martedì 2 novembre 2021

PRONTO SOCCORSO: DA RIORGANIZZARE

 "Più posti letto subito

Nessuno deve essere costretto in barella"

di Sara Strippoli 

«Per un corretto funzionamento del pronto soccorso in barella non ci dovrebbe essere nessuno». Sergio Livigni, direttore del dipartimento di emergenza e urgenza dell’Asl Città della Salute, anche responsabile della rete delle terapie intensive per l’Unità di crisi, ammette che il problema nei pronto soccorso esiste e dev’essere risolto.

Direttore, partiamo dalle situazioni più critiche: cosa sta succedendo al Maria Vittoria?

«Cinque medici di pronto soccorso hanno lasciato. Il lavoro è molto pesante, lo sappiamo bene. Forse sperano di spostarsi dove la situazione è meno impegnativa, vista la grande carenza di sanitari in medicina d’urgenza».

Medici stanchi vicini alla pensione o giovani?

«Giovani medici in larga parte».

Come si rimedia a una fuga di queste dimensioni?

«Ci sto lavorando, c’è una graduatoria, ma possiamo utilizzare anche gli specializzandi».

Torniamo alle barelle. Qual è la proposta per non vedere persone in attesa per due o cinque giorni?

«Il punto principale è che nella sanità piemontese mancano i posti letto. Lo abbiamo segnalato, è un tema su cui si è discusso anche con l’Ordine dei medici, è il grande problema, soprattutto durante e dopo il Covid. La politica sanitaria degli ultimi anni, non c’entra il colore delle giunte, è stata quella di tagliare posti letto puntando su degenze sempre più brevi. Ma il Covid ha dimostrato che in situazioni di emergenza bisogna correre a trovare posti. Lo abbiamo fatto, e anche piuttosto bene. Ma ora che il Covid si vede molto poco in pronto soccorso, non significa che la situazione sia risolta. Chi soffre di altre patologie, a volte trascurate, sta affollando i pronto soccorso. In questi giorni c’è la polemica sulla cappella del Giovanni Bosco. Ma servono letti.

È la priorità».

La pluricitata medicina territoriale non si vede ancora, è così?

«Al momento non c’è quello di cui avremmo bisogno per decongestionare i reparti. Se non si può dimettere non c’è modo di ricoverare e chi non trova servizi negli ambulatori viene in pronto soccorso».

In attesa di un provvedimento sui posti letto che richiede tempi piuttosto lunghi, che si fa?

«Ci sono progetti come quello del Martini dove in pronto soccorso si chiamano medici di altri reparti a gestire i pazienti in boarding».

Al Martini però due giorni fa c’erano 25 pazienti in barella.

Praticamente un reparto aggiuntivo. Questo nonostante la sperimentazione?

«Se non si fosse adottata questa soluzione probabilmente ci sarebbero due reparti in malati in attesa di ricovero».

Altre scelte che possono aiutare a limitare un disagio così forte per i pazienti?

«Al Giovanni Bosco abbiamo quasi azzerato il boarding, al momento non abbiamo pazienti in barella. Facciamo un monitoraggio attento e un controllo sui ricoveri e poi abbiamo tolto ai medici dei reparti le guardie interdivisionali, 360 ore complessive in meno. In questo modo possono occuparsi dei pazienti in pronto soccorso.

L’attività si accelera e si migliora con squadre multidisciplinari, sono più efficienti».

La Simeu, la Società di emergenza e urgenza, insiste sul medico unico, lo specialista del pronto soccorso. Lei non è d’accordo?

«Io potrei anche essere d’accordo ma in questo momento, con la carenza di medici che abbiamo, non penso sia sostenibile.

Semplicemente non possiamo permettercelo».

Quindi in pronto soccorso possono andare altri specialisti?

«Sì, sono convinto che l’equipollenza sia la strada da seguire. Se nei reparti di emergenza e urgenza intervengono medici di diverse specialità, l’anestesista, il nefrologo, i risultati migliorano».

Il prossimo futuro?

«II coordinatore dell’area sanitaria dell’unità di crisi Covid, dottor Manno sta lavorando sulle proposte. È fondamentale avere la fotografia puntuale di cosa accade ogni giorno».

La Repubblica 22 ottobre