martedì 9 novembre 2021

INQUIETE FESTIVAL

 INQUIETE FESTIVAL

La scena più famosa di Provaci ancora Sam va così: Woody Allen (che è sempre Woody anche quando nei film ha un altro nome) prende istruzioni da Diane Keaton su come sedurre una donna sulla pista da ballo, e procede a strusciarsi contro una bionda sconosciuta, che liquida i suoi goffi tentativi di approccio con uno sprezzante «Sparisci, sgorbio». Woody si ritira, sconfitto, e mente («Ha detto che è un po' stanca»).

"Sgorbio" esiste solo nel doppiaggio italiano, nell'originale la ragazza lo chiama "creep", "viscidone", ma il punto rimane: Woody Allen sparisce? Tutt’altro. Sam/Woody è il narratore, il centro della storia, quello "sgorbio" o "creep" fanno parte della sua narrazione, ne ride e fa ridere gli altri. La sua bruttezza non lo ferma, non l'ha mai fermato, non gli ha impedito di mettersi al centro di numerose storie in cui donne bellissime - Keaton, ma anche Meryl Streep, Mariel Hemingway, Mia Farrow, Helena Bonham-Carter, Mira Sorvino-si innamoravano di lui.

Gli uomini brutti hanno sempre riso della loro bruttezza, ne hanno fatto materiale da battuta o l'hanno ignorata. Le donne no. Nella storia della letteratura, del cinema e della televisione le donne brutte sono quasi sempre sofferenti, zitelle che non riescono a trovare marito perché non abbastanza piacenti da sedurne uno e non abbastanza ricche da comprarselo. Nella narrazione la donna brutta non è quasi mai al centro della storia, non racconta sé stessa, è quasi sempre raccontata. La sua carenza estetica è un ostacolo da superare mostrandosi comunque degne d'amore e considerazione, buone, generose, intelligenti, sante. Se conquista l'eroe romantico, Come Jane Eyre, è perché ha molto da offrire sul piano dell'umanità.

La bellezza è l'unico vero capitale sociale delle donne: una donna bruttina, o semplicemente anziana, difficilmente occupa lo spazio nello stesso modo di un uomo con qualità simili. La televisione è piena di conduttori anziani che mostrano la loro età senza problemi e di conduttrici che lottano contro l'invecchiamento palese a colpi di contouring e luci abbaglianti. Non hanno scelta. L'occhio del mondo è impietoso, non concede nulla. Tutto è relativo allo sguardo maschile, anche i nostri corpi: nella serie di Fantozzi, la bruttezza della moglie e della figlia Mariangela sono parte della maschera tragica del ragioniere, che cerca di evadere invaghendosi della vivace signorina Silvani, nel libro "un mostrino di gamba corta all'italiana" (cito a memoria: sono dettagli che rimangono impressi).

Brutta - Storia di un corpo come tanti nasce da lì, dall'idea di prendermi quella centralità, di scaraventare il mio corpo in mezzo a un palco e raccontare tutti i miei «sparisci, sgorbia», e con quel racconto rimanere ostinata sul proscenio, a ridere di me ma soprattutto della cultura che insegna alle bambine a prendere le misure della loro bellezza e a occupare con ordine solo lo spazio che è stato loro assegnato in funzione della loro capacità di decorare l'ambiente. La risata è un'arma potentissima, forza le difese e le abbassa, e in quella breccia fa passare ogni cosa. Brutta sono sedici monologhi, a partire da quello che ho letto sul palco del festival EROSive a settembre 2020, che parlano del mio corpo, e per estensione parlano di tutti i corpi, dall'infanzia alla maturità. È stato pensato così, ad alta voce, proprio perché il tema della bruttezza è un tabù, è qualcosa che non si può dire se non con rammarico o rifugiandosi dietro comodi luoghi comuni, da "Tutte le donne sono belle" (perché non sia mai che una osi esistere se non lo è) a “Non esistono donne brutte, solo donne pigre" (una frase di Helena Rubinstein che è un colpo di genio del marketing prima che il marketing fosse una scienza). Il racconto di come sono cresciuta da donna brutta è un esorcismo, tira fuori i mostri, li squaderna a tutto campo. Il palco è il posto naturale di Brutta, è parte del messaggio.

Da quando il libro è uscito, circa un mese fa, in molti (soprattutto uomini) mi hanno scritto per rassicurarmi: non è vero che sono brutta, anzi. Li ringrazio, anche se la loro premura ha un doppio fondo, mi riporta all'idea che nessuna donna debba essere definita "brutta" se non quelle che si vogliono ferire, ed è giusto così. Bisogna essere gentili con le persone, con tutte le persone. Quello che chiedo, però, non è la gentilezza individuale: è una ridiscussione collettiva del valore sociale della bellezza, dell'ingerenza del capitalismo nell'immagine che abbiamo dei nostri corpi e nello sfruttamento delle nostre insicurezze, e delle tattiche di terrorismo che vengono messe in campo per impedire alle donne di allargarsi troppo, in un senso metaforico che spesso diventa anche letterale nella pressionche si applica sui corpi grassi, in particolare quelli femminili, perché si facciano più piccoli, meno ingombranti, fino a scomparire.

Giulia Blasi, La Repubblica 23 ottobre