Perché siamo razzisti?
Perché siamo razzisti? Senza troppi infingimenti diciamolo chiaramente: perché la nostra società si va disgregando.
E siccome sentiamo
la nostra identità collettiva minacciata unitamente alle nostre
condizioni di benessere che non sappiamo come difendere, invece di
riconoscere la nostra patologia, accusiamo lo straniero di essere la
causa della nostra dissolvenza.
E tutto ciò anche se le cause
sono sotto gli occhi di tutti a partire dalla nostra corruzione
(morale, politica, amministrativa), dalla nostra mancanza di
iniziativa, dalla nostra indolenza lavorativa (per cui affidiamo agli
stranieri i lavori che nessuno di noi vuole più svolgere), fino a
giungere al nostro decadimento culturale, portato fino a quel
limite dove ci si vanta della propria ignoranza.
Accogliamo gli
stranieri alla sola condizione che si "integrino" nella
nostra cultura, nei nostri usi e costumi, purché la loro
integrazione non cancelli le differenze socialmente percepibili tra
Noi e Loro, come quando ci sentiamo minacciati se Loro hanno
diritto a una casa, a un'assistenza medica, a una pensione, ai
vantaggi dello stato sociale.
Come opportunamente sostiene il
politologo
francese Pierre-André Taguieff nel suo libro
Il
razzismo
(Raffello Cortina), lo straniero è ritenuto inferiore per il timore
che un innalzamento del suo livello
di vita comporti per noi un precipitare
al
suo livello, fino a esserne sommersi, inglobati
e
risucchiati. L'ostilità verso lo straniero nasce
allora
dal terrore del nostro "declassamento",
le
cui cause vanno invece ricercate nell'indolenza
e
nella scarsa capacità di sacrificio tipiche delle
società
opulente. Non dunque il pigmento della
pelle
o le differenze culturali o religiose, ma
il
terrore di perdere la nostra ricchezza, perché tutti
sappiamo
che una ricchezza è tale non quando
la
si possiede, ma quando si è in grado di mantenerla.
Ma
non basta. Oltre al pregiudizio "economico",
più
segretamente si nasconde nel nostro inconscio
anche
un pregiudizio "biologico".
Avremmo noi la forza di partire ad esempio dalla Siria o dall’Iraq, attraversare a piedi tutti i Paesi dell'ex Jugoslavia per approdare a Trieste, attraversare l'Italia settentrionale per raggiungere infine i valichi che consentono l'accesso alla Francia?
Oppure partire dalla Nigeria, trascorrere mesi e mesi nel deserto, per approdare nelle prigioni libiche dove si subiscono stupri e torture, da cui ci si può liberare solo riuscendo a trovare a pagamento un barcone che, senza garantire l'approdo, rappresenta l’ultima speranza? No. Noi non saremmo capaci.
E questo ci fa capire e inconsciamente sospettare che questi stranieri sono biologicamente più forti di noi.
E come ci insegna la dissoluzione dell'impero Romano, alla fine nella storia è la biologia che vince.
Umberto Galimberti, D la Repubblica 14 agosto