Gli Inuit si riprendono la Groenlandia: sinistra e ambiente vincono le elezioni
Il Manifesto
08.04.2021
I
socialdemocratici di Siumut hanno ottenuto il 29% dei voti, migliorando
di due punti il risultato del 2018, ma i vincitori sono gli
ambientalisti di sinistra e indipendentisti di Inuit Ataqatigiit
(Comunità Inuit) passati dal 26 al 37%. Al terzo posto i centristi
indipendentisti di Naleraq con il 12% (stabili) mentre i Democratici, di
centrodestra, sono crollati dal 19 al 9%.
A
IA, che potrebbe formare ora un governo insieme a Naleraq, sono
arrivate le congratulazioni dei partiti della sinistra danese, la Lista
Unita rosso-verde e il Partito Popolare Socialista.
L’enorme
isola a nord del Circolo Polare Artico ha solo 56mila abitanti, ma le
elezioni di martedì per il rinnovo dei 31 membri dell’assemblea della
Groenlandia sono state seguite con attenzione in tutto il mondo, in
particolare dagli Usa e dalla Cina, ma anche dalla Russia,
geograficamente dominante nel “passaggio a Nord-Ovest”.
Gli
appetiti dei diversi contendenti sono molteplici. A Washington, che da
decenni possiede nel territorio inserito nella Nato varie basi, tra cui
una per il lancio di missili balistici, “l’isola verde” interessa
soprattutto come trampolino per la corsa all’Artico e alle sue risorse,
tanto che nel 2019 il governo di Copenaghen dovette declinare la
strampalata offerta di Trump di acquistare il protettorato danese.
Recentemente, gli Usa hanno offerto la loro collaborazione per la
realizzazione di tre nuovi aeroporti nell’isola ricoperta quasi
interamente dai ghiacci.
Anche alla Cina
fanno gola le strategiche riserve di terre rare (le seconde per
consistenza al mondo) e i giacimenti di gas e petrolio che la rapida
riduzione del permafrost, causata dal riscaldamento globale, sta
rendendo sempre più accessibili. La riduzione dei ghiacci, inoltre, sta
facendo diventare interessanti e praticabili i collegamenti marittimi
commerciali nella regione artica.
L’accordo
raggiunto nel 2009 tra Copenaghen e Nuuk ha rafforzato l’autogoverno
della Groenlandia in campo politico, sociale ed economico, e la
Danimarca ha mantenuto le competenze sulle relazioni internazionali, la
politica monetaria e la difesa, in attesa che la vittoria degli
indipendentisti in un referendum celebrato nell’isola e l’approvazione
di un accordo consensuale da parte dei due parlamenti sancisca il
divorzio e la fine della colonizzazione che dura dal 1721.
La
difficile scelta tra lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo –
utile a rafforzare l’economia di un territorio che anela
all’indipendenza ma che dipende finora soprattutto dalla pesca, dal
turismo e dai sussidi del governo danese – e la volontà di salvaguardare
l’ambiente e di evitare eccessive ingerenze straniere ha tenuto banco
durante la campagna elettorale.
Le forze
politiche locali si sono in particolare divise sul progetto di
sfruttamento del grande giacimento di terre rare e di uranio (il quinto
al mondo, secondo le stime) del monte Kuannersuit.
Il
governo formato da Siumut e dai Democratici aveva affidato la licenza
per la realizzazione della miniera all’australiana Greenland Minerals,
la cui principale azionista è la Shenghe Resources, una delle più grandi
società cinesi specializzate nell’estrazione dei metalli rari,
fondamentali per la realizzazione di dispositivi high-tech come
smartphone, turbine eoliche, monitor, auto elettriche e armi.
Poi
però le proteste degli ambientalisti, delle sinistre e degli abitanti
di Narsaq, una cittadina che sorge ad appena 10 km dal sito minerario,
preoccupati dell’impatto sull’ambiente e sulla pesca dei detriti
radioattivi, hanno convinto i socialdemocratici a rivedere il progetto.
I
Democratici, favorevoli allo sfruttamento del giacimento, hanno
ritirato l’appoggio al premier e sono state indette le elezioni
anticipate vinte però da Inuit Ataqatigiit. Il movimento non si oppone
tout court allo sfruttamento delle risorse minerarie del paese, ma
contrasta quello del monte Kuannersuit, giudicandolo eccessivamente
impattante.
La maggioranza degli
elettori ha sostenuto questa posizione (che trova proseliti anche tra i
socialdemocratici) affermando che non vale la pena sacrificare
l’ecosistema e lo stile di vita tradizionale, già messo a rischio dai
cambiamenti climatici, pur di conquistare l’indipendenza e lo sviluppo
economico, preferendo una strada forse più lunga ma meno rischiosa.
«Dobbiamo
ascoltare i cittadini, che hanno già parlato», ha detto il segretario
di IA, Mute Egede, dopo la pubblicazione dei risultati, definendo «un
capitolo chiuso» il contenzioso sul sito dell’estremo sud della
Groenlandia.
La conseguenza, affermano
gli analisti, potrebbe essere una battuta d’arresto per Pechino (che
controlla attualmente la quasi totalità dell’estrazione e della
commercializzazione mondiale delle terre rare) e di una “vittoria
tattica” per Washington. È tra gli interessi di questi due giganti che
dovrà barcamenarsi il nuovo esecutivo di Nuuk, capitale di uno sparuto
popolo di indigeni alla periferia nord del mondo.