mercoledì 25 agosto 2021

IL POTERE DEL NO

 Il potere del no

di Nicla Panciera


A 17 anni, in ritardo di sette rispetto all'età in cui alcune bambine indiane sono costrette dalle famiglie a un matrimonio combinato, Priyanka Bairwa si ribella e convince i suoi a lasciarla libera di scegliere.

Non è un buon momento: nel suo paese la pandemia ha reso ancor più febbrile la ricerca di un marito per le figlie perché le restrizioni al numero massimo di invitati alle cerimonie garantiscono un notevole risparmio. Già si parla, nei soli mesi di luglio e agosto scorsi, di un incremento del 17% di spose bambine, forzate a lasciare la scuola e a sottomettersi al marito che possiede la terra e i diritti, che può studiare, lavorare e guadagnare.
Così, l'ottobre scorso, 

Priyanka Bairwa, della poverissima casta Dalit, fonda un movimento di bambine e ragazze, il Rajasthan Rising, per sostenere il diritto all'istruzione e alla libertà dal
matrimonio, e per lottare contro il lavoro minorile e la discriminazione di casta e di genere.

In principio le giovani sono una decina, tutte vicine di casa della piccola battagliera, ma in

meno di dieci mesi, manifestando di villaggio in villaggio e riuscendo a strappare molte bambine al destino imposto, il gruppo raggiunge quota 1200 membri. 

Oggi scendono in piazza e puntano i piedi, mirando a presentare le proprie rivendicazioni direttamente a funzionari, leader politici e ministri.
La buona notizia è che, nonostante la diffusa ostilità dei territori più tradizionalisti, qualcuno inizia ad appoggiarle, come il primo ministro del Rajasthan Ashok Gehlot, e intanto la mobilitazione si allarga oltre i confini dello stato più grande dell'India. Perché, dicono le ragazze, non siamo più sole, "insieme possiamo fare tutto". 

Persino cambiare la mentalità delle persone. Persino cambiare un destino che sembrava già segnato: quello di moltissime bambine.


D La Repubblica 14 agosto

Kahina Bahloul


«Nella mistica sufi ho trovato il vero messaggio di Maometto»


Prima imman donna di Francia, combatte
i fondamentalisti.
Mostrando l’altra verità

di Francesca Caferri

Kahina Bahloul ha occhi dolci e un portamento gentile, ma al telefono le sue risposte sprizzano
forza e determinazione. Kahina è la prima imam donna di Francia: ha fondato la moschea Fatima, d'ispirazione sufista, e si batte per un islam moderno e liberale, purificato da paure e sclerosi. Ha una voce serena, il tono sicuro che soppesa le parole e illumina le idee. Racconta la sua vocazione e sfida la tradizione musulmana, nella quale la funzione di guida spirituale è sempre stata dominio esclusivo degli uomini.
«Le donne devono prendere il loro posto, non possono aspettare che glielo si regali». Lo spirito combattivo è preannunciato dal nome: Kahina, infatti, era un'indomabile regina berbera del VII secolo, e inoltre in arabo significa sacerdotessa. Predestinazione?
Quel che è certo è che diventare imam è stato per questa giovane donna di 42 anni il frutto di un lungo e tortuoso cammino, che
ripercorre nel suo libro fresco di pubblicazione,
Mon islam, ma liberté (Albin Michel, 202).
Nata a Parigi nel 1979, da padre algerino kabyle e madre francese, Bahloul è cresciuta in Algeria, dove ha intrapreso studi di giurisprudenza, prima di ri tornare in Francia all'età di 24 anni. L'Algeria è dunque il Paese in cui ha mosso i primi passi, «sotto il suo sole caldo, coccolata e amata» dalla famiglia paterna, ma è in Francia che si è co
struita come donna adulta e ha ritrovato la libertà. In Algeria ha ricevuto un'educazione musulmana impregnata di valori umanisti: «Mio padre mi ha sempre insegnato che la cosa più impor-

