martedì 13 aprile 2021

"NON C'E' CURA SENZA PRENDERSI CURA"

 Le due psicologie del vaccino

di Vittorio Lingiardi
La Repubblica 13/4

Nei momenti di ottimismo penso che da questa sciagura pandemica, dalle tante ristrutturazioni cognitive e affettive che ci ha richiesto, possa giungere uno stimolo a ripensare il rapporto con la cura di sé e dell’altro. Di solito, dato il mio lavoro, parlo di cura in senso psicologico, ma oggi, nel pieno delle incertezze vaccinali, vorrei concentrarmi sull’aspetto chimico della cura (pur concludendo che non c’è cura senza il prendersi cura). 
L’avvento del vaccino anti Covid-19 (per alcuni una benedizione, per altri una minaccia) mostra tuttavia come anche il rapporto con l’assunzione di un farmaco sia intrinsecamente psicologico. 
Non solo dice molto della nostra personalità (dall’idealizzazione salvifica all’abuso incosciente, dalla diffidenza oscurantista all’ostilità paranoide), ma anche della nostra capacità di dosare (negoziando con noi stessi e con la nostra idea di medicina) gli ingredienti della conoscenza e della fiducia.
Anche in questo modo si genera, e questo è un dato politico oltre che psicologico, la cosiddetta "fiducia epistemica", un costrutto sempre più studiato dai clinici per definire la capacità di considerare l’altro, quindi il medico ma anche il governo, come fonte autorevole e affidabile di informazioni.
 Dunque non dimentichiamo che ogni cura farmacologica — in questo caso il vaccino, ma gli esempi potrebbero essere molti, per esempio nel campo della psicofarmacologia – è imprescindibile da una buona comunicazione. 
Michael Balint, medico e psicoanalista del secolo scorso, sosteneva che quando il medico prescrive un farmaco in fondo «prescrive se stesso». Idealmente, questo dovrebbe valere anche per tutte le Agenzie della salute che devono giustamente informare, ma anche comunicare, cioè tenere sempre in mente chi è il destinatario dell’informazione. 
Per esempio non dimenticare che oggi si parla a una popolazione che ha subito un’esposizione traumatica sul piano psicologico e economico. Detto questo, ogni cura presenta un costo e ogni farmaco espone a un rischio. Gli studi e le sperimentazioni servono a ridurre al minimo questo rischio e direi che sta funzionando così.
Verifiche e cautele sono parte del processo ma a oggi, a fronte di milioni di vaccinati, nessuno dei vaccini somministrati può essere considerato pericoloso. Inoltre, c’è un importante rapporto costi-benefici ed è statisticamente più pericoloso, sopra i 60 anni, prendere il Covid che vaccinarsi. 
Il beneficio della protezione è molto superiore al pericolo.
Nell’antica Grecia, la parola farmakon significava "veleno" ma anche "rimedio". 
È inevitabile che il nostro rapporto con la cura sia ambivalente, lasciarsi curare significa ammettere di aver bisogno di protezione. Ma la salute, come spiega l’Oms, non è assenza di malattia, ma uno stato di benessere fisico, mentale e sociale. Così come il guaritore contiene la figura della ferita, la salute ospita il paradosso del «veleno che cura». Basta leggere i "bugiardini" delle medicine per farci un’idea di cosa è un farmaco.
La fiducia nella scienza, consapevole, informata e certo non acritica, è un elemento fondamentale di civiltà. La crisi Covid-19 pone il problema della consapevolezza della cura e ci costringe a fare i conti con l’informazione scientifica che deve a sua volta fare i conti con il ruolo della comunicazione e i suoi risvolti psicologici. E qui sottolineo il pieno valore della professione psicologica che, sono sicuro senza cattiveria, l’altro giorno il presidente Draghi ha un po’ sminuito. 
Solo in questo modo, cioè promuovendo una cultura scientificamente umana, possiamo affrontare il domani e la sfida culturale che la pandemia ha lanciato.