venerdì 16 aprile 2021

L'anniversario dell'indifferenza


Dieci anni dopo l'inizio della tragedia siriana essere una voce per dire cosa? Per spingere chi ha assistito senza fare nulla, cioè tutti noi, l'Occidente, a versare una lacrima che finora non è parsa necessaria? Cosa ricapitolare e a che scopo? Chi ha vinto ovvero Bashar Assad i russi gli iraniani i fanatici, e chi ha perso, i rivoluzionari, i ragazzi del 2011, gli sradicati, i profughi, noi, soprattutto noi? Quale storia raccontare per la millesima volta! E a chi?

Gli anniversari servono a accorgerci che passano i giorni e i mesi. Ma anche i sogni e ricordi. La memoria dei quattrocentomila morti in quel luogo del mondo cresce? No. Confessiamolo: si rattrappisce mano a mano che si allontana dalle immagini delle città distrutte, delle vittime innocenti estratte dalle macerie, e la gragnuola che stramazza in terra cadaveri in diretta si fa meno fitta. Che cosa si può fare per riavvolgerla, la memoria, per assimilate le tracce che lascia dietro di sé, rimorso orrore richiesta di giustizia anche odio? Ma, in fondo, quale sarebbe il loro ruolo? Avremmo dovuto sentire che a ogni città siriana distrutta anche un pezzo della nostra vita saltava via. Non è accaduto. La Siria è la visione del futuro di Orwell: uno stivale che calpesta un volto umano, per sempre. Il grande delitto del ventunesimo secolo che inizia. Specchiamoci, perché ci appartiene.

Ci siamo accucciati nella falsa sensazione che il peggio sia passato, la guerra in Siria finita, si pensa, vabbè è stato un disastro ma ormai che si può fare? Invece le vittime continuano a cadere, queste vite della cui sacralità, a parole, diciamo di essere difensori non sono sacre per nessuno e per nessuna cosa. Le prigioni del regime sono sempre piene, metà della popolazione è fuggiasca in patria o all'estero, il novanta per cento dei siriani sono poveri e fanno la coda per avere il pane.

Sono le ore che si trascorrono da soli a fare la differenza tra la morte e la vita. Quante ore quanti mesi quanti anni - dieci! - i siriani hanno trascorso da soli? Chissà se la notizia che il Regno unito vuole (forse) revocare la cittadinanza alla moglie di Bashar Assad, un incrocio tra Imelda Marcos e «Disgrace» Mugabe, darà loro qualche mediocre motivo di speranza.

La nostra memoria non ha alcuna forza, non rischiara che pochi frammenti: il califfato a Raqqa, gli assassini partiti dalle città europee con passaporti come il nostro, il rischio del terrorismo di ritorno. Perché solo questo? Perché abbiamo paura. Cosa succede a tutto ciò che abbiamo dimenticato?

I dieci anni servono. È vero: a ricapitolare l'atto d'accusa, a ripetere con forza i nomi degli assassini. Servirà il giorno in cui anche i complici, anche quelli che hanno ucciso per omissione saranno chiamati a rispondere. Non a metafisici e remoti tribunali della Storia, quelli non turbano certo il sonno dei colpevoli se non a teatro e nei romanzi. I tribunali: quelli veri, quelli che emanano concrete condanne, che potranno agguantare in nome della legge universale coloro che l'hanno dispersa per aria con le cannonate vere e la mitraglia dell'indifferenza. Sono gli unici che hanno diritto a parlare in nome dei diritti dell'uomo e del rispetto della sua dignità. Allora usciranno in frantumi anche figure che la pitoccheria della realpolitik ha tenuto finora sull'altare, il presidente americano Obama per esempio e il suo erede Trump, un malfatto che gli è andato sulle orme; e i leader europei, un bel mazzo in questi dieci anni. Hanno tutti insieme creduto di evitare guai e hanno lasciato che in Siria gli assassini si sguinzagliassero per le strade come belve sfuggite dal serraglio.

Il male è ciò che il male fa. Per dirla come nell'antico testamento l'uomo solo è il male perché è in grado di ignorare volontariamente ciò che sa essere giusto. Allora Bashar Assad. Lo abbiamo sottovalutato il presidente, lo definivano un mediocre fuori posto. E invece i suoi occhi sembrano aghi, aveva capito e organizzato tutto fin dall'inizio. La strategia per vincere era suonare la campana a stormo degli odi. I rivoltosi del 2011 erano in fondo dei moderati che chiedevano solo che se ne andasse. La loro moderazione era un pericolo, meglio aizzare i fanatici, far uscire di galera gli islamisti. Arrivano le legioni di Al-Qaeda? Le sommosse chiamano in superficie i bisognisti senza scrupoli, gli affamati feroci, i predoni che crescono tra un furto e l'altro? Benissimo: li si arruola tra gli sgherri o li si lasci fare. Spunta a Est il califfato degli sgozzatori? Ma è una battaglia vinta per il signore di Damasco. Ammazzano più oppositori del suo regime loro di quanto possa fare il suo esercito sgangherato e di dubbia fedeltà. La Siria, la povera Siria diventa il campo di battaglia tra sciiti e sunniti, turchi e curdi, americani e russi? Ma è una benedizione! Alla guerra provvedono le bombe russe, iraniane, americane. Lui riconquista città, ripulisce, emerge trionfatore su un panorama di macerie. Ma quelle si ricostruiscono in fretta. Quello che conta è che potrà regnare su un Paese dove vivono solo i fedeli, i complici per ragioni di etnia e confessione, quelli che hanno ucciso per lui o ne hanno tratto vantaggio. Gli altri o sono morti o sono fuggiti. Resteranno in Turchia, in Europa o affonderanno con i loro barconi. In tutte le guerre civili si conservano gli elenchi degli oppositori, degli insorti e dei loro parenti. Perché dall'altra parte la memoria funziona, è implacabile e eterna. Vogliono tornare? Che ci provino. I torturatori sono sempre in servizio. Qualcuno sarà riammesso, quelli che sono utili, che riportano denaro o legami tribali utili.

E poi ci siamo noi. Si perché i quattrocentomila morti li abbiamo visti tutte le sere al telegiornale e li abbiamo lasciati ammonticchiare anno dopo anno come sacchi di cenci. Senza avere pietà. E anche questo è delitto.

Domenico Quirico

La Stampa 15 marzo