venerdì 13 agosto 2021

RIFLESSIONE DI PAOLO GAMBERINI DA ROCCA 15 LUGLIO

Gesù pienezza dell’uomo

Da diversi anni assistiamo ad un rinnovato interesse verso la figura di Gesù. Nuove domande si incrociano con le domande di sapore antico: «Ma tu chi sei?», Fede e ragione, tradizione evangelica e ricerca storico-critica, continuano a remare per approdare a nuove sponde della conoscenza di Cristo. A volte, fede e ragione, rischiano di isolarsi l’una dall'altra, girando così su se stesse; a volte simpatizzano e concorrono insieme a cercare il Cristo. «La vera differenza non è tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti. L’importante è imparare a inquietarsi. Se credenti, a inquietarvi della vostra fede. Se non credenti, a inquietarvi della vostra non credenza. Solo allora saranno veramente fondate» (1).
Da un lato, lo storico-critico aiuta il credente a smascherare ogni mitizzazione indebita o favoleggiamento di Gesù Cristo; dall'altro lato, il credente aiuta il pensante, colui che cerca e ricerca il Gesù storico, a non insuperbirsi ma anche a non desistere dalla sua ricerca. «L’atteggiamento corretto è quello agostiniano: cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo sempre. E spesso si
cerca a tentoni, come si legge nella Bibbia» (2).


Gesù ebreo e apocalittico

La tragedia della Shoah ha costretto le chiese cristiane a ripensare se stesse, in particolare a rimembrare-nel senso proprio della parola re-inserire Gesù dentro al suo corpo originario che è il popolo ebraico. A loro appartiene Gesù. Il suo popolo ci dona Gesù così com’è: vere homo ma ancor più vere iudaicus. Lo studioso della Bibbia Julius WelIhausen affermava: «Gesù non era un cristiano ma un giudeo». L’identità etnica di Gesù, ebreo e galileo di Nazaret, ha una dimensione importante per la comprensione del mistero dell'incarnazione (3).
La ricerca storico-critica recente sottolinea che il Gesù ebreo è stato un
apocalittico (Bart Ehman, Giorgio Jossa), in stretta comunione con il messaggio e la missione di Giovanni Battista (Fernando Bermejo Rubio) (4).
Gesù era un predicatore della fine dei tempi e il suo annuncio aveva anche una dimensione antiromana, per questo il titolo «re dei giudei» se lo attribuì Gesù stesso. Pur riconoscendo un legame essenziale tra Gesù e il Battista, ritengo che nell'annuncio di Gesù
la dimensione apocalittica (
la fine del mondo arriverà) e la dimensione escatologica (la fine è già qui) non devono essere fatte coincidere (5).
Un altro aspetto caratteristico dell'identità del Nazareno è il suo rapporto con la Legge. Ricordiamo che la Legge aveva due dimensioni fondamentali: morale e cultuale. Quest'ultima è all'origine della distinzione etnica tra giudei e pagani. È vero che il Gesù storico è
halakhico, «preoccupato e impegnato a discutere della Legge mosaica e delle questioni pratiche che ne scaturiscono» (6). Ě vero che Gesù non ha mai rifiutato la Legge e le istituzioni fondamentali di Israele (la famiglia, la sinagoga, il tempio). È vero che Gesù non ha mai voluto iniziare una nuova religione e che sono state le comunità cristiane - dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme - a presentare un Gesù contro la Legge. Tuttavia, va riconosciuto a Gesù di aver sostenuto una particolare interpretazione della Legge, ponendo il cuore della Legge nell'amore verso Dio e verso il prossimo. Il «cuore nuovo» del codice di santità non sostituisce la Legge ma la realizza. «Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Sgnore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato» (Ger 31,33-34).

dal Gesù storico al Cristo dogmatico

La ricerca storico-critica obbliga la dogmatica ecclesiale a

ripensare le proprie categorie, i propri modelli e presupposti. Il

riferimento alla storia di Gesù ha dunque un’importante funzione critica per la dogmatica cristologica ed è un rimedio anche ai nostri giorni verso certe forme fantastiche, speculative o addirittura docetiste di fede in Gesù. Permane, tuttavia, una certa ambiguità di atteggiamento negli ambienti accademici e nei luoghi di

formazione teologica. Da un lato la ricerca storico-critica tende a «dissacrare» il Cristo dei Vangeli; dall'altro lato la dogmatica

