La svolta del Papa sul sesso
di Luigi Manconi
I peccati della carne non sono i più gravi»: quelli più gravi sono «la superbia e l’odio», che comportano la sopraffazione dell’uomo sull’uomo. Solo chi non ha mai frequentato una Chiesa e mai si è inginocchiato in un confessionale, può sottovalutare la portata di queste parole, pronunciate da Papa Francesco durante il viaggio di ritorno dalla Grecia e da Cipro. Sono affermazioni che potrebbero incidere profondamente nella mentalità della Chiesa cattolica: ovvero nella prospettiva con cui le gerarchie ecclesiastiche e il clero guardano a quella sfera così intima e delicata e, allo stesso tempo, così decisiva nel definire la personalità umana, che è la sessualità. E le conseguenze che tutto ciò avrà nella coscienza morale e negli stili di vita del popolo dei fedeli sono agevolmente immaginabili.
Si tratta di mutamenti in corso, sotterraneamente, da mezzo secolo, ma le parole del Papa sembrano voler determinare un’accelerazione, con una intelligente combinazione di antica saggezza, pragmatico buon senso e umana indulgenza. Innanzitutto, il pontefice, con parole informali e con qualche tratto sornione (si può dire “sornione” del Papa?), ha ribadito quel suo «chi sono io per giudicare» che, nel luglio del 2013, annunciò un significativo cambiamento nella valutazione della questione omosessuale. Così facendo, il pontefice esalta la virtù della misericordia che, sin dai testi biblici, è un “attributo di Dio” - il nome stesso di Dio - che deve sempre prevalere sul pensiero e sull’atto del giudicare. Anche il giudizio è fondamentale “attributo di Dio”, ma è come se operasse alla luce di quella essenza divina che esprime specialmente, secondo la teologia, bontà, longanimità, grazia. È il Dio amore. E la sua Chiesa deve sapere che l’arcivescovo di Parigi, dimessosi perché avrebbe intrattenuto relazioni “ambigue” con una donna, «è un peccatore come lo sono io» (è Francesco che parla): e deve comportarsi come la chiesa di Pietro, «una chiesa normale, nella quale si era abituati a sentirci tutti umili peccatori».
Da questa consapevolezza dell’umana fragilità discende, appunto, la misericordia che sa comprendere e accogliere: «È stata una mancanza contro il VI comandamento, non totale, ma di piccole carezze, massaggi che l’Arcivescovo faceva alla segretaria». Con infinita e, in apparenza, ingenua semplicità, Papa Francesco ribalta una antica impostazione sessuofobica, che aveva portato la Chiesa, la sua teologia morale e la sua pastorale, a elaborare una sorta di precettistica minuziosa e dettagliata, inquisitoria e pruriginosa. Una manualistica dove la soglia del peccato era definita dalla profondità di un bacio o dalla lascivia di una carezza, dal perimetro anatomico rispettato o violato, dal codice degli atti consentiti, di quelli interdetti e di quelli tollerati. Fino alla casistica della concupiscenza e alla maledizione dell’onanismo.
Ora, Papa Francesco sembra sfuggire a tutto questo, muovendo da un criterio di ragionevolezza, sostenuto da una considerazione di ordine teologico: «I peccati della carne non sono i più gravi».
Le conseguenze potrebbero essere assai importanti, fino a mettere in discussione quel precetto, ritenuto immutabile, della coincidenza assoluta tra l’atto sessuale e il fine procreativo (sul quale, tuttavia, Paolo VI aveva avviato una riflessione innovativa). Così da arrivare a considerare quell’atto come fondamentale esperienza umana. Questo, oltre ad avere possibili conseguenze pratiche - a proposito di contraccezione, rapporti pre-matrimoniali… - significherebbe ripensare dalle radici il concetto di piacere, e di piacere fisico, finora rimosso o mortificato, e accoglierlo come una delle forme in cui si esprime la personalità umana.
Già da qualche tempo, all’interno della Chiesa, si potevano cogliere alcuni segnali della svolta bergogliana. Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, in un libro recente ha scritto che “tra la Chiesa e il piacere oggi c’è un rapporto più sereno”; e che “il piacere e il godimento non li ha creati il diavolo, ma sono parte del piano divino”. E ancora: “Il cristianesimo non è affatto contro la passione e la gioia del piacere che deriva dal soddisfacimento della passione”.
Si tratta di affermazioni che suoneranno scandalose per una parte (forse maggioritaria) della Chiesa e che sono destinate a incontrare resistenze e ostilità. Ne è un piccolo indizio il fatto che, come segnalato da Adriano Sofri su Il Foglio, un’agenzia di stampa cattolica è arrivata a modificare “carezze” in “carenze” e “massaggi” in “messaggi”, attribuendo a Francesco l’esatto contrario di quanto detto: «I peccati della carne sono i più gravi».
Anche su questo tema, dunque, all’interno della Curia romana e della Chiesa universale è prevedibile che il confronto e il conflitto saranno assai aspri e dall’esito incerto. Ma, lo sappiamo, il tempo della Chiesa si misura sui millenni.
La Repubblica, 11 dicembre