oggi chi non ascolta
con il cuore l'esperienza e il grido di chi è ai margini della
chiesa e della società, chi non ascolta le voci delle donne, degli
omosessuali, degli stranieri, dei separati e divorziati, dei tanti/e
delusi dalla chiesa.... vive fuori dalla realtà e, pur tra mille
parole e iniziative, resta chiuso nel mondo di una cristianità
scomparsa e ignora lo spazio di quel cristianesimo profetico che va
cercato più nella strada che nelle canoniche.
E' la "puzza
del gregge", dice papa Francesco, che può risvegliare la
chiesa. Io direi che è il "profumo del gregge", il vocìo
delle persone, la loro voglia di vita e di cambiamento, la loro
richiesta di autenticità che può ridonare freschezza e passione a
tutti e tutte coloro che sentono la responsabilità di un servizio di
animazione nella comunità ecclesiale.
Sapranno i vescovi nel
prossimo sinodo ascoltare le autorevoli voci del popolo di Dio?
LA
SPERANZA
La speranza sta nel fatto che il
popolo di Dio oggi non si limiti a qualche "belato". Esso
deve essere consapevole che è in atto un processo partecipativo che
dipende dalla maturità di milioni di donne e di uomini. Tocca a
ciascuno e ciascuna di noi svegliare i pastori che dormono, buttare
giù i baldacchini, rifiutare coloro che violentano le coscienze o i
corpi.
Ecco il compito, la vocazione che ci è data: accompagnare
i pastori e, molto spesso, rieducarli, ricordare loro che sono
servitori e, quando è il caso, esercitare a tutto tondo la libertà
dei figli e delle figlie di Dio.
La parabola, letta nel codice
della cura, non autorizza nessun dirigismo di sacri pastori né alcun
gregarismo nel popolo di Dio. Esso parla di amore e di cura:
responsabilità e possibilità che, in modi diversi, appartengono ad
ogni cristiano.
LA VERA RIVOLUZIONE
Si tratta di cambiare ottica e pratica comunitaria: è impresa quasi impossibile la conversione del clero o attendersi che il rinnovamento parta dalla gerarchia.
Troppi cristiani e cristiane obbedienti e dipendenti aspettano che i cambiamenti reali vengano dal vaticano.....è un'attesa destinata alla delusione. Questo è tempo di cambiare prospettiva: ogni rivoluzione nella chiesa avviene quando il popolo, sia pure in espressioni minoritarie, prende la parola, smaschera la saccenteria gerarchica e la smette di chiedere permesso o di pensare che il parroco conosca la Bibbia e le sue parole abbiano la fedeltà al Vangelo e alle Scritture. E' tempo di buttarsi alle spalle il catechismo ufficiale e dare vita a qualche gruppo di lettura biblica in tutta libertà e competenza.
Basta con il silenzio complice; basta con incontri comunitari in cui risuoni una voce sola. Oggi i credenti e le credenti adulti, se lo vogliono, possono trovare strumenti e collegamenti validi, come ho esemplificato nel mio ultimo libro "Senza chiedere permesso" (Ed Mille).