L’INTERVISTA
• Chiara
Saraceno Sociologa
“Nel 2022 si rischia il disastro: l’inflazione
sta già colpendo...”
Carlo Di Foggia
“Sono numeri che non sorprendono e raccontano molto della ripresa in atto”. Chiara Saraceno, sociologa tra i massimi esperti di povertà in Italia (ha da poco pubblicato con David Benassi ed Enrica Morlicchio La povertà in Italia, il Mulino) commenta così i disastrosi dati 2021 usciti ieri.
Il Pil è salito del 6,6%, ma la povertà non è calata...
È stata una ripresa fragile, quasi tutti i posti di lavoro recuperati rispetto al pre-covid sono a termine e quelle famiglie difficilmente hanno aumentato i consumi, anzi, sono aumentate quelle che hanno come reddito principale uno da lavoro a termine. I dati di Bankitalia hanno mostrato che la ripresa dei consumi è stata sbilanciata sui ceti più abbienti. L’inflazione ha fatto il resto, colpendo i più poveri. Il paniere alimentare ha un’incidenza molto più alta per chi è in difficoltà: il rischio è di veder calare i consumi alimentari dei poveri.
Se questo è il quadro 2021, cosa accadrà nel 2022?
Confesso che sono terrorizzata. I dati 2021 precedono la fiammata dell’inflazione e la guerra e già segnalavano che, al netto di un piccolo miglioramento al Nord (-1%), la povertà è perfino aumentata al Sud e fra i minori. Io mi aspetto un forte aumento. Chi era in difficoltà nel 2021, ora lo sarà ancora di più visto che nulla è cambiato nel mercato del lavoro e nei salari.
Bastano i 30 miliardi stanziati contro il caro bollette? Potrebbero bastare se i rincari fossero temporanei, ma così non è. Questi interventi riducono l’intensità della povertà, ma non bastano a contenerne l’aumento, non dico a diminuirla. L’unica soluzione è intervenire sul prezzo, riducendo gli extra-profitti delle imprese energetiche, ma gli ostacoli sono tanti.
Il Rdc ha aiutato nel contenere la povertà?
Certo e non oso nemmeno pensare a quali livelli sarebbe schizzata se non ci fosse stato. In parte, però, mostra i suoi limiti strutturali, che andrebbero corretti per renderlo davvero efficace. Il più rilevante è la scala di equivalenza che penalizza le famiglie numerose e con minori, soprattutto nell’accesso alla misura.
Lei ha presieduto la commissione nominata dal ministro Orlando per riformare il Rdc. Avete pubblicato un rapporto con dieci proposte di modifica: che fine ha fatto?
Nessuna è stata presa in considerazione, una cosa che trovo incredibile. Non è che ce la siamo inventata noi la commissione, ci è stato dato un mandato, ci è stato chiesto perfino di provare a disegnare un articolato di legge. I partiti ci hanno ignorato: i 5Stelle temevano si mettesse in discussione l’intera misura, la Lega e il centrodestra vogliono solo abolirla e il Pd non è pervenuto. Tra le varie proposte c’era anche quella, sacrosanta, di diminuire l’“aliquota marginale”, cioè la quota di Rdc che si perde lavorando. Oggi per ogni euro di reddito da lavoro guadagnato, si perdono 80 centesimi di Rdc. Questa quota va ridotta. Draghi l’aveva annunciato in conferenza stampa, poi la norma è sparita, tolta dal Tesoro forse per un problema di costi. Una cosa miope, perché se uno si stabilizza nel mercato del lavoro esce più facilmente dalla povertà, riducendo i costi per lo Stato. Così si disincentiva il lavoro.
Pare che il governo ci stia ripensando, ma solo per gli stagionali del turismo per far fronte alla carenza di manodopera...
La trovo una cosa fuori dalla grazia di Dio, si va dietro a un dibattito pubblico fondato sul nulla. Il lavoro temporaneo/stagionale è ovunque, perché intervenire solo per il turismo? Sarebbe un’ingiustizia clamorosa. È curioso, poi, che solo ora si siano accorti che forse non è il caso di togliere il Rdc a chi trova un lavoro di 2-3 mesi ma solo di sospenderlo, come proponevamo.
Il Reddito continua a essere bersagliato. C’è la retorica dei “divanisti”, ma anche chi, come Bonomi di Confindustria, dice che fa concorrenza ai salari.
Lo trovo ridicolo e immorale. Il vero problema è che non si conoscono i dati: la media al Sud, dove è più alta, è di 590 euro per nucleo familiare e solo la metà dei percettori è “occupabile”; le imprese, peraltro, non ricorrono ai Centri per l’impiego, un po’ perché spesso sono inefficienti, ma anche per non dichiarare quanto pagano. Purtroppo in Italia il pregiudizio anti-povertà è molto forte, se ne parla quasi sempre in chiave moralistica. È così da sempre, nessuna categoria sociale è oggetto di una denigrazione così sistematica come quella dei poveri.
Il Fatto Quotidiano, 16 giugno