Se abbiamo finalmente compreso cos'è la felicità e oggi sappiamo che potremmo tradurre questa difficilissima parola con un'altra non meno inquieta, destino-a patto che si tratti di un destino personalissimo, scelto, inventato solo per noi-cos'è allora invece la gioia?
La
parola più adatta all'estate, anche a un'estate feroce come è stata
questa al termine, la parola cui comunque non riusciamo a rinunciare che
teniamo cucita in tasca perché sia più vicina al corpo, o forse scritta
sulla pelle come un tatuaggio, tanta è la voglia di fare a meno di
tutto e apparire come siamo.
Armati fino
ai denti e allo stesso tempo indifesi. Le maestre e i maestri di tutto
il mondo ci suggeriscono che potremmo tradurla, questa famosa gioia,
come plein conscience, coscienza piena nel senso di intatta e intera,
mindfulness, attenzione portata senza sosta e senza colpa a tutto
quello che stiamo facendo, qualsiasi cosa sia e anche se non stiamo
facendo nulla (e non fare nulla, come sa chiunque ci abbia provato, in
realtà è difficilissimo).
Il momento in
cui, in mezzo a un bosco in città, sospesi in volo su una barca che
tagli all'acqua, o anche solo fermi in mezzo alle nostre normalissime
vite, non siamo più soggetto, siamo una sola cosa con quello che è, non
ci distinguiamo dal flusso con la nostra nostalgia del
passato-l'infanzia, i primi amori, le estati di tanti anni prima- o la
paura del futuro-l'autunno che è in arrivo, i giorni che abbiamo ragione
di temere terribili-l'istante in cui c'è solo il presente noi in lui.
Senza
rimorso, senza rimpianto, senza aspettative o condanna, con tutta
l'assoluta potenzialità di uno stato che è sempre iniziale è sempre il
big bang.Che cosa c'è, in fondo, ci dicono i poeti e tra questi Vittorio
Sereni nei bellissimi versi di Appuntamento ora insolita, di più
rivoluzionario?:
"E' questo che penso se qualcuno
mi parla di rivoluzione
dico alla vetrina ritornata deserta".
Laura Pugno
11/9 L'Espresso