L’invivibile vita quotidiana nella Palestina a pezzi
Il Manifesto 31.03.2021
Territori
occupati. La frammentazione del territorio e dell'esistenza per milioni
di civili sotto occupazione spiegata in «Una vita in isolamento», la
prima di tre serie di rapporti della ong italiana Cospe.
Nawal
non riesce a dimenticarlo. Due anni fa, come in questi giorni, in
Israele si festeggiava la Pasqua ebraica. È un periodo dell’anno in cui
la chiusura dei Territori palestinesi occupati è più rigida del solito. E
l’esercito israeliano aggiunge altre restrizioni ai movimenti dei
palestinesi. «Mio figlio – racconta – tornava da Ramallah ma a un posto
di blocco (israeliano) è stato bloccato e obbligato ad aspettare fino al
giorno seguente». Anche Majida ha memorie legate a quei giorni. «Ero
all’ospedale e un amico voleva farmi visita. Ha lasciato il villaggio in
macchina, ha percorso quasi tutta la strada e a un certo punto non solo
gli è stato impedito di attraversare un posto di blocco ma ha anche
dovuto passare accanto a un gruppo di coloni (israeliani) che gli hanno
tirato sassi».
Episodi non isolati
quelli che raccontano Nawal e Majida. Sono solo un aspetto delle
molteplici conseguenze della frammentazione del territorio palestinese e
della quotidianità per milioni di civili sotto occupazione militare
israeliana. Una ragnatela di arterie stradali costruite a beneficio dei
coloni, posti di blocco permanenti o occasionali, «aree di sicurezza»
attorno agli insediamenti israeliani e il Muro di separazione,
complicano ogni anno di più l’esistenza dei palestinesi. Un percorso a
ostacoli che lascia indifferente la comunità internazionale. Lo
denunciano gli autori di «Una vita in isolamento», la prima di tre serie
di rapporti della ong italiana Cospe (Cooperazione per lo Sviluppo dei
Paesi Emergenti) – scritti in collaborazione con Giuristi Democratici,
Operazione Colomba, Isgi, Aveprobi e realizzati insieme a Palestinian
Youth Union e Acad, nell’ambito del progetto «Terra e diritti»
finanziato dalla Aics, l’agenzia italiana per la cooperazione allo
sviluppo – che riferiscono storie di comunità circondate da colonie e
basi militari israeliane e di civili costretti a fare i conti non di
rado anche con l’umore dei militari incaricati della loro
«sorveglianza». Storie che però riflettono anche la resilienza dei
palestinesi, decisi a vivere e a restare nella loro terra.