Dio non tollera la teatralità religiosa
Uno dei comportamenti che di più fanno male alla Chiesa ed a tante persone di buona volontà è l’ipocrisia, che risulta essere più frequente di quanto immaginiamo. Così frequente che noi da ipocriti non ci rendiamo nemmeno conto delle insistenti dosi di ipocrisia che falsificano molte nostre decisioni e comportamenti. Comportamenti di cui tante volte andiamo addirittura fieri, quando in realtà ciò che facciamo è trasformare la vita, la convivenza e soprattutto la religiosità in una menzogna, che, se analizzata in profondità, ci dovrebbe provocare rifiuto e vergogna di ciò che facciamo, diciamo e desideriamo.
Mi spiego. La parola «ipocrisia» deriva dal greco «hypókrisis» e dal verbo «hypokrínomai», che significa «interpretare una parte». E originariamente il termine «hypokrités» appartiene al linguaggio del teatro (H. Giesen, Christliches Handeln. Eine redaktionskritische Untersuchung zum “diakonische” Begriff in Mattheusevangelium - EHS XXIII - 181, Frankfurt am M, 1982, 216-219). In una rappresentazione teatrale, infatti, accade che, ad esempio, un attore, che può essere ignorante, appaia in scena come un saggio.
Detto ciò, si comprende che i vangeli di Matteo e Luca utilizzino «l’ipocrisia» per dirci cose molto forti. Nel Discorso della Montagna Gesù qualifica come «ipocriti» coloro che usano l’elemosina (Mt 6,2), la preghiera (Mt 6,5) ed il digiuno (Mt 6,16) affinché la gente li veda e li ammiri come persone esemplari. Quando in realtà Dio guarda solo ciò che è «nascosto». Il Dio di cui parla Gesù è un Dio «criptico». Guarda solo ciò che nessuno vede. Dio non tollera la «teatralità religiosa». Perché le persone di Chiesa, chierici e suore, devono vestirsi con abiti e vesti che le distinguano e attirino l’attenzione?
Ma dove sicuramente Gesù si scaglia più fortemente contro l’ipocrisia di persone molto religiose (che in realtà non lo erano) è nella diatriba contro scribi e farisei, quelli che il Vangelo qualifica come empi (Mt 23,13.14.15.23.25.27.29). Per Gesù non contano le parole, ma solo le opere (Mt 7, 21-23; 12,49ss; 25, 31-46). Poiché quegli uomini cercavano solo di fare bella figura presso l’opinione pubblica, Gesù li qualifica come «ciechi» e «guide di ciechi!» (Mt 23,17.24).
Questa teatralità ingannevole è frequente nella vita. Ma nei comportamenti religiosi si verifica e si riproduce più frequentemente e più pericolosamente. Perché nel campo della religione i «riti» sono decisivi. Perché nel comportamento religioso la cosa primaria è il «rito», non l’«éthos», l’etica, la condotta. Ed «un rito è una successione di azioni che attraverso il rispetto rigoroso di regole diventano in loro stesse un fine» (Gerd Theissen, La religione dei primi cristiani, Claudiana, Torino 2004, p. 162). Per questo, proprio per questo, la fedele osservanza religiosa può diventare e di solito diventa un inganno e un pericolo. Il rito, ben eseguito, tranquillizza la coscienza, ma non migliora il comportamento.
Ebbene, in questo sta il pericolo. Un pericolo che consiste nel fatto che da un lato vi è l’esatta fedeltà alla Religione, mentre in altri ambiti della vita può esserci - e vi è - la corruzione in questioni di enorme gravità. Come si spiega che nel vergognoso scandalo della pedofilia i vescovi francesi stanno vendendo i loro beni (anche i templi) per pagare le vittime, mentre i vescovi spagnoli hanno detto che è il papa a doversi occupare del problema, poiché è stato il papa a decidere che si ponga rimedio a questo scandalo? Sono riluttante a credere che tutto questo continui ad essere così. Ma, se è così, confesso che questo mi provoca un immenso dolore ed una grandissima vergogna.
Articolo pubblicato il 22.12.2021 nel Blog dell’Autore in Religión Digital (www.religiondigital.com)
Traduzione a cura di Lorenzo TOMMASELLI