Gesù pienezza dell’uomo
Da
diversi anni assistiamo ad un
rinnovato
interesse verso la figura di Gesù. Nuove domande si
incrociano
con le domande di sapore antico: «Ma tu chi sei?»,
Fede
e ragione, tradizione evangelica e ricerca storico-critica,
continuano
a
remare per approdare a nuove sponde
della
conoscenza di Cristo. A volte, fede e
ragione,
rischiano di isolarsi l’una dall'altra,
girando
così su se stesse; a volte simpatizzano e concorrono insieme a
cercare il Cristo. «La vera differenza non è tra credenti e
non
credenti, ma tra pensanti e non pensanti. L’importante è imparare
a inquietarsi. Se credenti, a inquietarvi della vostra fede.
Se
non credenti, a inquietarvi della vostra
non
credenza. Solo allora saranno veramente
fondate»
(1).
Da
un lato, lo storico-critico aiuta il credente a smascherare ogni
mitizzazione indebita o favoleggiamento di Gesù Cristo; dall'altro
lato, il credente aiuta il pensante, colui
che
cerca e ricerca il Gesù storico, a non
insuperbirsi
ma anche a non desistere dalla
sua
ricerca. «L’atteggiamento corretto è quello agostiniano: cercare
Dio per trovarlo, e
trovarlo
per cercarlo sempre. E spesso si
cerca
a tentoni, come si legge nella Bibbia»
(2).
Gesù
ebreo e apocalittico
La
tragedia della Shoah ha costretto le chiese cristiane a ripensare se
stesse, in particolare a rimembrare-nel
senso proprio della parola re-inserire Gesù dentro al suo corpo
originario che è il popolo ebraico. A loro
appartiene
Gesù. Il suo popolo ci dona Gesù
così
com’è: vere
homo
ma ancor più vere
iudaicus.
Lo studioso della Bibbia Julius WelIhausen affermava: «Gesù non era
un cristiano ma un giudeo». L’identità etnica di Gesù, ebreo e
galileo di Nazaret, ha una dimensione importante per la comprensione
del mistero dell'incarnazione (3).
La ricerca storico-critica
recente sottolinea che il Gesù ebreo è stato un apocalittico
(Bart Ehman, Giorgio Jossa), in stretta comunione con il messaggio e
la missione di Giovanni Battista (Fernando Bermejo Rubio) (4).
Gesù
era un predicatore della fine dei tempi e il suo annuncio aveva anche
una dimensione antiromana, per questo il titolo «re dei giudei» se
lo attribuì Gesù stesso. Pur riconoscendo un legame essenziale tra
Gesù e il Battista, ritengo che nell'annuncio di Gesù
la
dimensione apocalittica (la
fine del mondo arriverà)
e la dimensione escatologica (la
fine è già qui)
non devono essere fatte coincidere (5).
Un altro aspetto
caratteristico dell'identità del Nazareno è il suo rapporto con la
Legge. Ricordiamo che la Legge aveva due dimensioni fondamentali:
morale e cultuale. Quest'ultima è all'origine della distinzione
etnica tra giudei e pagani. È vero che il Gesù storico è
halakhico,
«preoccupato e impegnato a discutere della Legge mosaica e delle
questioni pratiche che ne scaturiscono» (6). Ě vero che Gesù non
ha mai rifiutato la Legge e le istituzioni fondamentali di Israele
(la famiglia, la sinagoga, il tempio). È vero che Gesù non ha mai
voluto iniziare una nuova religione e che sono state le comunità
cristiane - dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme - a
presentare un Gesù contro
la Legge. Tuttavia, va riconosciuto a Gesù di aver sostenuto una
particolare interpretazione della Legge, ponendo il cuore
della Legge nell'amore verso Dio e verso il prossimo. Il «cuore
nuovo» del codice di santità non sostituisce la Legge ma la
realizza. «Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa di
Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel
loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio
ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri,
dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal
più piccolo al più grande, dice il Sgnore; poiché io perdonerò la
loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato» (Ger
31,33-34).
dal
Gesù storico al Cristo dogmatico
La
ricerca storico-critica obbliga la dogmatica ecclesiale a
ripensare le proprie categorie, i propri modelli e presupposti. Il
riferimento alla storia di Gesù ha dunque un’importante funzione critica per la dogmatica cristologica ed è un rimedio anche ai nostri giorni verso certe forme fantastiche, speculative o addirittura docetiste di fede in Gesù. Permane, tuttavia, una certa ambiguità di atteggiamento negli ambienti accademici e nei luoghi di
formazione teologica. Da un lato la ricerca storico-critica tende a «dissacrare» il Cristo dei Vangeli; dall'altro lato la dogmatica
ecclesiale
tenta di assorbire i risultati della ricerca storica senza modificare
però il proprio modello teologico. Si accostano i testi sacri con
devozione e senso critico, con l'incenso e lo scalpello; ma quando si
arriva ad un punto, in cui la rivestitura teologica cede sotto lo
scalpello ed emerge un possibile strato «dis-sacrato» del testo
originario, interviene subito l’incenso
del
dogma per annebbiare la comprensione dell'identità di Gesù e poter
fare alla cristologia un capovolgimento di prospettiva, lancio solo
due esempi: la storicità del concepimento verginale di Gesù e la
questione della tomba vuota.
