domenica 5 marzo 2023

GOVERNO MELONI : GUERRA ALLE ONG PER IL SALVATAGGIO DEI MIGRANTI

ROCCA - 1 marzo 2023
La guerra alle ONG
di Giannino Piana

  I provvedimenti assunti dal governo Meloni attraverso un decreto varato di recente e destinato a controllare e a ridimensionare - è questo l'obiettivo non sottaciuto peraltro dagli stessi uomini di governo - la possibilità di azione delle ONG per il salvataggio dei migranti nell'area del Mediterraneo, ha suscitato in una parte dell'opinione pubblica - purtroppo ancora piuttosto ristretta - una giustificata indignazione. La stretta alla possibilità di soccorso nei confronti dei barconi sui quali transitano rifugiati politici che vivono in Paesi in guerra o guidati da regimi autoritari che non esitano ad usare la violenza, e persone che fuggono da situazioni di grave povertà talora a rischio di sopravvivenza, oltre ad essere indice di una visione miope ed anacronistica della realtà - è difficile contenere e ancor più eliminare un fenomeno frutto del processo di globalizzazione che ha provocato (e provoca), in termini sempre più accentuati, l'interdipendenza dei vari popoli del pianeta - è soprattutto espressione di una mentalità nazionalista e razzista.
I provvedimenti legislativi e il loro impatto reale
   A confermare la verità di questa visione e la presenza di questa mentalità è sufficiente richiamare qui l'attenzione sui pregiudizi che hanno avuto un peso determinante nella formulazione delle nuove regole contenute nel decreto legislativo. Alle più composte (e non del tutto ingiustificate) posizioni critiche di chi evidenzia la delicatezza della questione della regolamentazione dei flussi migratori (ma come e a quali condizioni?) si associano le considerazioni assai più rozze (e rivelatrici) di chi - è il caso di Maurizio Gasparri, vice presidente del Senato di Forza Italia - non esita a sostenere che gli interventi sono stati assunti contro <<i centri sociali del mare, non a caso spesso gestiti dagli stessi personaggi che si distinsero in azioni di piazza negli anni passati>> e - aggiunge - i quali <<svolgono una funzione di supporto ai trafficanti>>.
   I contenuti del provvedimento, il cui obiettivo è - come già si è ricordato - quello di fermare le traversate in mare, che aumenterebbero grazie alla presenza delle ONG - prevede che le navi operino sotto il diretto controllo delle autorità il che comporta che esse siano tenute a formalizzare la richiesta di un porto sicuro. Tutto questo si accompagna all'obbligo di limitarsi a un solo soccorso - è questo il punto più debole del decreto - e poi procedere verso il porto assegnato, senza la possibilità di soccorsi multipli, cioè di sostare per accogliere altri naufraghi, e all'obbligo di chiedere, infine, la formalizzazione della <<domanda>> di asilo alle persone a bordo. Nel caso di non ottemperamento delle regole sono previste pesanti sanzioni, che vanno da multe fino a 50.000 € a fermi e alla confisca del mezzo. 
   La strategia adottata, proponendosi di ostacolare le attività di ricerca e di soccorso delle ONG determina l'aumento, in modo esponenziale, del rischio di morte per migliaia di persone. Secondo Emergency sono quasi 1400 le persone che lo scorso anno hanno perso la vita nel Mediterraneo, mentre sono più di 25000 i morti in mare dal 2014 ad oggi. La diminuzione delle capacità operative delle ONG non potrà che accentuare questo processo, incrementando pesantemente il numero dei decessi. 
La valutazione etica
   Non sono mancati, in proposito, interventi fortemente critici, sia sul terreno giuridico che etico. Al primo livello - quello giuridico - molti esperti hanno fatto notare come ad essere contraddetti sono gli obblighi sanciti dalle convenzioni e dalle leggi internazionali. Secondo Valentin Schatz, giurista dell'università di Luneburg e membro del team giuridico delle ONG <<l'Italia non può imporre le modalità di svolgimento delle operazioni di soccorso in acque internazionali>>.  Al di là della lesione dei diritti del mare vi è chi ipotizza (e non senza una seria motivazioni) un vero e proprio vulnus della stessa Carta costituzionale, che prevede l'accoglienza ai profughi come un fondamentale dovere etico. 
