Il fratello del detenuto suicida: "Abbandonato dallo Stato, stare in carcere è una finta pena di morte"
di Federica Cravero 02/04/2021
La Repubblica
"All’inizio
fai fatica a pensare che stia accadendo proprio a te quello che
solitamente vedi in tv. Invece tutto d’un colpo diventa vero. E inizi a
chiederti come sia potuto accadere e pensi che forse anche tu hai delle
responsabilità perché non hai capito, non hai aiutato abbastanza tuo
fratello…".
Parte da lontano il racconto
di Giuseppe Del Gaudio, che si prepara ad affrontare il processo per
gli agenti della polizia penitenziaria che non hanno vigilato sul
fratello Roberto, morto suicida a 65 anni la sera del 10 novembre 2019
nella cella in cui era detenuto per aver ucciso la moglie Brigida De
Maio. "Gli avevo portato io il pigiama lungo con cui si è impiccato —
racconta Giuseppe, più piccolo di cinque anni — Nessuno mi ha detto che
non andava bene, hanno solo controllato che non ci fossero dei lacci in
vita e basta". La malattia mentale, la crisi di coppia, un tumore allo
stomaco, il mobbing sul lavoro che lo aveva portato al licenziamento,
tutti problemi che si sono andati a sommare a un carattere difficile.
"Mio fratello ha fatto una cosa tremenda, faccio fatica a parlarne. Però
quando sono andato a trovarlo mi ha raccontato cose tremende e ho
proprio avuto l’impressione che se sei colpevole lo Stato ti abbandona, è
una finta pena di morte: se una persona normale entra lì dentro non c’è
recupero".
Cosa le aveva raccontato Roberto?
"Mi
aveva detto che la gente nelle altre celle urlava tutta la notte, che
lo minacciavano. E anche le guardie non lo trattavano bene. Non c’era la
porta ma solo le sbarre e tutti vedevano quello che facevi. Per questo
mi ha detto che cercava di andare in bagno la sera tardi, quando non
c’era più passaggio di persone".
E sul delitto che aveva commesso?
"Ho
avuto una sola occasione di parlare con lui per un’ora e, in cuor mio,
ho avuto la sensazione che sarebbe stata l’ultima. Per quello ho cercato
di parlare d’altro. Non volevo fargli domande, ma è stato lui che a un
certo punto mi ha parlato di 'quei maledetti tre minuti in cui è
successo tutto. Non ho capito perché l’ho fatto'. Queste sono state le
sue parole. Io pensavo che era giusto che pagasse per quello che aveva
fatto e provo molta pena per mia cognata, ma pensavo che magari avrebbe
scontato la pena in una comunità, anche a vita ma in un luogo più adatto
a chi ha problemi psichici".
Soffriva da tempo di questi disturbi?
"Veramente
io non ero consapevole di quanto grave fosse la situazione, loro erano
un po' chiusi su queste questioni e abitando lontani ci si vedeva poco e
ci si sentiva solo al telefono. Certe cose le ho lette sui giornali.
Non sapevo per esempio che un mese prima del delitto lui fosse stato
visto vagare in stato di semi incoscienza per la città e mia cognata
avesse pensato di farlo ricoverare in una comunità. Lui aveva avuto una
brutta depressione dopo una vicenda di mobbing sul lavoro. Lavorava al
Comune di Leinì quando era scoppiata l'inchiesta sulla 'ndrangheta che
aveva travolto il sindaco. Lui era al protocollo e diceva di aver
ricevuto pressioni per certe carte che non avrebbe dovuto vedere. Alla
fine si era licenziato. Poi gli avevano diagnosticato un cancro allo
stomaco e aveva cambiato anche la terapia con gli psicofarmaci. Lui non
aveva mai fatto pace con se stesso ma gli sono capitate anche molte
sventure".
Sebbene non vi sia la prova
certa, il sospetto è che quella sera le guardie stessero guardano la
partita nei monitor di sorveglianza.
"Questo
è incommentabile, è così assurdo che si fa fatica a concepirlo. Però
non ho niente contro quelle persone, ho provato a mettermi nei loro
panni, anche le loro famiglie adesso staranno vivendo un brutto momento.
Devono essere stressati, dalla carenza di personale, da turni
massacranti. Non li giustifico e devono pagare per le loro
responsabilità, ma quello è un inferno, un ambiente tremendo per chi ci
vive e per chi ci lavora. E ci sono delle responsabilità anche in capo
allo Stato, che non investe risorse e non tutela le persone".
Quando ha saputo del suicidio?
"Quella
notte stessa, verso l'una mi ha chiamato al cellulare il direttore del
carcere in persona. È stato delicato, ma è andato dritto al punto: 'Suo
fratello è morto'. Gli ho chiesto come era accaduto e mi ha detto che si
era impiccato con il pigiama. Quello che gli avevo comprato io".
Che ricordo le resta di suo fratello?
"Era
un uomo per certi versi problematico ma con grandi passioni, come la
pittura e l’atletica. Al suo funerale è venuta tantissima gente ed è
stato una sorpresa per me che credevo che mio fratello fosse una persona
molto chiusa. Questo ricordo porterò di lui, che nonostante tutto
quello che è accaduto, abbia lasciato un segno in tanta gente".