Il potere del no
di Nicla Panciera
A
17 anni, in ritardo di
sette
rispetto all'età
in
cui alcune bambine indiane sono
costrette
dalle famiglie
a un matrimonio combinato, Priyanka Bairwa si ribella
e
convince i suoi a lasciarla libera
di scegliere.
Non
è un buon momento: nel
suo
paese la pandemia ha reso
ancor
più febbrile la ricerca di un
marito
per le figlie perché le restrizioni al numero massimo di
invitati
alle cerimonie garantiscono un notevole risparmio. Già
si
parla, nei soli mesi di luglio e
agosto
scorsi, di un incremento
del
17% di spose bambine, forzate a lasciare la scuola e a sottomettersi
al marito che possiede
la
terra e i diritti, che può studiare, lavorare e guadagnare.
Così,
l'ottobre scorso,
Priyanka Bairwa, della poverissima casta Dalit,
fonda un movimento di bambine
e ragazze, il Rajasthan
Rising,
per sostenere il diritto
all'istruzione
e alla libertà dal
matrimonio,
e per lottare contro il lavoro minorile e la discriminazione di casta
e di genere.
In principio le giovani sono
una
decina, tutte vicine di casa
della
piccola battagliera, ma in
meno di dieci mesi, manifestando di villaggio in villaggio e riuscendo a strappare molte bambine al destino imposto, il gruppo raggiunge quota 1200 membri.
Oggi
scendono in piazza e puntano i piedi, mirando a presentare le proprie
rivendicazioni direttamente a funzionari, leader politici
e ministri.
La
buona notizia è che, nonostante la diffusa ostilità dei territori
più tradizionalisti, qualcuno inizia
ad appoggiarle, come il primo ministro del Rajasthan Ashok
Gehlot,
e intanto la mobilitazione si allarga oltre i confini dello
stato
più grande dell'India. Perché, dicono le ragazze, non siamo più
sole, "insieme possiamo
fare
tutto".
Persino cambiare la mentalità delle persone. Persino cambiare un destino che sembrava già segnato: quello di moltissime bambine.
D La Repubblica 14 agosto
Kahina Bahloul
«Nella mistica sufi ho trovato il vero messaggio di Maometto»
Prima
imman donna di Francia, combatte
i fondamentalisti.
Mostrando
l’altra verità
di
Francesca Caferri
Kahina
Bahloul ha occhi dolci e un portamento gentile, ma al telefono le sue
risposte sprizzano
forza e determinazione. Kahina è la prima imam
donna di Francia: ha fondato la moschea Fatima, d'ispirazione
sufista, e si batte per un islam moderno e liberale, purificato da
paure e sclerosi. Ha una voce serena, il tono sicuro che soppesa le
parole e illumina le idee. Racconta la sua vocazione e sfida la
tradizione musulmana, nella quale la funzione di guida spirituale è
sempre stata dominio esclusivo degli uomini.
«Le donne devono
prendere il loro posto, non possono aspettare che glielo si regali».
Lo spirito combattivo è preannunciato dal nome: Kahina, infatti, era
un'indomabile regina berbera del VII secolo, e inoltre in arabo
significa sacerdotessa. Predestinazione?
Quel che è certo è che
diventare imam è stato per questa giovane donna di 42 anni il frutto
di un lungo e tortuoso cammino, che
ripercorre nel suo libro
fresco di pubblicazione, Mon
islam, ma liberté
(Albin Michel, 202).
Nata a Parigi nel 1979, da padre algerino
kabyle e madre francese, Bahloul è cresciuta in Algeria, dove ha
intrapreso studi di giurisprudenza, prima di ri tornare in Francia
all'età di 24 anni. L'Algeria è dunque il Paese in cui ha mosso i
primi passi, «sotto il suo sole caldo, coccolata e amata» dalla
famiglia paterna, ma è in Francia che si è costruita
come donna adulta e ha ritrovato la libertà. In
Algeria ha
ricevuto
un'educazione musulmana impregnata di valori umanisti: «Mio padre mi
ha sempre
insegnato
che la cosa più impor-
tante
per un musulmano è purificare il cuore». Ma in Algeria ha
vissuto
anche il "decennio nero"
(1991-2002)
e il terrore dei continui attentati islamisti. È stata costretta a
portare il velo come tutte le altre donne per avere la vita
salva.
