mercoledì 18 agosto 2021

CONDIVIDO PIENAMENTE

 Ma io vi prego accogliamoli

Luigi Manconi

La Stampa 18/8

Sì può provare - almeno - a «limitare il disonore», secondo quanto ammoniva tempo fa un intellettuale schivo come Piergiorgio Bellocchio. Tutti gli osservatori parlano in queste ore delle responsabilità degli Stati Uniti e dell'Occidente per ciò che sta accadendo in Afghanistan. E quanto ha scritto ieri Domenico Quirico non comunica solo l'emozione collettiva per una tragedia umanitaria, ma costituisce il rendiconto di un fallimento politico senza attenuanti. Basterà ora cospargersi il capo di cenere per un tempo prevedibilmente breve e consegnare ai politologi e ai polemologi il compito di una fredda ricostruzione delle cause vicine e lontane di una simile catastrofe?

I Paesi democratici hanno molto da fare per non abbandonare le donne afghane e quanto di vitale e innovativo, nonostante tutto, è emerso in quel paese negli ultimi decenni. E per impedire che su quella popolazione si chiuda il dispositivo del totalitarismo teocratico. Ma c'è un altro compito, ancora più urgente e pressante, col quale ci si deve misurare: e che può assumere il significato di una sorta di risarcimento per lo scialo di morte, sofferenza e mortificazione dei diritti che si consuma e che si consumerà nei prossimi giorni e mesi e anni. La questione, al contempo enorme e ineludibile, è quella rappresentata dai profughi di questa guerra e del suo prolungarsi nella forma del dispotismo e dell'oppressione. Si parla, in queste ore, di corridoi umanitari, ma essi rappresentano solo la prima e più incalzante emergenza, da risolvere nel più breve tempo possibile. Ciò che si richiede, piuttosto, è un grande piano umanitario capace di soccorrere, assistere e ricollocare un numero forse ingente di persone. Problema assai arduo per un singolo paese, ma alla portata di quella comunità internazionale alla quale così frequentemente, e vanamente, ci si appella; e che, solo se si rivela in grado di superare questa prova, potrà riscattare almeno in parte l'onta che la capitolazione di Kabul ha crudelmente mostrato.

Soccorrere, assistere e ricollocare i profughi afghani non è solo un elementare dovere umanitario. È, a ben vedere, la sola possibilità per le democrazie occidentali di riconquistare un qualche senso morale: e, allo stesso tempo, un ruolo politico. Se le democrazie non sono in grado di correre in aiuto delle vittime dei propri stessi errori perdono qualunque credibilità e autorevolezza e qualunque capacità di attrazione per i popoli oppressi dalle dittature o tentati di affidarsi a esse.