È innegabile che per molte persone il Dio moralista, dolorista, sessista e amico dei potenti che è stato ampiamente predicato è diventato odioso o, almeno, irrilevante.
Si pensi quali disastri rappresentano per il cammino di fede le recenti posizioni sessuofobiche delle gerarchie cattoliche (contro omosessualità, seconde nozze, convivenza…) che vengono gabbate come volontà di Dio mentre sono in larga misura il prodotto di consolidate ideologie e di comode abitudini. È chiaro che simili "bruttificazioni" del volto di Dio rappresentano uno scandalo insuperabile per chi non sa distinguere e separare accuratamente la fede cristiana dalle posizioni delle autorità ecclesiastiche.
Ma
c’è di peggio: la banalizzazione della esperienza cristiana:
“Poche cose hanno contribuito all’irrilevanza del cristianesimo
quanto la scuola di catechismo" (P.
Tillich,
pag 45). Lo stesso Autore illustra questo fenomeno in modo preciso:
"La potenza originaria dei grandi simboli cristiani è andata
perduta. In origine essi rispondevano a delle domande. Ora sono delle
pietre
d'inciampo
che è necessario credere per tradizione e autorità. Ad aggravare il
problema è la confusione fra fede e credenza. La fede è lo stato
consistente nell'essere afferrati da qualcosa che ha un significato
supremo, e nell'agire e pensare in base ad esso come persona dotata
di un centro. Le credenze sono opinioni che si ritengono vere, che
possono essere o meno realmente tali. Noi abbiamo continuamente
bisogno di credenze nelle faccende pratiche. Ma esse non sono mai
questione di vita o di morte. Una delle cose peggiori che rendono
irrilevante il messaggio cristiano è identificare la fede con la
credenza in certe dottrine. Particolarmente grave è la richiesta di
credere l'incredibile...Dobbiamo affermare chiaramente che 'fede' è
l'essere afferrati da una potenza che ci interessa in maniera
suprema, e che 'credenza' non è l'essere certi, ma l'accettare
qualcosa di preliminare. L’impossibilità
della persona moderna di comprendere il linguaggio della tradizione
riguarda quasi tutti i simboli cristiani.
Essi hanno perso il potere di trafiggere l'anima: di rendere
inquieti, ansiosi, disperati, gioiosi, estatici, recettivi nei
confronti del significato. Spicca
l'esempio del Gesù dalla voce
gentile, emaciato, sentimentalizzato, la cui immagine è appesa nelle
aule di catechismo e alle pareti laterali delle chiese. Questo Gesù
sentimentale non ha nulla da dire ai forti della nostra epoca. Ma, al
di là di questo, la parola Gesù' non comunica più nel profondo. E
la parola 'Cristo', che indicava originariamente l'unto mandato da
Dio per portare il nuovo eone, è divenuta incomprensibile. Viene
usata come un nome proprio, anziché come il paradosso
dell'attribuzione di una funzione cruciale ad un essere umano. Una
cosa analoga avviene nel linguaggio sacramenti" (P
Tillich.
pagg, 42-43).
Franco Barbero, Le mammelle di Dio, Pinerolo 1991