Come uscire dalla crisi? Assumere nella pubblica amministrazione
09-04-2021 -autori vari
Volerelaluna
Il
totale turn-over nella pubblica amministrazione, assumendo un giovane
per ogni dipendente che va in pensione è senz’altro necessario, ma è
lungi dall’essere sufficiente. Se si vuole attuare una seria riforma
della Pubblica Amministrazione è necessario che l’organico aumenti, e di
molto. I nostri studi suggeriscono che un aumento di circa un milione
di unità è ragionevole e può essere finanziato agevolmente. Non c’è qui
lo spazio per riportare tutti i dati, gli argomenti e le elaborazioni
che suffragano questa proposta (già in parte illustrata su queste
pagine: https://volerelaluna.it/economie/2018/03/15/una-proposta-per-affrontare-la-crisi-assumere-un-milione-di-addetti-nella-pubblica-amministrazione/); il lettore interessato potrà scaricare un documento più ampio dal sito www.centrostudiargo.it.
Un
piano straordinario di assunzioni è necessario in quanto gli occupati
nel settore pubblico in Italia sono eccezionalmente pochi se confrontati
ai paesi coi quali amiamo confrontarci, come la Francia, la Germania e
il Regno Unito; in effetti sono assai più vicini al dato di paesi con
cui non amiamo confrontarci, come la Grecia. Consideriamo gli addetti
totali, pubblici e privati, nell’insieme dei settori tipicamente
pubblici, in cui cioè è prevalente l’occupazione pubblica: la pubblica
amministrazione stessa, la sanità, l’istruzione, l’assistenza sociale e
la fornitura di gas, acqua ed elettricità. Questi dati sono più
significativi di quelli relativi al settore pubblico in senso stretto
(che comunque compaiono nel documento citato e danno le stesse
indicazioni) in quanto non sono influenzati dai diversi livelli di
esternalizzazione. Nel Regno Unito ci sono 155 addetti ogni 1.000
abitanti, in Germania 147, in Francia 134, in Grecia 90 e in Italia 84.
Questi dati possono essere letti in modo più drammatico osservando che i
tassi di disoccupazione di Francia, Regno Unito e Germania sarebbero
molto più alti di quello italiano (che oggi – o meglio, ieri, prima del
Covid – è del 10,3%, il più alto fra i quattro) se il rapporto fra
numero di abitanti e numero di addetti ai settori tipicamente pubblici
fosse lo stesso dell’Italia: il tasso di disoccupazione della Francia
passerebbe dall’8,7% al 20,4%, quello del Regno Unito dal 4,8% al 19,1% e
quello della Germania dal 3,3% al 15,8%. Il discorso non cambia se si
fa riferimento agli addetti amministrativi in senso stretto, quelli
troppo spesso ritenuti “travet” poco produttivi. In Germania ce ne sono
35 ogni 1.000 abitanti, in Francia 37 e nel Regno Unito 32; in Italia
20. Appare chiaro allora che il problema della bassa produttività della
Pubblica Amministrazione (cioè quanto ciascun addetto “produce”) non è
separabile da quello della bassa produzione (cioè quanto la Pubblica
Amministrazione nel suo complesso produce).
Che
il numero di addetti alla Pubblica Amministrazione sia anormalmente
basso è dimostrato anche da altri due dati, molto noti: rispetto alla
media dei paesi sviluppati in Italia ci sono pochissimi laureati, ma la
percentuale di laureati disoccupati è altissima. Questo paradosso viene
di solito disinvoltamente spiegato con l’ipotesi che gli italiani “si
laureano nelle materie sbagliate”. Come risulta dai dati, ciò spiega ben
poco: il motivo più importante è proprio il sottodimensionamento della
Pubblica Amministrazione, che per sua natura in un paese sviluppato
occupa un alto numero di laureati, dal momento che è competente per la
salute, l’istruzione, l’assistenza sociale e, ovviamente, per
l’amministrazione stessa.