Un trauma per lei, educata a un islam diverso e disorientata di
fronte ai massacri commessi al grido di Allah
akbar
contro
gli
stessi musulmani. Il recente
film
Papicha può solo dare un'idea di che cosa volesse dire essere donna
nell’Algeria degli anni’90. Ritornata in Francia, Kahina
ha
preso le distanze da qualsiasi
forma
di religiosità pur conservando un legame intimo con Dio:
non
si riconosceva nell'islam formalista ed egemonico. Qualche anno dopo,
dopo la morte del padre e una profonda crisi esistenziale, il suo
medico le parla di sufismo. Così inizia la sua ricerca
spirituale,
che prosegue ancora oggi. «Avevo l'impressione di
aver
trovato finalmente quello
che
avevo sempre cercato», È infatti nella mistica sufi che Kahina
si
riscopre musulmana in Francia, dopo aver rimesso tutto in
discussione. Perché «la fede non si
eredita,
si acquisisce, si abbraccia volontariamente, con un profondo assenso
del cuore», scrive
nel
suo libro.
Per
Kahina, dunque, l'islam è
stata
una scelta. Tanto più difficile quando si hanno radici diverse. Suo
padre era musulmano, sua nonna materna era ebrea
polacca
e il nonno materno era
cattolico
francese. «La scelta del-
la
religione mi ha tormentata per
tutta
la vita finché non ho riscoperto l'islam e l'universalità del
pensiero
musulmano spirituale.
In
quanto ultima religione rivelata, l’islam è la sintesi delle altre
e
delle
mie appartenenze». Perciò
si
dice d'accordo con Edgar Morin (filosofo e sociologo francese),
per
il quale l'islam è "una religione giudeo-cristiana".
La
sua storia rispecchia la contaminazione di culture, religioni
e
lingue diverse che convivono
in
lei. Non è una sorpresa il fatto
che
non voglia definirsi: «Sono
musulmana,
donna, francese, algerina e faccio spazio a tutte le
mie
appartenenze. La mia identità è in evoluzione»,
Oggi
vive a Parigi e condivide
con
i suoi concittadini l'orrore
degli
attentati terroristici. Ma è
stato
dopo quello del 2015, contro Charlie Hebdo, che ha deciso di
insorgere contro il fondamentalismo. Così ha ripreso gli
studi
di islamologia ed è diventata, nel 2019, la prima imam di
Francia.
Non è una trasgressione né una novità: «Amina Wadud
ha
tenuto la sua prima predica
in
una moschea in Sudafrica nel
1995»,
dice. Esistono da tempo imam donne in Cina, India, Messico, Stati
Uniti, Germania, Gran
Bretagna,
Paesi scandinavi e Italia, dove Naima Gohani dirige una
preghiera
mista nella moschea
di
Colle Val d'Elsa, in Toscana.
Eppure
la notizia suscita ancora choc, «tanto l'islam, in questi
ultimi
decenni, ha dato un'immagine degradante della donna
musulmana».
Davanti alle polemiche e all'ignoranza, Kahina risponde con
un'attenta lettura del
testo
sacro, «Il Corano non specifica se la funzione d'imam deve essere
appannaggio degli uomini
o
delle donne, quello che emerge
è
il concetto di guida spirituale o
modello»,
Bahloul ricorda i tanti
modelli
citati nel Corano, tra cui
Maria,
la madre di Gesù, la regina
di
Saba o Sarah, la sposa di Abramo. «La lettura degli uomini ha
preso
il sopravvento sul messaggio di Dio. Riservare la funzione
di
imam agli uomini è una tradizione patriarcale che si è perpetrata
fino a imporsi come norma,
ma
non esiste alcun divieto per le
donne».
Inconvincibili, gli ideologi fondamentalisti ribattono che
«il
corpo di una donna sarebbe
provocante
e potrebbe turbare la
concentrazione
degli uomini durante la preghiera», scrive nel libro. Ma Bahloul
chiude la questione rievocando il grande mistico
Ibn
'Arabî, che ritiene la comple-
mentarità
di maschile e femminile il principio primo della vita
del
cosmo. Idem per l'assenza di
velo.
Anche qui, nessuna trasgressione: «Il velo non è un obbligo
religioso»,
dice. Che in quel pezzo di stoffa vede solo un «simbolo
dell'oppressione».
Kahina
Baloul è
di nazionalità franco-algerina
ed di professione è
Imam.
È
figlia
di un
algerino
(«Da
mio padre
ho
imparato
che
la cosa
più
importante
per
un
musulmano
è
purificare
il
cuore»)
e di una
francese,
ha una
nonna
materna
ebrea
e un
nonno
cattolico.
D La Repubblica 14 agosto