tante per un musulmano è purificare il cuore». Ma in Algeria ha vissuto anche il "decennio nero" (1991-2002) e il terrore dei continui attentati islamisti. È stata costretta a portare il velo come tutte le altre donne per avere la vita
salva. Un trauma per lei, educata a un islam diverso e disorientata di fronte ai massacri commessi al grido di Allah akbar contro gli stessi musulmani. Il recente film Papicha può solo dare un'idea di che cosa volesse dire essere donna nell’Algeria degli anni’90. Ritornata in Francia, Kahina ha preso le distanze da qualsiasi forma di religiosità pur conservando un legame intimo con Dio: non si riconosceva nell'islam formalista ed egemonico. Qualche anno dopo, dopo la morte del padre e una profonda crisi esistenziale, il suo medico le parla di sufismo. Così inizia la sua ricerca spirituale, che prosegue ancora oggi. «Avevo l'impressione di aver trovato finalmente quello che avevo sempre cercato», È infatti nella mistica sufi che Kahina si riscopre musulmana in Francia, dopo aver rimesso tutto in discussione. Perché «la fede non si eredita, si acquisisce, si abbraccia volontariamente, con un profondo assenso del cuore», scrive nel suo libro.
Per Kahina, dunque, l'islam è stata una scelta. Tanto più difficile quando si hanno radici diverse. Suo padre era musulmano, sua nonna materna era ebrea polacca e il nonno materno era cattolico francese. «La scelta del-
la religione mi ha tormentata per tutta la vita finché non ho riscoperto l'islam e l'universalità del pensiero musulmano spirituale.
In quanto ultima religione rivelata, l’islam è la sintesi delle altre e delle mie appartenenze». Perciò si dice d'accordo con Edgar Morin (filosofo e sociologo francese),
per il quale l'islam è "una religione giudeo-cristiana".
La sua storia rispecchia la contaminazione di culture, religioni e lingue diverse che convivono in lei. Non è una sorpresa il fatto
che non voglia definirsi: «Sono musulmana, donna, francese, algerina e faccio spazio a tutte le mie appartenenze. La mia identità è in evoluzione»,
Oggi vive a Parigi e condivide con i suoi concittadini l'orrore degli attentati terroristici. Ma è stato dopo quello del 2015, contro Charlie Hebdo, che ha deciso di insorgere contro il fondamentalismo. Così ha ripreso gli
studi di islamologia ed è diventata, nel 2019, la prima imam di Francia. Non è una trasgressione né una novità: «Amina Wadud
ha tenuto la sua prima predica in una moschea in Sudafrica nel 1995», dice. Esistono da tempo imam donne in Cina, India, Messico, Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Paesi scandinavi e Italia, dove Naima Gohani dirige una preghiera mista nella moschea di Colle Val d'Elsa, in Toscana. Eppure la notizia suscita ancora choc, «tanto l'islam, in questi
ultimi decenni, ha dato un'immagine degradante della donna musulmana». Davanti alle polemiche e all'ignoranza, Kahina risponde con un'attenta lettura del testo sacro, «Il Corano non specifica se la funzione d'imam deve essere appannaggio degli uomini
o delle donne, quello che emerge è il concetto di guida spirituale o modello», Bahloul ricorda i tanti modelli citati nel Corano, tra cui Maria, la madre di Gesù, la regina di Saba o Sarah, la sposa di Abramo. «La lettura degli uomini ha preso il sopravvento sul messaggio di Dio. Riservare la funzione di imam agli uomini è una tradizione patriarcale che si è perpetrata fino a imporsi come norma, ma non esiste alcun divieto per le donne». Inconvincibili, gli ideologi fondamentalisti ribattono che «il corpo di una donna sarebbe
provocante e potrebbe turbare la concentrazione degli uomini durante la preghiera», scrive nel libro. Ma Bahloul chiude la questione rievocando il grande mistico Ibn 'Arabî, che ritiene la comple-
mentarità di maschile e femminile il principio primo della vita del cosmo. Idem per l'assenza di velo. Anche qui, nessuna trasgressione: «Il velo non è un obbligo religioso», dice. Che in quel pezzo di stoffa vede solo un «simbolo dell'oppressione».


Kahina Baloul è di nazionalità franco-algerina ed di professione è Imam.
È
figlia di un algerino («Da mio padre ho imparato che la cosa più importante per un
musulmano è purificare il cuore») e di una
francese, ha una nonna materna ebrea e un
nonno cattolico.


D La Repubblica 14 agosto