sabato 8 maggio 2021

L'agonia nel sottomarino indonesiano sparito nell'abisso



Se sono ancora vivi, stanno centellinando ogni respiro. Imprigionati in un guscio d'acciaio, nell'oscurità, in un calore asfissiante. Dmitrij Kolesnikov, uno degli ufficiali del Kursk russo affondato nel 2000, ha avuto la forza di raccontare quest'incubo: «Qui è troppo buio per scrivere, ma ci proverò a tentoni. A quanto pare non ci sono possibilità di salvarsi. Forse solo dal 10 al 20 per cento. Speriamo che almeno qualcuno leggerà queste parole. Saluto tutti, non dovete disperarvi».

Se sono ancora vivi, anche i 53 uomini a bordo del sottomarino indonesiano "Nanggala" continuano a guardare le lancette luminose dell'orologio: sono rimaste loro poche ore di ossigeno. La riserva nello scafo lungo 60 metri è terminata: in genere basta per tre giorni e il conto alla rovescia si è concluso oggi all'alba. Poi possono farcela ancora per un po', usando la scorta di cartucce di superossido di potassio: una sostanza chimica che assorbe l'anidride carbonica e libera ossigeno. Per questo tutto il mondo si è mobilitato per soccorrerli: 24 navi di Indonesia, Malesia, Singapore, India e Australia fanno rotta sulla zona dove il sottomarino mercoledì si è inabissato, sorvolata da elicotteri e aerei. Una corsa contro il tempo, sempre più drammatica. E una sfida contro il mare, che riesce a nascondere nella sua immensità qualsiasi battello, pure un sottomarino di 1.500 tonnellate.

Le ricerche partono da una grande chiazza di combustibile, avvistata a 40 chilometri dall'isola di Bali. Poco lontano sugli schermi dei ricognitori è apparsa una "massa magnetica" a 50-100 metri sotto le onde. Ed è questa notizia a tenere viva la speranza. A quella profondità, il "Nanggala" può essere raggiunto dai batiscafi speciali in grado di trasferire fino a 12 persone per volta, garantendo che affrontino la decompressione senza problemi. Uno di questi mezzi della Marina di Singapore sta dirigendo verso Bali: si spera che arrivi entro poche ore. Proprio quando l'ossigeno a bordo comincerà a finire. La situazione angosciante descritta dal capitano Kolesnikov nei biglietti ritrovati sul Kursk: «Ci sentiamo male, indeboliti dall'anidride carbonica. La pressione aumenta. Non potremo resistere più di un giorno. Se tentassimo di uscire, non sopravviveremmo alla decompressione».

Molti analisti però sono scettici. I fondali nell'area infatti sono abissali: tra i 500 e i 700 metri. Così in basso, non c'è scampo: lo scafo d'acciaio è progettato per arrivare al massimo a 200 metri, poi la forza della pressione lo stritola. Lo ha confermato Ahn Guk-hyeon, il portavoce dei cantieri sudcoreani Daewoo che nel 2012 hanno ammodernato il sottomarino costruito in Germania 40 anni fa. Inoltre localizzare un sottomarino nell'abisso è difficilissimo. Quando nel 2017 il "San Juan" argentino è affondato nell'Atlantico, c'è voluto più di un anno prima di scoprire il relitto: era a soli venti chilometri dal punto della scomparsa, ma su un fondale di 900 metri. Nessuno però intende arrendersi. E il presidente indonesiano Joko Widodo ha chiesto «il massimo sforzo per salvare gli uomini del "Nanggala"».

Gianluca Di Feo

la Repubblica 24 aprile