ecclesiale tenta di assorbire i risultati della ricerca storica senza modificare però il proprio modello teologico. Si accostano i testi sacri con devozione e senso critico, con l'incenso e lo scalpello; ma quando si arriva ad un punto, in cui la rivestitura teologica cede sotto lo scalpello ed emerge un possibile strato «dis-sacrato» del testo originario, interviene subito l’incenso del dogma per annebbiare la comprensione dell'identità di Gesù e poter fare alla cristologia un capovolgimento di prospettiva, lancio solo due esempi: la storicità del concepimento verginale di Gesù e la questione della tomba vuota.
Dal punto di vista epistemologico, la dogmatica utilizza ancora nel 21° secolo il modello del Dio tappabuchi (Dietrich Bonhoefer), in cui Dio interviene per supplire con la sua potenza alla deficienza delle cause secondarie quando queste non riescono sortire il proprio effetto o a farne sortire uno maggiore. È questa la concezione del teismo classico, presente in Tommaso d'Aquino secondo cui la
causa prima può sostituirsi in alcuni casi all'agire categoriale delle cause seconde: come nel caso di un concepimento senza seme maschile e nella resurrezione col sepolcro vuoto (7).
A questo modello teologico dell’interventismo divino corrisponde il modello epistemologico della
fides quae che aggiunge per canali straordinari (tradizioni orali primitive e private oppure conoscenze soprannaturali) informazioni su eventi storici a cui la conoscenza storico-critica non ha accesso. Così si esprime un famoso esegeta John P. Meier: «La ricerca storico-critica semplicemente non ha le fonti e gli strumenti disponibili per raggiungere una decisione

definitiva sulla storicità del concepimento verginale come è

narrato da Matteo e Luca. L’accettazione o il rigetto della dottrina sono largamente influenzati dalle precomprensioni filosofiche e teologiche di ciascuno, come pure dal peso che si attribuisce all'insegnamento della chiesa. Ancora una volta, dobbiamo ricordarci dei limiti intrinseci della critica storica» (8).

Tale modello teista - sia nella dimensione teologica che

epistemologica - è ben presente nei tre volumi di Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Volendo superare lo strappo tra il Gesù storico e il Cristo della fede, Joseph Ratzinger presuppone a priori «il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il ‘Gesù storico’ in senso vero e proprio» (9). Molti critici da varie parti hanno fatto presente che c'è, invece, una maggiore discontinuità tra il Gesù della storia e il Cristo della fede, pur in una grande continuità tra i due (10).

dal Cristo del dogma al Cristo cosmico

L'attuale dibattito nella ricostruzione del Gesù storico tenta di distinguere la
discontinuità della confessione cristologica a partire dalla caduta del Tempio (70 d.C.) dall'elemento di novità che Gesù incarna all'interno del suo ambiente religioso e culturale. Si tratta di una «novità» che emerge dal suo essere ebreo, dalla sua esperienza religiosa ed umanità. Seguendo Teilhard de Chardin e il teologo gesuita Karl Rahner, possiamo dire che nell'uomo Gesù «la tendenza fondamentale della materia a trovare se stessa nello spirito perviene al suo traguardo definitivo mediante

l'autotrascedenza» (11). In tale prospettiva evolutiva è da rileggere il mistero dell'incarnazione, compreso non più come la discesa dall’alto di una divinità separata dal creato (teismo) ma come il dono che la Vita divina fa di sé in quanto spirito. «Dio fuoriesce da sé, lui stesso, lui nella sua qualità di pienezza che si dona» (12). Non solo all'uomo Gesù ma a tutto il creato, Dio comunica Se stesso e in tal modo fa sì che la materia possa evolvere verso forme di vita sempre più complesse. «Il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose» (Sap 12,1).
L'amore
radicale e incondizionato di Gesù, verso Dio e il

prossimo, è stato il compimento dell’autotrascendenza

creaturale, la realizzazione della Parola di Dio in un cuore di carne. Questo ha rivelalo la risurrezione: Gesù come pienezza compiuta dell'umano (13). Comprendere in tal modo l'incarnazione e la risurrezione ci consente di rispondere alla domanda «E voi chi dite che io sia» (Mt 16,15) non più secondo il teismo, cioè «dall'alto», ma in modo relazionale e dinamico dal profondo della realtà. Lo Spirito che agisce crea attivamente in Gesù, è lo stesso che è presente nel più intimo di ogni cosa. Questa presenza divina, che assicura la permanenza e lo sviluppo di ogni essere, è la continuazione dell’zione creatrice. Lo spirito di Dio ha riempito le

potenzialità che permettono che dal grembo stesso delle cose possa sempre qualcosa di nuovo germogliare qualcosa di nuovo». In questa chiave cosmica possiamo rileggere il 22 della Gaudiun et Spes e confessare che «con l’incarnazione del Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo […] Lo Spirito Santo dà a tutti la

possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale» (GS 22). Se «conoscere» è nascere con (cum-gnosco), tutti gli esseri dal più piccolo al più grande, conosceranno e diventeranno Dio, «perché lo vedranno così come egli è»

(1GV3,2).
Paolo Gamberini