domenica 12 marzo 2023

Detenzione fino a 6 mesi

 I centri di rimpatrio tornano a essere prigioni

 

ROMA — La stretta alla protezione internazionale no. E neanche l’esclusione dei richiedenti asilo da corsi di italiano, formazione, progetti di lavoro. Meno che mai gli ulteriori paletti ai ricongiungimenti familiari. Sono giorni ormai che, sfogliando la margherita delle nuove norme su cui gli uffici legislativi del Viminale stanno lavorando per mettere a punto un provvedimento che reintroduca alcuni dei capisaldi dei vecchi decreti sicurezza, si procede per esclusione. Nonostante le spinte di Matteo Salvini, che ancora ieri hanno portato il governo a non trovare la quadra, niente di tutto questo ovviamente può essere portato dal cdm sulla spiaggia di Cutro. Niente, sarebbe la mediazione in corso in queste ore, tranne la riscrittura delle regole dei rimpatri con quella che Matteo Piantedosi definisce «la logistica del supporto». In altre parole, i CPR, gli odiosi centri per il rimpatrio, vere e proprie carceri in cui gli immigrati che non hanno diritto a rimanere in Italia vengono rinchiusi in regime di detenzione amministrativa.

Un allungamento dei tempi di detenzione in attesa del rimpatrio (da tre a sei mesi) e la realizzazione di nuovi centri (uno per ogni regione) insieme al potenziamento dei dieci già esistenti è l’unica delle misure “di ritorno” del vecchio decreto sicurezza che alla fine potrebbe entrare nei provvedimenti che il Cdm adotterà a Crotone. Un contentino per Salvini che ancora ieri a Verona ha insistito: «Il ministro dell’Interno Piantedosi sta lavorando ad un decreto che aiuta a garantire diritti a chi li ha, a salvare vite, però garantisca l’allontanamento di chi non ha diritto di stare in Italia, come fanno tutti gli altri Paesi del mondo».

Sulla riforma dei CPR Piantedosi punta molte delle sue carte per rendere effettive quelle espulsioni che, nella stragrande maggioranza, restano solo sulla carta anche verso i pochi Paesi (considerati sicuri) con i quali l’Italia ha stretto accordi che adesso prevederanno anche quote premiali di ingressi regolari nel nuovo decreto flussi. Davanti alla commissione Affari costituzionali, Piantedosi ha dato i numeri aggiornati dei rimpatri: soltanto il 50% degli immigrati irregolari trattenuti nei CPR viene effettivamente rispedito a casa. I pochissimi accordi con i Paesi di origine, la necessità che questi riconoscano l’identità del migrante e ne accettino il rientro, le lungaggini burocratiche, i ricorsi, fanno sì che, una volta su due, gli attuali 90 giorni al momento previsti per il loro trattenimento nei CPR passino con un nulla di fatto. E, alla fine, i migranti (dopo una inutile quanto vessatoria detenzione in strutture fatiscenti, affidate a privati, affrancate dal controllo dei magistrati di sorveglianza e in condizioni vergognose) vengono lasciati andare. D’altra parte, i rimpatri reali di coloro che sono liberi sono inesistenti, solo il 2%. Per un numero complessivo di espulsioni effettive che, mediamente, si aggira sulle 3.000 all’anno, nulla rispetto agli oltre 50.000 fogli di via consegnati nel 2022 e diventati carta straccia. Da qui la scelta di ampliare la rete dei CPR ( che adesso conta su 1.110 posti) grazie ad un finanziamento di 42 milioni di euro già previsto nella legge di bilancio.

E poi c’è la nuova idea di Piantedosi: i rimpatri forzati accompagnati, una via di mezzo tra l’espulsione obbligatoria e i rientri volontari (curati dall’Oim) accompagnati da una somma di denaro con la quale chi torna nel suo Paese può avviare un’attività. Somma che — secondo la proposta Piantedosi — potrebbe essere data anche a chi è comunque destinato ad un rimpatrio forzato per evitare opposizioni e resistenze che spesso vanificano l’espulsione.

ALESSANDRA ZINITI, La Repubblica 9/03