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(continua Bibliografia e annotazioni de GESÙ CI INSEGNA A COMPORTARCI DA FRATELLI)
Nel secolo XI, con Gregorio VII. si ha una virata decisiva dentro la stessa struttura del potere. Nel suo Dictatus Papae (1075) il papa si erge contro la prepotenza del potere secolare, che degenera in simonia, nicolaismo e in ogni sorta di sacrilegi, e inaugura l’ideologia del potere assoluto del papato. Il supporto non è la figura di Gesù Cristo povero, umile e debole, ma Dio, il Signore onnipotente dell'universo e la fonte unica del potere. Il papa intende se stesso, misticamente, come l’unico riflesso del potere divino nell'ordine della creazione. Egli ne è il vicario e il luogotenente. Si possono così capire le proposizioni seguenti del Dictatus Papae: «Solo il Pontefice romano merita di essere chiamato universale»; «Il suo legato, in un Concilio, comanda a tutti i vescovi, anche se è di ordine inferiore; e soltanto lui può pronunciare la sentenza di deposizione»; «Il papa è l'unico uomo a cui tutti i princípi baciano i piedi»; «Il suo verdetto non deve esser riformato da nessuno e lui da solo può riformare quello di tutti» (18); «Egli non deve essere giudicato da nessuno» (19); «La chiesa romana non ha mai errato e, come attestano le Scritture, non potrà mai errare»; «Il Pontefice romano, se sia stato ordinato canonicamente, è indubbiamente santo, per i meriti di san Pietro» (pag. 90). Imboccata la via del potere, si giunse fino agli estremi. Ogni elogio al papa è tollerato, anche la papolatria.
«Il Summus Pontifex veniva così ad assumere l'eredità dell’Impero romano e a costituirsi come potere assoluto, sposando nella sua persona il sacerdotium e il regnum. Era la dittatura del papato. A partire da lì si è elaborata la teologia della cosiddetta “cefalizzazione“, cioè del capo come pienezza di senso e di potere. L'espressione Caput (capo), nel Nuovo Testamento riservata soltanto a Cristo, viene qui applicata al papa, quale detentore di tutti i valori e i poteri di Dio, di Cristo, della chiesa, del popolo, dell'Impero, del Collegio episcopale. Sulla base di questa comprensione dell'assoluto potere, un autore recente poteva scrivere: "Il papa è Dio sulla terra... Gesù ha posto il papa sopra i profeti, sopra il suo precursore... sopra gli angeli... Gesù ha posto il papa allo stesso livello di Dio". L'esagerazione nell'esaltare il potere, fino alla sua esasperazione eretica, è dal potere stesso benevolmente compresa e discolpata» (pag. 91).
Quando si accetta il potere muore la profezia e prende il sopravvento il compromesso e la sopravvivenza, cioè una chiesa che pensa a piazzarsi bene, a farsi largo.
«La chiesa-istituzione non agisce profeticamente, a rischio di venir eliminata da una data regione. Preferisce sopravvivere, comportandosi opportunisticamente, anche se si trova davanti a violazioni gravissime dei diritti umani, quali lo sterminio di milioni di ebrei e di migliaia di intellettuali cattolici polacchi, come nel caso della seconda guerra mondiale.
A questo proposito è da notare la grande differenza tra la chiesa dei primi tre secoli e la chiesa posteriore, che fa l'esperienza del potere. La chiesa primeva era profetica. Andava contenta alle torture e sapeva coraggiosamente morire nel martirio. Non si curava della propria sopravvivenza, perché fiduciosa nella promessa del Signore che le garantiva l'indefettibilità. Questa non costituiva un problema della raison de l'Eglise. Era un problema di Dio. I vescovi camminavano a fianco, confermando i fratelli a morire per il Signore. La chiesa seguente, invece, si fa opportunista: cerca di difendere il proprio spazio nel mondo» (pag. 98).
Tutto questo è il frutto amaro del potere, eppure i fatti non possono essere negati.
«Per quanto ciò possa irritare gli attuali detentori del potere ecclesiastico, dobbiamo constatare che la chiesa-istituzione non ha superato la prova del potere. Avremmo potuto sperare che essa storicizzasse una nuova forma di esercizio del potere, secondo il dettato evangelico. E invece l'esercizio del potere nella chiesa ha seguito i criteri del potere pagano, in termini di dominazione, centralismo, emarginazione, trionfalismo, hybris umana sotto forme di copertura sacrale» (pag. 100).
Per ringiovanire evangelicamente il volto e il tessuto della chiesa occorre assumersene la responsabilità.
