Internazionale del 03/03/2023
Il caos argentino sembra senza fine
di Martin Caparros
Mi
dispiace.
Volevo intitolare questo articolo “Il caso argentino” e le
parole si sono prese gioco di me: per sbaglio sono diventate “Il caos
argentino”.
Le parole, si sa, parlano più delle persone: l’Argentina
infatti è nel caos.
Mi hanno chiesto tante volte: perché questo paese
ricco di risorse è ridotto così? Oggi, se qualcuno mi facesse questa
domanda, gli direi di guardare alle elezioni. Il 2023 è un anno dispari e
questo significa che in Argentina è un anno di elezioni. Ci saranno
dieci o dodici appuntamenti elettorali. L’Argentina ha 24 province o
distretti. Per ora sappiamo che due eleggeranno un governatore il 16
aprile; altre tre lo faranno il 7 maggio; quattro il 14 maggio; e solo
una l’11 giugno. Queste sono le date confermate: tra giugno, luglio,
agosto e settembre dovrebbero tenersi le elezioni in un’altra dozzina di
province. Tutto questo succede perché i governatori, generalmente in
carica da molti anni, vogliono mantenere separati il voto provinciale e
quello nazionale. Molti sono peronisti che temono di essere associati al
partito alle presidenziali e vogliono essere rieletti prima.
Questa
confusione dimostra come negli ultimi decenni l'Argentina sia diventata
una confederazione instabile di feudi molto stabili, dove ogni leader
provinciale mantiene il comando per decenni e impone le sue condizioni
al leader nazionale.
Per completare
il quadro il 13 agosto sono previste le elezioni più improbabili, le
Paso, nelle quali tutti i cittadini sono chiamati a votare per le
primarie interne a tutti gli schieramenti. Sono state istituite dai
coniugi Kirchner nel 2009 "per favorire la democrazia interna al
partito". Però, da allora, i peronisti hanno sempre presentato un solo
candidato: quello scelto dalla loro leader Cristina Fernandez. In altre
parole le Paso, una grande mobilitazione da 25 milioni di elettori e 170
milioni di euro, sono un enorme sondaggio pagato dallo stato che
anticipa i risultati delle presidenziali con poca precisione. Questo
perché tra un'elezione e l'altra passano due mesi, e in due mesi in
Argentina succedono molte cose. Il primo turno delle presidenziali si
terrà il 22 ottobre e il ballottaggio il 19 novembre. A quel punto il
paese avrà avuto una o due elezioni al mese da aprile. Non c'è da
sorprendersi se l'affluenza cala e la democrazia perde credibilità.
Certo, è peggio il fatto che 18 milioni di argentini vivano al di
sotto della soglia di povertà e che l'inflazione annuale raggiunga il
100%. Ma quest'ondata di elezioni dimostra quanto sia difficile
governare un paese dilaniato e quanto siano incompetenti i politici che
lo fanno. A nove mesi dalle presidenziali, i due partiti favoriti non
hanno un candidato. Nessun peronista al potere vuole presentarsi perché,
data la situazione economica che lascerà chi ci sta governando, è quasi
sicuro di perdere. L'unico che vuole candidarsi è il presidente Alberto
Fernandez, ma il suo capo, la vicepresidente Cristina Fernandez, sta
cercando di impedirglielo. E comunque il presidente uscente ha poche
possibilità di vincere. Nel frattempo Cristina Fernandez dice che non si
candiderà perché è proscritta. Si riferisce al processo che due mesi fa
l'ha condannata a sei anni di carcere per truffa ai danni dello stato.
Ma la pena detentiva e l'interdizione dai pubblici uffici entreranno in
vigore solo alla fine del processo, tra qualche anno. Insomma, può
essere eletta e ricoprire cariche pubbliche, ma ora la sua politica si
basa sul "rifiuto della proscrizione", che non esiste, e lei lo ripete
all'infinito, come un Napoleone da manicomio.
Nel frattempo l'opposizione neoliberista ha almeno sette aspiranti
candidati che litigano per avere l'onore di essere i prescelti senza
arrivare a una soluzione. A dirimere il dissidio potrebbe essere l'ex
presidente Mauricio Macri, bocciato quattro anni fa dopo
un'amministrazione fallimentare. Ma non lo fa, perché anche lui forse
vuole candidarsi.
I due gruppi non
spiegano il loro programma e la loro idea di paese, perché sospettano
che, come diceva l'ex presidente peronista Carlos Menem, "se dicessi
cosa ho intenzione di fare, nessuno mi voterebbe". Parlano solo di come
stanno facendo male quelli dell'altro partito. Non è difficile però
immaginare le loro intenzioni, perché questi due gruppi governano da
decenni. L'Argentina è diventata un paese reazionario, in cui ogni
governo commette tanti disastri e quello successivo viene votato per
produrre disastri tutti nuovi. E' come una giostra, che gira in tondo
senza avanzare di un passo. E' un paese in cui un uomo come Javier
Milei, che si definisce libertario e dice di essere favorevole alla
vendita di organi o di bambini perché il mercato deve essere libero, sta
raccogliendo consensi tra i giovani stufi dei soliti politici.
Gli argentini come me lo sanno: quando sembra che nulla possa andare
peggio, noi riusciamo a peggiorare le cose. Anche in questo potremmo
essere campioni del mondo.