Ragazze in piazza tra forza e paura
Francesca Sforza
La Stampa 18/8
Non si sono viste molte donne nella fuga di massa dall'aeroporto di Kabul, in compenso ieri sono andate in piazza.
Non scappavano, non chiedevano pietà, non si strappavano le vesti, manifestavano. "Lavoro, formazione e partecipazione politica sono nostri diritti. Non cancellate le donne", si poteva leggere su alcuni cartelli formato A4 che tenevano sopra le loro teste. Scritte fatte in casa, uno strazio improvvisato in chissà quale interno afgano, frutto di un coraggio nato da chissà quale assurda quotidianità, inimmaginabile nei cortili dell'Occidente.
Coperti i capelli, scoperti i volti, forti le voci. Come quella della sindaca della città ultraconservatrice di Maidan Shar, Zarifa Ghafari, che ha saputo far arrivare il suo messaggio: "I taleban mi uccideranno, ma io non ho più paura di morire". L'unica impercettibile eredità della democrazia che volevamo esportare è in queste voci che sono riuscite, per lo più tramite i social, a bucare l'oscurantismo incombente.
Le donne di Kabul, quelle che sono riuscite malgrado tutto a perforare il silenzio sociale a cui sono ridotte da decenni, stanno a testimoniare tutto ciò che l'Occidente non è riuscito a fare, specchio perfetto della débâcle di americani ed europei in questa sventurata avventura afgana: dare voce, peso e ruoli a quelle figure che avrebbero potuto rinforzare la società dalle fondamenta.
Cosa si è fatto in questi venti anni per rendere le infrastrutture sociali del Paese più forti? Ci si è impegnati abbastanza, oltre che per motivare le forze militari (operazione scarsamente riuscita), nel rinnovare e nell'investire in formazione e educazione delle fasce più deboli? Di tutte le milioni di donne che continuano ad abitare le sterminate province afgane, quelle che il grande gioco degli americani non ha né capito ne tantomeno contribuito a far partecipare alla partita, oggi siamo chiamati in qualche modo a dare conto. Possiamo scegliere se fuggire in corsa come all'aeroporto, lasciando che qualcuno perda la vita pensando di salvarsi attaccato alle ruote, o avere la pazienza, la maturità e l'intelligenza di capire quali siano, a questo punto, le strade per soccorrere la società afgana.