Quanto
costerebbe assumere un milione di nuovi addetti? Secondo le nostre
stime, circa 26,5 miliardi all’anno. Questi possono essere reperiti in
vari modi; qui indichiamo quello che a nostro avviso è il più semplice,
ed è quello che ha più effetti positivi e meno effetti negativi. Sono
comunque plausibili anche altre modalità. La nostra proposta è che si
ricorra ad una imposta di solidarietà sulla ricchezza finanziaria
(quindi non sugli immobili). Tale ricchezza è molto elevata (4.445
miliardi, quasi tre volte il PIL di un anno) e molto concentrata, quindi
26,5 miliardi possono essere ottenuti con aliquote molto basse. È
importante notare che la trasformazione di 26,5 miliardi di ricchezza
(che non fa parte del PIL)in reddito farebbe crescere automaticamente il
PIL di circa l’1,7%, e che gli effetti moltiplicativi consentirebbero
l’abolizione dell’imposta straordinaria entro pochi anni, probabilmente
quattro. Né va dimenticato che l’esborso per i contribuenti sarebbe
inferiore al rendimento normale della ricchezza finanziaria, e quindi
che lo stock iniziale di capitale non verrebbe ridotto. Infine, questa
modalità è anche, a nostro avviso, quella più etica: in un’emergenza è
giusto che chi ha di più aiuti chi ha di meno.
Questo
per quanto riguarda i benefici. I costi – peraltro molto modesti ‒
sarebbero sopportati quasi esclusivamente dai due decimi più ricchi
delle famiglie. Nel nostro scenario-base, quello con aliquota e quota
esente più basse (rispettivamente 1% e 100.000€), il 60% meno abbiente
della popolazione non pagherebbero nulla, e il settimo e l’ottavo decimo
quasi nulla; l’aliquota effettiva, data l’esenzione, sarebbe minore
dell’1% anche per il decimo più ricco. Naturalmente operando sulla quota
esente e sull’aliquota si possono ottenere diversi scenari: per
esempio, con una quota esente di 200.000€ e un’aliquota dell’1,33%
sarebbe l’80% delle famiglie a non pagare nulla, e il decimo più ricco
pagherebbe poco più dell’1%, mentre, con una quota esente di 300.000€ e
un’aliquota dell’1,73% solo il decimo più ricco sarebbe tassato, pagando
l’1,16%. La futura disponibilità di dati più aggiornati potrebbe
rendere necessario modificare queste cifre, ma solo di molto poco.
Ci
sentiamo di affermare che anche molti tra coloro che dovranno sostenere
l’onere di questa imposta di solidarietà non sarebbero
pregiudizialmente contrari, come risulta da un sondaggio condotto
qualche anno fa (scaricabile da https://econpapers.repec.org/paper/ucaucapdv/185.htm)
e anche da alcune recenti interviste di qualche arci-miliardario
americano. Dopo tutto in tal modo non solo si darebbe un valido
contributo alla crescita dell’economia sia dal lato della domanda sia da
quello dell’offerta, ma si darebbe anche lavoro a un milione di
giovani, ora disoccupati o sotto-occupati, e certamente la maggior parte
delle famiglie conosce qualcuno di essi. Infine, è bene ricordare che i
costi di esazione sarebbero praticamente nulli per lo Stato e del tutto
nulli per il contribuente, come già è il caso per l’imposta di bollo.
Dove,
come, e chi assumere deve essere oggetto di valutazioni tecniche
accurate. Pensiamo però che sia possibile avanzare fin d’ora qualche
suggerimento riguardo ai criteri cui ci si dovrebbe attenere. In
particolare, bisognerà tenere conto dei costi in aggiunta allo stipendio
connessi all’attivazione di un posto di lavoro e dell’offerta
potenziale di giovani con qualifiche tali da potere essere facilmente
addestrati on the job, e operare su quei settori che offrano le maggiori
attivazioni sull’economia nel suo complesso. È evidente che tutto ciò –
così come la fissazione dell’aliquota e della quota esente – ha anche
un aspetto politico. Tuttavia il nostro è e vuole essere un contributo
tecnico. Riteniamo quindi di non doverci occupare di questa
problematica.
La
proposta qui illustrata è stata elaborata da: Filippo Barbera,
Università di Torino; Maria Luisa Bianco, Università del Piemonte
Orientale; Giancarlo Cerruti, Università di Torino; Bruno Contini,
Università di Torino; Ugo Mattei, Università di Torino; Guido Ortona,
Università del Piemonte Orientale; Francesco Scacciati, Università di
Torino; Pietro Terna, Università di Torino; Dario Togati, Università di
Torino; Willem Tousijn, Università di Torino.