Le due psicologie del vaccino
di Vittorio Lingiardi
La Repubblica 13/4
Nei
momenti di ottimismo penso che da questa sciagura pandemica, dalle
tante ristrutturazioni cognitive e affettive che ci ha richiesto, possa
giungere uno stimolo a ripensare il rapporto con la cura di sé e
dell’altro. Di solito, dato il mio lavoro, parlo di cura in senso
psicologico, ma oggi, nel pieno delle incertezze vaccinali, vorrei
concentrarmi sull’aspetto chimico della cura (pur concludendo che non
c’è cura senza il prendersi cura).
L’avvento del vaccino anti Covid-19
(per alcuni una benedizione, per altri una minaccia) mostra tuttavia
come anche il rapporto con l’assunzione di un farmaco sia
intrinsecamente psicologico.
Non solo dice molto della nostra
personalità (dall’idealizzazione salvifica all’abuso incosciente, dalla
diffidenza oscurantista all’ostilità paranoide), ma anche della nostra
capacità di dosare (negoziando con noi stessi e con la nostra idea di
medicina) gli ingredienti della conoscenza e della fiducia.
Anche
in questo modo si genera, e questo è un dato politico oltre che
psicologico, la cosiddetta "fiducia epistemica", un costrutto sempre più
studiato dai clinici per definire la capacità di considerare l’altro,
quindi il medico ma anche il governo, come fonte autorevole e affidabile
di informazioni.
Dunque non dimentichiamo che ogni cura farmacologica —
in questo caso il vaccino, ma gli esempi potrebbero essere molti, per
esempio nel campo della psicofarmacologia – è imprescindibile da una
buona comunicazione.
Michael Balint, medico e psicoanalista del secolo
scorso, sosteneva che quando il medico prescrive un farmaco in fondo
«prescrive se stesso». Idealmente, questo dovrebbe valere anche per
tutte le Agenzie della salute che devono giustamente informare, ma anche
comunicare, cioè tenere sempre in mente chi è il destinatario
dell’informazione.
Per esempio non dimenticare che oggi si parla a una
popolazione che ha subito un’esposizione traumatica sul piano
psicologico e economico. Detto questo, ogni cura presenta un costo e
ogni farmaco espone a un rischio. Gli studi e le sperimentazioni servono
a ridurre al minimo questo rischio e direi che sta funzionando così.
Verifiche
e cautele sono parte del processo ma a oggi, a fronte di milioni di
vaccinati, nessuno dei vaccini somministrati può essere considerato
pericoloso. Inoltre, c’è un importante rapporto costi-benefici ed è
statisticamente più pericoloso, sopra i 60 anni, prendere il Covid che
vaccinarsi.
Il beneficio della protezione è molto superiore al pericolo.
Nell’antica
Grecia, la parola farmakon significava "veleno" ma anche "rimedio".
È
inevitabile che il nostro rapporto con la cura sia ambivalente,
lasciarsi curare significa ammettere di aver bisogno di protezione. Ma
la salute, come spiega l’Oms, non è assenza di malattia, ma uno stato di
benessere fisico, mentale e sociale. Così come il guaritore contiene la
figura della ferita, la salute ospita il paradosso del «veleno che
cura». Basta leggere i "bugiardini" delle medicine per farci un’idea di
cosa è un farmaco.
La fiducia nella
scienza, consapevole, informata e certo non acritica, è un elemento
fondamentale di civiltà. La crisi Covid-19 pone il problema della
consapevolezza della cura e ci costringe a fare i conti con
l’informazione scientifica che deve a sua volta fare i conti con il
ruolo della comunicazione e i suoi risvolti psicologici. E qui
sottolineo il pieno valore della professione psicologica che, sono
sicuro senza cattiveria, l’altro giorno il presidente Draghi ha un po’
sminuito.
Solo in questo modo, cioè promuovendo una cultura
scientificamente umana, possiamo affrontare il domani e la sfida
culturale che la pandemia ha lanciato.