Una fetta di Recovery Plan alla ricca industria militare
Il Manifesto
02.04.2021
Una
fetta di Recovery Plan anche per il settore militare. Lo denuncia Rete
Italiana Pace e Disarmo: se le proposte della società civile su come
spendere i soldi in arrivo dall’Europa per far fronte alla crisi non
sono state ascoltate, la politica italiana ha preferito sedersi al
tavolo con le principali aziende militari italiane e immaginare di
girare a loro fondi destinati alla ripresa del paese.
«UNA
PARTE DEI FONDI del Recovery Plan – si legge nel comunicato rilasciato
ieri da Ripc – verrebbe destinata per rinnovare la capacità e i sistemi
d’arma a disposizione dello strumento militare. Un tentativo di
greenwashing, di lavaggio verde, dell’industria delle armi che Rete
Italiana Pace e Disarmo stigmatizza e rigetta».
Dietro
– a fronte dell’audizione di rappresentanti dell’industria militare
(Aiad, Anpam, Leonard) – stanno le relazioni votate negli ultimi giorni
dalle varie Commissioni parlamentari competenti. La Camera raccomanda di
«incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la
capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico
interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello
strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo
delle nuove tecnologie e dei materiali».
Un
modo, si legge, per contribuire «al necessario sostegno dello
strategico settore industriale e al mantenimento di adeguati livelli
occupazionali nel comparto». Identica la posizione del Senato che
propone anche di realizzare «distretti militari intelligenti» che
attirino investimenti ulteriori e che immagina di dar vita a un dialogo
«con la filiera industriale coinvolta, in un’ottica di collaborazione
con le realtà industriali nazionali, think tank e centri di ricerca».
È
COSÌ CHE IL SETTORE militare, già ampiamente finanziato dal governo (27
miliardi di euro, il 18% dei Fondi pluriennali di investimento attivi
dal 2017 al 2034), entra nel Piano nazionale di Ripresa e Resilienza. E
lo fa garantendosi fondi europei per comprare altre armi.
«Chiediamo
– continua Ripc – al governo che le proposte della società civile
fondate sulla costruzione della convivenza e della difesa civile
nonviolenta siano ascoltate, valutate e rese parte integrante del nuovo
Piano». Le idee ci sono già, sono le «12 Proposte di pace e disarmo per
il Pnrr» di Ripc, già inviate alle Commissioni competenti, senza
ricevere risposta.
UN CAMBIO DI PASSO
rispetto alle previsioni del passato governo che inseriva il settore
militare nel Pnrr attraverso aspetti secondari (tra cui l’efficienza
energetica degli immobili della Difesa e il rafforzamento della sanità
militare). Con un esecutivo formato da anime molto diverse e con il
ritorno nei ministeri di rappresentanti della destra, anche le
Commissioni – quelle che hanno dato il primo via libera – introducono
nuove priorità.
Limitandone altre: se si
dà a qualcuno, si toglie a qualcun altro, la coperta non è infinita.
L’altro sono gli investimenti per scuola, lavoro, sanità, ecologia, un
settore quest’ultimo che di certo non beneficerà dall’acquisto e l’uso
di nuovi armamenti.
Il sostegno politico
è «trasversale», scrive Rete Italiana Pace e Disarmo, a fondi che
potrebbero allargarsi ancora di più: «Addirittura alla Camera i
commissari hanno concentrato il loro dibattito sulla “opportunità” di
accrescere ulteriormente i fondi a favore della spesa militare fornita
dal Piano. Da notare come il rappresentante del governo abbia
sottolineato come i pareri votati “corrispondano alla visione organica
del Pnrr” dello stesso esecutivo Draghi, che dunque ritiene che la
ripresa del nostro Paese si possa realizzare anche favorendo la corsa
agli armamenti».