Dal punto di vista epistemologico, la
dogmatica utilizza ancora nel 21° secolo il modello del Dio
tappabuchi (Dietrich Bonhoefer), in cui Dio interviene per supplire
con la sua potenza alla deficienza delle cause secondarie quando
queste non riescono sortire il proprio effetto o a farne sortire uno
maggiore. È questa la concezione del teismo classico, presente in
Tommaso d'Aquino secondo cui la causa
prima può
sostituirsi in alcuni casi all'agire categoriale delle cause seconde:
come nel caso di un concepimento senza
seme maschile
e nella resurrezione col sepolcro
vuoto
(7).
A questo modello teologico dell’interventismo divino
corrisponde il modello epistemologico della fides
quae
che aggiunge
per canali straordinari (tradizioni orali primitive e private oppure
conoscenze soprannaturali) informazioni su eventi storici a cui la
conoscenza storico-critica non ha accesso. Così si esprime un famoso
esegeta John P. Meier: «La ricerca storico-critica semplicemente non
ha le fonti e gli strumenti disponibili per raggiungere una decisione
definitiva sulla storicità del concepimento verginale come è
narrato da Matteo e Luca. L’accettazione o il rigetto della dottrina sono largamente influenzati dalle precomprensioni filosofiche e teologiche di ciascuno, come pure dal peso che si attribuisce all'insegnamento della chiesa. Ancora una volta, dobbiamo ricordarci dei limiti intrinseci della critica storica» (8).
Tale modello teista - sia nella dimensione teologica che
epistemologica
- è ben presente nei tre volumi di Benedetto XVI, Gesù
di Nazaret.
Volendo superare lo strappo tra il Gesù storico e il Cristo della
fede,
Joseph Ratzinger presuppone a
priori
«il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il ‘Gesù storico’
in senso vero e proprio» (9). Molti critici da varie parti hanno
fatto presente che c'è, invece, una maggiore discontinuità
tra il Gesù della storia e il Cristo della fede, pur in una
grande continuità
tra i due (10).
dal
Cristo del dogma al Cristo cosmico
L'attuale
dibattito nella ricostruzione del Gesù storico tenta di distinguere
la
discontinuità
della confessione cristologica a partire dalla caduta del Tempio (70
d.C.) dall'elemento di novità
che
Gesù incarna all'interno del suo ambiente religioso e culturale. Si
tratta di una «novità» che emerge dal suo essere ebreo, dalla sua
esperienza religiosa ed umanità. Seguendo Teilhard de Chardin e il
teologo gesuita Karl Rahner, possiamo dire che nell'uomo Gesù «la
tendenza fondamentale della materia a trovare se stessa nello spirito
perviene al suo traguardo definitivo mediante
l'autotrascedenza»
(11). In tale prospettiva evolutiva
è da rileggere il mistero dell'incarnazione, compreso non più come
la discesa dall’alto di una divinità separata dal creato (teismo)
ma come il dono che la Vita divina fa di sé in quanto spirito.
«Dio fuoriesce da sé, lui stesso, lui nella sua qualità di
pienezza che si dona» (12). Non solo all'uomo Gesù ma a tutto il
creato, Dio comunica Se stesso e in tal modo fa sì che la materia
possa evolvere verso forme di vita sempre più complesse. «Il tuo
spirito incorruttibile è in tutte le cose» (Sap 12,1).
L'amore
radicale
e incondizionato
di Gesù, verso Dio e il
prossimo, è stato il compimento dell’autotrascendenza
creaturale, la realizzazione della Parola di Dio in un cuore di carne. Questo ha rivelalo la risurrezione: Gesù come pienezza compiuta dell'umano (13). Comprendere in tal modo l'incarnazione e la risurrezione ci consente di rispondere alla domanda «E voi chi dite che io sia» (Mt 16,15) non più secondo il teismo, cioè «dall'alto», ma in modo relazionale e dinamico dal profondo della realtà. Lo Spirito che agisce crea attivamente in Gesù, è lo stesso che è presente nel più intimo di ogni cosa. Questa presenza divina, che assicura la permanenza e lo sviluppo di ogni essere, è la continuazione dell’zione creatrice. Lo spirito di Dio ha riempito le
potenzialità che permettono che dal grembo stesso delle cose possa sempre qualcosa di nuovo germogliare qualcosa di nuovo». In questa chiave cosmica possiamo rileggere il 22 della Gaudiun et Spes e confessare che «con l’incarnazione del Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo […] Lo Spirito Santo dà a tutti la
possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale» (GS 22). Se «conoscere» è nascere con (cum-gnosco), tutti gli esseri dal più piccolo al più grande, conosceranno e diventeranno Dio, «perché lo vedranno così come egli è»
(1GV3,2).
Paolo
Gamberini
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