"LA MIA FEDE"
Nel diario del formidabile Ludwig Nissen(1855-1924) l'ex lustrascarpe emigrato da Husum che fondò e fu primo presidente della Camera di Commercio di New York, si può leggere una poesia intitolata «La mia fede» che, nonostante una vaga eco della tradizione devozionale, sembra riproporre nella sua spassionata schiettezza quel che Gesù voleva lasciarci come sua eredità con lo «spirito» della pace e della riconciliazione e quel che intese infondere in noi con la sua vita e la sua morte affinché potessimo liberarci dalle costrizioni dell’intolleranza e dell'isolamento a favore di un'umanità sconfinata come l'orizzonte fra il sorgere e il tramontare del sole:
Io credo che in questo mondo meraviglioso regni uno spirito ineffabile, sovrumano, onnisciente;
io credo che pregarlo sia doveroso,
ma davvero non so come lodarlo degnamente.
Io non credo che una fede cieca e i suoi precetti
siano degna lode di una potenza tanto augusta;
creature di polvere quali Egli ci ha creati,
non possiamo dire se la nostra scelta è sempre giusta.
Pertanto io non credo che i seguaci del Talmud e del Corano,
non trovino favore presso il Dio dei mondi,
poiché anch'essi lo pregano come qualunque cristiano,
e la differenza sta soltanto nei modi.
Io non credo, quando si parla di eresia,
che soltanto la fede cristiana
ci renda giusti, quando l'oscurantismo sentenzia:
«Al bando chiunque segua una via profana».
Mai si espresse così quel Saggio.
che suggellò con la morte il suo insegnamento;
non questo fu - sia lode a Lui il suo messaggio,
nessun apostolo sentì sulla sua bocca tale ammaestramento.
Predicò mansuetudine, sopportazione e clemenza,
il suo alto insegnamento ripudiava la persecuzione;
insegnò agli uomini ad amarsi senza differenza
perdonò i deboli, e i nemici a maggior ragione.
Io credo alla resurrezione dello spirito,
credo che, quando gli occhi stanchi si chiuderanno,
ci rivedremo, purificati, in quello spazio infinito;
lo credo e lo spero, foss'anche un mero inganno.
Là, io credo, troverà infine pace quel desiderio
che qui tanto spesso tortura e spezza il cuore;
la verità, io credo, ci rivelerà infine il suo mistero,
trasparente allo spirito, che qui ne intravvede, velato, il lucore
.
Io credo che per questa vita di dolori
lo credo fermamente - incurante di sillogismi –
il Signore mi abbia dato due tutori:
cuore
e ragione sono i loro nomi.
Quest'ultima m'insegna a valutare e a decidere
quel che è mio dovere e mio diritto;
se un fratello esulta, si rallegra l'altro mio tutore
e
freme e si strugge quando invece è afflitto.
Pertanto voglio rendere ossequio, con fervido impegno
a ciò che ho riconosciuto quale verità e diritto:
voglio amare gli uomini con amore fraterno.
al Belt, sulle sponde dell'Hudson e del Gange, dappertutto.
Alleviare i loro dolori e moltiplicarne la felicità
sarà sempre il mio glorioso compito;
con le azioni potrò, credo, onorare la maestà
di quello Spirito divino che tutti ha creato. pag. 187
Tratto da Eugen Dreverman, Io discendo nella barca del sole, Rizzoli pag. 187.