   Il discorso si sposta allora proprio a questo secondo livello - quello etico - dove, oltre ad essere del tutto emarginata la <<cultura del mare>> la tendenza a cancellare la nuova emergenza, chiudendo gli occhi di fronte a stragi di persone umane - molte sono le donne e i bambini la cui vita viene cancellata - costituisce un atto di pesante crudeltà e una esplicita violazione di un imperativo morale che non può (e non deve) essere ridimensionato nella sua portata né tantomeno del tutto accantonato. In gioco vi è infatti il destino dell'umanità, la capacità, in altri termini, di conservare un livello accettabile di civiltà, non precipitando, come purtroppo sta avvenendo, nella barbarie.
   A rendere poi ancora più grave e inaccettabile un intervento come quello dell'attuale governo è il fatto che avvenga nel momento in cui si fa strada a livello strutturale il processo di unificazione del pianeta in ragione della globalizzazione in costante e sempre più rapida crescita. Mentre dunque crollano i confini fisico-geografici con il farsi strada in tutti i campi della vita economico-sociale e culturale di interventi che scavalcano le frontiere delle singole nazioni - è questa la ragione dell'anacronismo e della miopia cui si è accennato - si riaffacciano a livello politico provincialismi, sciovinismi e fondamentalismi destinati in prospettiva a soccombere. Proprio quando si creano le condizioni per sperimentare l'unità della famiglia umana in un mondo divenuto un piccolo pianeta, dove i legami divengono sempre più stretti tra i singoli e tra i poteri, e si apre pertanto la possibilità di vivere l'esperienza di una fraternità universale, si assiste alla nascita di rigurgiti egoistici, frutto di un individualismo esasperato che denuncia una caduta di responsabilità sociale. Di fronte all'occasione fornita dalla storia di superare le barriere che hanno per molto tempo concorso a generare violenza e guerra si perpetuano vecchie rivalità ed emergono forme di difesa non delle diverse identità culturali - il che è auspicabile se si vuole che l'universalità non coincida con una omologazione appiattente - ma di logiche di potere che alterano gli equilibri sociopolitici.
Le responsabilità dell'Occidente
   Non si può concludere questa rassegna senza accennare a una verità scomoda, che Domenico Quirico in un articolo, per alcuni aspetti discutibile, apparso sul giornale La Stampa (Migranti. Una verità scomoda, 31 dicembre 2022, p. 9), metteva con chiarezza in luce. La odierna migrazione - osservava - è anche, in larga misura, la conseguenza della lotta di classe esistente in vaste zone del mondo, dove sono presenti, con la complicità dell'Occidente, dittatori, uomini corrotti di governo e di sottogoverno sostenuti anche dai nostri governi. Si tratta allora - egli scrive - di <<eliminare dal Presente storico queste classi di potere che con la nostra attiva collaborazione in Occidente continuano rubando e violentando a produrre migranti>>.
   Purtroppo la cosa non è facile. Questi regimi e queste classi di potere sono quelli con cui continuiamo ad intrattenere <<buoni rapporti>>, sia perché ci forniscono materie prime essenziali, quali l'uranio, il petrolio, il gas di cobalto e il rame - materie tutte considerate essenziali per il mantenimento e il potenziamento del nostro modello di sviluppo -, sia perché presidiano zone del mondo in cui potrebbero farsi sentire i nemici maggiori della nostra sicurezza civile.
   L'attuale occupazione dell'Africa, le cui terre sono sottratte ai locali, perpetuando una forma di colonialismo schiavista è un esempio emblematico di questa situazione. Non è possibile imporre la giustizia, con sequestri di beni a oligarchi il cui denaro è depositato nelle banche dei Paesi occidentali o dare il proprio concorso alle lotte di liberazione che prendono corpo nelle aree povere del mondo, se si mantiene la palla al piede cui si è alluso e si hanno le mani sporche per la complicità e il sostegno fornito a chi fornisce con il proprio comportamento lo sviluppo del fenomeno migratorio. Non è sufficiente ipotizzare come alternativa a tale fenomeno l'offerta di sussidi economici ai Paesi poveri - come giustamente cercano di fare le organizzazioni di solidarietà internazionale - se, prima ancora, non si interviene, anche con forti misure restrittive, a provocare la caduta dei regimi cui si è fatto riferimento. Sta qui la prima (e la più grave) responsabilità dell'Occidente, e di qui deve, dunque, partire il primo (e più importante) impegno da assumere.