«Se riconosciamo il passato poco vivificante della chiesa-istituzione, alle prese con l'esercizio del potere, ciò non significa che rigettiamo la chiesa-istituzione, realtà concreta che rende esplicito il mistero cristiano e che predica, nonostante tutte le sue contraddizioni interne al sistema, Gesù Cristo Liberatore. Ogni cristiano deve assumere questo passato che non si può disconoscere né ricalcare. C'è una forma di nevrosi che nasce appunto dal rifiuto di accettare il proprio passato iniquo. Nessuno è invitato ad essere un cristiano nevrotico, ma ad assumere criticamente il passato della propria chiesa-istituzione e impedire che esso si perpetui nel presente e nel futuro. Assumere il passato non vuol dire giustificarlo. È un atto di coraggio verso noi stessi, poiché è il nostro passato, in quanto siamo membri del Popolo di Dio al cui interno si situa la chiesa gerarchica. Ma questo non ci tranquillizza. Ci chiama ad essere corresponsabili per il futuro della fede cristiana nel cuore del mondo. La causa di Cristo e del Popolo di Dio è troppo importante per essere lasciata nelle sole mani della gerarchia» (pag. 103).
E si tratta, per ognuno di noi, di una responsabilità non delegabile, irrinunciabile. Ne va la nostra fedeltà all'evangelo; ne va il nostro amore alla chiesa.
Leonardo Boff affronta poi il celebre detto evangelico: «Chi ascolta voi ascolta me» che è stato molto strumentalizzato.
Siamo soliti leggere o ascoltare queste parole del vangelo (e soprattutto sentircele spiegare) come la legittimazione del potere gerarchico, la sua più alta sacralizzazione. Qui, Boff, in una pagina tra le più efficaci del libro, ci aiuta a superare questo banale travisamento del testo biblico e ce ne offre le motivazioni.
«Comunemente l'autorità ecclesiastica cerca la propria legittimità nella frase di Cristo, conservataci da Luca: "Chi ascolta voi, ascolta me; e chi rigetta voi, rigetta me; e chi mi rigetta, rigetta colui che mi ha mandato» (10,16). Questo logion condensa le raccomandazioni ai missionari, i settantadue discepoli. Tale Sitz im Lebem missionario e importante per una esatta comprensione del testo. Nella missione, gli uomini si confrontano con la novità del messaggio di Gesù, che non è di potere, né di spettacolari mete rivoluzionarie, ma di conversione, amore, perdono, riconciliazione universale, ecc. Qui si tratta, pertanto, dell'annuncio di un messaggio che contraddice delle situazioni e dei valori umani costituiti. L'uomo è chiamato alla conversione. Il vangelo è crisi e giudizio dei comportamenti umani. Per questo porta a un conflitto. C'è chi si chiude al messaggio e lo rigetta, insieme con i suoi annunciatori. Il passo, di conseguenza, riguarda l'incontro tra il vangelo e il mondo, e non regola il rapporto tra la gerarchia e la comunità dei fedeli. Anche i fedeli sono invia ti. E anche per essi valgono queste parole di Cristo. Tradurre il testo nel senso di un’argomentazione come questa: “chi rigetta qualcosa del rappresentante di Cristo (gerarchia) rigetta lo stesso Cristo", significherebbe utilizzarlo in un senso statico-giuridico intraecclesiastico, non previsto dal contesto missionario. Se annunciando Cristo e il suo mistero, lasciando trasparire non se stessi né l'istituzione in primo piano, ma autenticamente il messaggio della salvezza, il missionario viene rifiutato, allora egli sappia e sappiano anche gli uomini che non è stato accolto lo stesso Cristo. Non si tratta, dunque, di proposizioni che verrebbero rigettate, ma della funzione propria di chi evangelizza e annuncia la salvezza agli uomini» (pag. 108).
Le strutture della chiesa non possono essere fatte risalire ad un “fondatore” che abbia conferito loro un valore divino, rendendole intangibili, immutabili. Le forme sono scelte e decisioni che i cristiani debbono assumere in un tempo e possono successivamente cambiare. «Una forma patologica è stata rivendicata come se fosse il cattolicesimo tout court. Ha conquistato i fori ufficiali ed è entrata nei manuali della dogmatica post-tridentina, prolungandosi fino all'avvento del Concilio Vaticano II. Ad esempio, la chiesa veniva presentata in questo modo: Cristo, prima di salire al cielo, ha lasciato la chiesa bell'e pronta con le sue strutture, il suo corpo dottrinale, i suoi vari ministeri e i sette sacramenti. Il problema della chiesa era di come conservare tutto ciò allo stato puro, pure a costo di un'esplicitazione liberatrice ma pericolosa. La chiesa doveva restare inalterabile nella storia: andare in linea retta verso l'incontro con il Signore nella parusia, con un'evoluzione rettilinea e una crescita meramente orizzontale. Il possibile sviluppo posteriore era già contenuto nelle direttive che Cristo aveva dato agli apostoli, come sono conservate sia nella Scrittura che nella tradizione. Così si giustificava teologicamente, e si conservava, per tutti i tempi, una determinata forma storica della chiesa sorta in un tempo determinato, nella quale tutto veniva considerato istituito da Cristo. Come J.A. Möhler diceva di alcuni teologi del suo tempo: «Per essi, Dio ha creato la gerarchia. E questo per la chiesa è più che sufficiente per garantirla fino alla fine del mondo» (pag. 126).
