martedì 7 marzo 2023

Nel Perù che si ribella

Le Madri di Juliaca in piazza per i figli uccisi

La Repubblica 6/03/2023

 di ELENA BASSO


JULIACA (PERù) — Rosa si piega in avanti e sistema un mazzo di fiori freschi. Li ripone sotto a un piccolo altare fatto con mattoni e pezzi di cemento, in cima c’è la foto di un ragazzo giovanissimo. Rosa la prende, la stringe al petto e dice: «Sono la mamma di Eliot Christian Arizaga Luque, lo scorso 9 gennaio me lo hanno ucciso. È successo proprio qui, ogni giorno vengo e metto fiori freschi nell’esatto punto in cui abbiamo trovato il suo sangue». L’altare con la foto di Eliot si trova di fronte all’aeroporto di Juliaca, una città nel sud del Perù che lo scorso 9 gennaio è diventata il simbolo della rivolta che da quasi tre mesi sconvolge il Paese latinoamericano: qui in un solo giorno la polizia ha ucciso a sangue freddo 17 cittadini inermi. Come racconta oggi Rosa, quel giorno lei e i suoi familiari avevano deciso di uscire di casa: a causa dei blocchi stradali non avevano più nulla da mangiare. «Quando stavamo tornando ci siamo resi conto che mio cognato non era più con noi, così mio figlio è andato a cercarlo. Non è più tornato a casa. L’ho ritrovato solo molto tempo dopo all’obitorio, non aveva la carta d’identità quindi nessuno mi aveva comunicato la sua morte. Ma io dalla porta ho visto le sue scarpe spuntare dalla barella e ho capito che quel corpo era di mio figlio. Aveva appena compiuto 18 anni».

Se Lima dal 7 dicembre scorso è scossa da proteste giornaliere, Juliaca è in piena guerra civile. L’aeroporto è chiuso e circondato da barricate vigilate da centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa e la città è invasa da blocchi stradali fatti dai manifestanti che stanno paralizzando l’intera zona rendendo praticamente impossibile raggiungere Juliaca. L’unico modo per i cittadini, la stampa e gli osservatori dei diritti umani che cercano di raggiungere il luogo del massacro è affidarsi a veicoli di fortuna che aggirano i blocchi passando, di notte, per strade secondarie nelle Ande peruviane durante un viaggio che varia dalle 15 alle 30 ore. Oggi Juliaca è l’epicentro delle proteste nate il 7 dicembre in risposta all’arresto dell’ex presidente Pedro Castillo, che aveva tentato di sciogliere il Congresso, manifestazioni che sono fortissime soprattutto nel Sud del Perù, la zona più povera e rurale del Paese.

Nel tempo le richieste dei manifestati sono cambiate: oggi non chiedono più la scarcerazione di Castillo, quella che sconvolge il Paese è una vera e propria rivolta contadina, con migliaia di persone che ogni giorno scendono in piazza, scioperano, bloccano le strade e gli aeroporti (paralizzando di fatto il Paese) perché hanno deciso che non possono più essere invisibili, schiacciati da politiche statali che da decenni non fanno altro che aumentare le disuguaglianze che affliggono il Paese. Quello che oggi chiede chi scende in piazza è la redazione di una nuova Costituzione, la rinuncia di Dina Boluarte (nominata presidente dal Congresso dopo l’arresto di Castillo) e un cambio radicale in tema di giustizia sociale.

La strada davanti all’aeroporto di Juliaca oggi sembra il teatro di una guerra, con centinaia di colpi d’arma da fuoco sui muri e decine di finestre rotte. Il patrigno di Eliot indica i buchi sul muro: «Non posso guardarli, quelle pallottole hanno fatto questo al cemento. Non posso pensare a cosa abbiano fatto al corpo di mio figlio». Mentre indica i segni di proiettili, dall’altra parte della strada i poliziotti si posizionano dietro la barricata e gli puntano i fucili contro. «Non ho più paura – dice Rosa –. Mi hanno portato via mio figlio, cosa altro ho da perdere?».

Ma Rosa non è l’unica madre che continua ad aspettare il ritorno del figlio. Nella piazza al centro della città è seduta Isabel, 58 anni, sulle spalle ha una coperta annodata come se fosse uno zaino. Si siede e tira fuori con molta cura una foto: è il ritratto di suo figlio Christian Mamani Hancco, un musicista di appena 22 anni. Il 9 gennaio stava facendo delle prove con il suo gruppo quando ha sentito gli spari della polizia e ha deciso di uscire per aiutare i manifestanti feriti, ma gli agenti gli hanno scaricato addosso una raffica di colpi in pieno petto. «Ogni giorno mi sveglio e credo che mio figlio sia in tour con la sua band. Aspetto che bussi alla porta da un momento all’altro per dirmi che è tornato, per chiedermi di mangiare qualcosa insieme. Ma la verità è che non potrò più fare nulla con lui», racconta fra le lacrime. I cittadini uccisi dall’inizio della rivolta sono, secondo i dati ufficiali, 59 ma le organizzazioni che seguono i casi sostengono che siano quasi 80.

Nonostante questo però Dina Boluarte non vuole rinunciare al suo incarico, il Congresso ha già rifiutato 9 progetti di legge per anticipare le elezioni e la repressione continua feroce, con centinaia di manifestanti feriti o incarcerati. Ogni giorno a Juliaca arrivano migliaia di persone dalle zone rurali per marciare fra le strade della città, fra di loro c’è Maria, 55 anni, maestra che dice: «Hanno ucciso i nostri figli come animali. Non possono toglierci altro. Non rinunceremo, siamo pronti a continuare per mesi».