mercoledì 25 agosto 2021

RAZZISMO COME REAZIONE ALLA NOSTRA DEBOLEZZA

 Perché siamo razzisti?

Perché siamo razzisti? Senza troppi infingimenti diciamolo chiaramente: perché la nostra società si va disgregando.

E siccome sentiamo la nostra identità collettiva minacciata unitamente alle nostre condizioni di benessere che non sappiamo come difendere, invece di riconoscere la nostra patologia, accusiamo lo straniero di essere la causa della nostra dissolvenza.
E tutto ciò anche se le cause sono sotto gli occhi di tutti a partire dalla nostra corruzione (morale, politica, amministrativa), dalla nostra mancanza di iniziativa, dalla nostra indolenza lavorativa (per cui affidiamo agli stranieri i lavori che nessuno di noi vuole più svolgere), fino a giungere al nostro decadimento culturale, portato fino a quel limite dove ci si vanta della propria ignoranza.


Accogliamo gli stranieri alla sola condizione che si "integrino" nella nostra cultura, nei nostri usi e costumi, purché la loro integrazione non cancelli le differenze socialmente percepibili tra Noi e Loro, come quando ci sentiamo minacciati se Loro hanno diritto a una casa, a un'assistenza medica, a una pensione, ai vantaggi dello stato sociale.
Come opportunamente sostiene il politologo
francese Pierre-André Taguieff nel suo libro
Il razzismo (Raffello Cortina), lo straniero è ritenuto inferiore per il timore che un innalzamento del suo livello di vita comporti per noi un precipitare al suo livello, fino a esserne sommersi, inglobati e risucchiati. L'ostilità verso lo straniero nasce allora dal terrore del nostro "declassamento", le cui cause vanno invece ricercate nell'indolenza
e nella scarsa capacità di sacrificio tipiche delle società opulente. Non dunque il pigmento della pelle o le differenze culturali o religiose, ma il terrore di perdere la nostra ricchezza, perché tutti sappiamo che una ricchezza è tale non quando la si possiede, ma quando si è in grado di mantenerla.
Ma non basta. Oltre al pregiudizio "economico", più segretamente si nasconde nel nostro inconscio anche un pregiudizio "biologico". 

Avremmo noi la forza di partire ad esempio dalla Siria o dall’Iraq, attraversare a piedi tutti i Paesi dell'ex Jugoslavia per approdare a Trieste, attraversare l'Italia settentrionale per raggiungere infine i valichi che consentono l'accesso alla Francia? 

Oppure partire dalla Nigeria, trascorrere mesi e mesi nel deserto, per approdare nelle prigioni libiche dove si subiscono stupri e torture, da cui ci si può liberare solo riuscendo a trovare a pagamento un barcone che, senza garantire l'approdo, rappresenta l’ultima speranza? No. Noi non saremmo capaci.

E questo ci fa capire e inconsciamente sospettare che questi stranieri sono biologicamente più forti di noi. 

E come ci insegna la dissoluzione dell'impero Romano, alla fine nella storia è la biologia che vince.

Umberto Galimberti, D la Repubblica 14 agosto