mercoledì 18 agosto 2021

SE VOGLIAMO SALVARE LA TERRA

 Vanno piantati, per salvare la Terra

Mille miliardi di alberi

Il gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Ipcc) ha pubblicato ieri il sesto rapporto sullo stato del clima del pianeta, prendendo in esame oltre 14.000 articoli di letteratura scientifica e sintetizzandoli, nella maniera più rigorosa possibile, in un singolo documento. Senza giri di parole, le conclusioni su cosa stia accadendo al clima della Terra e quali siano le proiezioni sul prossimo futuro non possono altro che essere descritte come catastrofiche.

In un numero ridottissimo di anni, l’uomo ha dato fuoco al pianeta. Neanche lo stile freddo e tecnico della comunicazione scientifica riesce a mascherare l’inquietudine per quello che sta accadendo.

Da ogni capitolo del rapporto traspare la preoccupazione per quanto la Terra sia diventata calda e quanto lo diventerà ancora, quanto ghiaccio polare si sia sciolto e quanto se ne scioglierà nei prossimi anni, quanta parte del pianeta soffrirà la siccità, le tempeste, gli allagamenti, gli incendi fino a diventare inabitabile.

Un lungo e doloroso catalogo degli orrori la cui unica, indiscutibile, causa siamo noi uomini. "È inequivocabile che l’influenza umana ha riscaldato l’atmosfera, l’oceano e la Terra": è questo l’incipit del rapporto e nello stesso tempo l’esposizione del tema principale. È l’uomo che ha causato tutto questo. A differenza dei precedenti rapporti dell’Ipcc, per la prima volta, la responsabilità umana è "inequivocabile".

Sembrerebbe un paradosso, ma se vogliamo trovare una buona notizia nell’intero documento, questa sta proprio in quell’aggettivo: inequivocabile. Senza incertezza, in maniera chiara e indubbia, sappiamo oggi che il riscaldamento globale è causato dall’attività umana.

Fosse stata la conseguenza dei cicli geologici o delle variazioni nell’attività solare, o delle tante immaginifiche cause al di fuori della nostra azione, raccontateci dai negazionisti negli ultimi decenni, sarebbe stato molto peggio. Il fatto che dipenda da noi è una buona notizia: vuol dire che possiamo porci rimedio. A partire dalla prossima conferenza di novembre sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Cop26) dove l’Italia può e deve fare il possibile perché si adottino risoluzioni più efficaci rispetto al passato.

Certamente il passo tenuto negli ultimi decenni non è più tollerabile. Per accertarsi della sua efficacia basta guardare alla concentrazione della CO 2

nell’atmosfera. È il dato significativo, un po’ come il numero di morti per Covid. Finché non diminuisce vuol dire che le soluzioni adottate non sono state efficaci. La stessa cosa accade per il riscaldamento globale: fino a quando la CO 2

continuerà a salire vorrà dire che non stiamo facendo ciò che è necessario. Nel decennio dal 1990 al 2000 la CO 2

nell’atmosfera è aumentata in media di 1,5 ppm (parti per milione) per anno, dal 2000 al 2010 è aumentata di 2 ppm per anno e dal 2010 al 2020 di circa 2,5 ppm per anno. Un andamento che sembra disinteressarsi completamente di ogni nostra risoluzione. È chiaro che l’uso dei combustibili fossili non dovrebbe più essere tollerato. Ma questa strada, per quanto ineludibile, potrebbe richiedere troppo tempo. Ed il tempo è proprio ciò che ci manca.

Per questo torno a proporre che piantare una sufficiente quantità di alberi (che rimuovono la CO 2

dall’atmosfera) è una soluzione fondamentale. Dovremmo piantare mille miliardi di alberi (forse qualcosa in più) e ci vorrebbero anni, forse decenni, prima che i risultati diventino evidenti, ma possiamo essere certi che ci sarebbero.

Decenni non è una quantità di tempo prevista dalla politica, lo capisco, ma non abbiamo alternative serie se vogliamo ridurre l’impatto del riscaldamento globale sulla vita di miliardi di persone. Proponiamolo con decisione a Glasgow: che ciascun Paese della Terra pianti la sua quota di alberi. I miracoli accadono.

Abbiamo vinto i 100 metri alle Olimpiadi, convincere 200 nazioni a piantare mille miliardi di alberi non sarà di certo più difficile.

Stefano Mancuso

La Repubblica 10 agosto