mercoledì 14 aprile 2021

Una lezione di politica e quel "patto migratorio" per gli ultimi della terra


Ampio, rigoroso, autorevole, a tratti toccante, il discorso di Enrico Letta è insieme una prestigiosa lezione di politica e una boccata d'aria in questo tempo di apnea. Non c'è tema che non abbia affrontato con la gravità richiesta dal momento, ma anche con l'impulso a guardare oltre, quando la pandemia sarà finita e l'entusiasmo sarà come al crollo del muro di Berlino. Per quel nuovo scenario Letta si rivolge subito all'«Italia globale che si occupa degli altri», quella che, anche nelle peggiori avversità, non si è crogiolata nel ruolo della vittima, né ha mai issato la bandiera del risentimento. Non è una minoranza - lo sappiamo. L'Italia che non ha piegato lo sguardo, come Giulio Regeni, che ha oltrepassato i confini, come Luca Attanasio, è chiamata a una grande responsabilità: essere all'altezza del proprio ruolo globale. Trump: il «peggio» che abbiamo visto. E Letta cita Hannah Arendt, che rappresenta la democrazia - ma anche i diritti umani e un modo nuovo di considerare i rifugiati, quella «schiuma della terra», così facilmente calpestabile dallo strapotere degli Stati. Patrick Zaki «cittadino europeo» unisce e le parole vibranti di Letta sembrano già quasi aprire le porte della prigione in Egitto. La migrazione, invece, divide. Non abbiamo, però, sentito i soliti termini triti e ipocriti. Piuttosto la promessa di un nuovo «patto migratorio». Magari da discutere nelle «agorà democratiche». Ripartire dal «mondo degli esclusi» guardando ai giovani, i più lontani dalla politica. Educare - scrive Arendt nel prosieguo di quel testo - significa non estromettere i giovani e non lasciarli in balia di se stessi. Soprattutto non «strappar loro l'occasione di intraprendere qualcosa di nuovo, per noi imprevedibile». Questo è il senso con cui Letta interpreta una politica per la Next Generation Eu.

Donatella Di Cesare

La Stampa 15 marzo