La notte della «Morte agli arabi»
Il Manifesto
24.04.2021
Le
strade tra le due Gerusalemme, ebraica e araba, ieri si sono svegliate
nel fetore. Non quello generato dallo sterco rilasciato dai cavalli
della polizia o dal liquido puzzolente che qualche ora prima avevano
sparato in abbondanza i cannoni ad acqua dei reparti antisommossa.
Piuttosto quello del razzismo che centinaia di militanti del gruppo
israeliano di estrema destra Lehava e kahanisti hanno sparso nella notte
di giovedì tra Piazza Zion e la Porta di Damasco, scandendo senza sosta
«Mavet laArabim», «Morte agli arabi».
Una
notte che non può essere spiegata come un episodio, la conseguenza
della tensione tra due popolazioni in una città che Israele ha
proclamato unilateralmente la sua capitale unita e che invece resta
sempre divisa in una zona ebraica e in un’altra palestinese occupata nel
1967.
Quanto si è visto l’altra sera è la conferma della forte crescita
della destra estrema israeliana e di quanto sia radicata a Gerusalemme.
E non è passata inosservata la partecipazione agli scontri con i
palestinesi anche di giovani haredi, religiosi ultraortodossi, sempre
più attratti dal nazionalismo più acceso e violento.
«Il
silenzio del premier Netanyahu e del sindaco di Gerusalemme (Moshe
Lion, Likud) sull’accaduto è eloquente. Nessuno è intervenuto
concretamente per proteggere in anticipo i residenti palestinesi della
città. I rappresentanti dell’estrema destra hanno istigato liberamente
alla violenza», spiegava ieri al manifesto Nir Hasson, giornalista di
Haaretz. «Diversi fattori sono dietro gli scontri di giovedì notte» ha
aggiunto «uno è l’ingresso (un mese fa) alla Knesset di Itamar Ben Gvir e
del partito Sionismo Religioso (di cui fa parte ‘Potere ebraico’, erede
del movimento razzista Kach del rabbino Meir Kahane, ndr). Gli
estremisti si sentono legittimati ad attaccare gli arabi».
A
favorire l’escalation hanno contribuito anche i filmati messi su Tik
Tok dagli aggressori di un giovane religioso ebreo preso a schiaffi su
un tram. E giovedì sera i palestinesi non sono rimasti a guardare.
Hanno
affrontato la polizia, lanciando pietre e bottiglie che hanno ferito
alcuni agenti, e pestato un ultraortodosso che si accingeva ad entrare
nella città vecchia.
Se l’è vista brutta un automobilista israeliano
circondato da una decina di giovani: ha poi raccontato di aver temuto un
linciaggio. Ma i numeri parlano chiaro.
Giovedì notte 105 palestinesi sono stati feriti dai militanti di destra
e dalla polizia che ha sparato proiettili di gomma e lanciato dozzine
di granate assordanti tra via Sultano Solimano e Musrara, di fronte alla
Porta di Damasco. Per 22 di loro è stato necessario il ricovero in
ospedale. Tra le decine di arrestati ci sono anche alcuni israeliani ma
quelli portati via dalla polizia erano quasi tutti palestinesi. Si sono
aggiunti ai tanti finiti in manette nelle sere precedenti, durante le
proteste per la chiusura, dettata in apparenza dalle misure anti-Covid
contro gli assembramenti, della Porta di Damasco l’accesso principale
per raggiungere la moschea di Al Aqsa durante le preghiere del Ramadan.
Giovedì
sera nel mercato ebraico di Mahane Yehuda, Nadim T., 26 anni, di Abu
Tor, era nel ristorante dove lavora da tre anni quando sono arrivati i
kahanisti. «Erano a caccia di arabi» ci ha raccontato «urlavano e
chiedevano al proprietario di cacciarmi via. Sono andati via solo quando
è arrivata la polizia. Tanti palestinesi come me lavorano a Mahane
Yehuda e potrebbero raccontarti la stessa storia». Imprecazioni, minacce
e insulti hanno coperto anche gli israeliani che protestavano contro i
raid antiarabi. Una notte di violenza di cui Benzi Gopstein, il leader
di Lehava, non si sente responsabile. «Non ho alcun potere su questi
giovani, agiscono per conto loro» ha detto con candore ai giornali in
lingua ebraica.
Ciò che si è visto nelle
strade di Gerusalemme giovedì notte è solo l’inizio, si teme. Un nuovo
atto grave di violenza, anche individuale, potrebbe scatenare una nuova
escalation. «Sono abituato a essere guardato con diffidenza e sospetto
solo perché sono un palestinese» ci diceva ancora Nadim «ma dopo l’altra
sera per la prima volta ho paura di tornare a Mahane Yehuda».