«Oggi ci sembra un'evidenza palmare che è proprio dell'ideologia di presentare come naturale ciò che è storico, e come divino ciò che è umano. In tal modo l'umano viene a guadagnare un valore indiscutibile imposto a tutti e lo storico un elemento di dominazione che congela la stessa storia. Si apre qui lo spazio per parlare dell'aspetto patologico del cattolicesimo e della sua capacità di trasformarsi in elemento di oppressione dell'uomo, di cui parleremo in seguito» (pag. 126).
Il papato, le forme di episcopato monarchico, tutte le forme strutturali dell'istituzione ecclesiastica possono cambiare, estinguersi, trasformarsi. Come dice il teologo Congar: «Noi, cattolici romani dovremmo fare dei passi avanti nel riconoscimento della storicità del papato e delle strutture gerarchiche della nostra chiesa» (Congar, Diversità e comunione, Cittadella Editrice, Assisi 1984, pag. 246). Eppure siamo ad esse aggrappati come se fossero il vangelo. Finché servono all'evangelo hanno una ragione; quando creano ostacoli, sono da buttare o convertire.
Una chiesa cattolica, cioè universale, è capace di accogliere le varietà, le diversità anche strutturali. Una chiesa romana, che esiga da tutti come tassativa la romanità, diventa una chiesa esclusiva, restrittiva, che taglia fuori dalla “comunione universale“.
«Le note sarebbero le quattro sopra riferite: unità, santità, cattolicità e apostolicità. Più tardi, specialmente sulla base delle polemiche contro gli eretici valdesi del secolo XIII (sotto il papa Innocenzo III: DS 792), e con la massima intensità negli ecclesiologi della fine del secolo XIX (Passaglia, Mazzella, Perrone) si è venuta ad aggiungere una quinta nota, quella della romanità. La chiesa è una, santa, cattolica, apostolica, romana.
Il risultato dimostrativo delle note (per viam notarum) è stato di fatto quasi nullo, per la difficoltà di dimostrare che esse si realizzano esclusivamente nella chiesa cattolica romana. Alla fin fine tutto si è concentrato nella nota più discernibile, quella della romanità» (pag. 186).
Qui il discorso tocca un punto di facile e diffusa constatazione, ma vi aggiunge l'anelito verso una "difficile comunione”, quella che sa fare i conti con i conflitti. anche duri.
«Evidentemente la vecchia chiesa guarderà con sfiducia a questa nuova chiesa periferica e alle libertà evangeliche che essa si prende. Potrà scorgervi una concorrente; griderà a una chiesa parallela, a un magistero parallelo, a una mancanza di ubbidienza e di lealtà verso il centro! La chiesa nuova dovrà saper usare di una strategia e tattica intelligenti: non dovrà entrare negli schemi delle condanne e dei sospetti, come il centro potrebbe fare. Dovrà essere evangelica, comprendere che l'istituzione, in quanto potere, potrà soltanto usare quel linguaggio che non mette in rischio lo stesso potere, che sempre avrà paura di qualunque deviazione dal comportamento dettato dal centro stesso e che lo vedrà come una slealtà. Anziché cercare di capire tutto ciò, la nuova chiesa dovrà restare fedele al proprio cammino: dovrà essere lealmente disubbidiente. Mi spiego: dovrà cercare una profonda lealtà verso le esigenze del vangelo; dovrà ascoltare la voce del centro per interrogarsi sulla verità della propria interpretazione evangelica; e nel caso che resti criticamente e profondamente convinta della sua strada, dovrà avere il coraggio di essere disubbidiente nel Signore e nel vangelo alle imposizioni del centro, senza rancori né lamentele, ma in una adesione profonda alla stessa volontà di essere fedele a quello Spirito che non può essere canalizzato secondo gli interessi umani. L'apertura alla comunione con il tutto, l'esclusione quanto meno della possibilità di una rottura che distrugga l'unità e la carità - anche se ciò significa isolamento, persecuzione e condanna da parte del centro - costituisce la garanzia dell'autenticità cristiana e il sigillo dell'ispirazione evangelica» (pag. 111).
Ci scusi il lettore per il lungo intreccio di riflessioni e citazioni, ma forse non risulterà inutile questa sua e nostra fatica, nella speranza di portare il nostro piccolo contributo per una chiesa più fraterna.
(continua)
