venerdì 31 marzo 2023

L'UNGHERIA SEMPRE PIU' A DESTRA E CONTRADITTORIA

 "No all'immigrazione, al gender e alla guerra" Le tre sfide di Orban che dividono Bruxelles

monica perosino
La Stampa 24/3

Il piano inclinato su cui cammina il premier ungherese Viktor Orban da quando è al potere è costellato di muri, strappi e alleanze pericolose. 
 Ma ieri l'abilità del leader magiaro di tenersi in equilibrio tra proclami di rottura e prudenti marce indietro pare essere inciampata su un «no» di troppo. Un «no» che ha definitivamente reso chiaro - se ce ne fosse ancora bisogno - da che parte sta il padre-padrone dell'Ungheria.
In pieno Consiglio europeo Orban ha twittato: «La posizione ungherese è chiara e semplice: no all'immigrazione, no al gender, no alla guerra!», scritto come didascalia a una foto in cui è con la presidente della Commissione europea Von der Leyen, il segretario generale dell'Onu, Guterres e il nuovo presidente cipriota Christodoulides. Di spalle si intravede anche la premier Giorgia Meloni.
I migranti e la comunità Lgbtq sono da oltre dieci anni il nemico per antonomasia del teorico della democrazia illiberale e dei muri ai confini. Vengono usati come spauracchio per vincere le elezioni in patria e, allo stesso tempo, per scavarsi un ruolo nell'Unione europea a suon di veti. Uno dei pilastri della guerra ungherese alle libertà democratiche è stato l'attacco sferrato contro «il male organizzato» a partire dalla crisi dei rifugiati del 2015, che ha fatto guadagnare a Orban l'ennesima sanzione europea per i respingimenti coatti e una politica della gestione delle domande d'asilo che viola tre diverse normative comunitarie. Orban ha ignorato i richiami e, anzi, ha chiesto all'Europa (assieme ad altri Paesi) fondi per «proteggere le frontiere». Lo smantellamento dello stato di diritto non e si è fermato alla questione migranti, che con il tempo ha iniziato a essere meno "redditizio" da un punto di vista elettorale, ma si è spinto fino alle leggi anti-Lgbtq, o per dirla con le parole di Orban, contro «l'ideologia di genere». Nel mondo della famiglia tradizionale del premier si chiamerebbe principio di coerenza quello che stabilisce che omosessuali, lesbiche, transgender e chiunque non contribuisca alla crescita del grande popolo ungherese vada estirpato dalla carta dei diritti, perché dannoso al ripopolamento, che rischia di diventare appannaggio degli immigrati, soprattutto, apriti cielo, a quelli di fede non cristiana. Così nel 2021 Orban ha voluto una legge per vietare la rappresentazione dell'omosessualità all'interno dei film, delle pubblicità e delle scuole al fine di "proteggere" gli individui al di sotto dei 18 anni. A scuola, ad esempio, non si possono leggere libri che hanno protagonisti omosessuali o transgender, portatori di un'ideologia neomarxista, dice il premier, che distruggerà l'Ungheria e che usa i bambini come «pride-attivisti». Lineare, secondo questa visione del mondo, il ruolo delle donne che dovrebbero stare a casa a fare figli, come emerso nel rapporto presentato in parlamento di un think-tank vicino al premier: le donne passano troppo tempo a studiare non si sposano, non fanno figli e non contribuiscono allo sviluppo della nazione.
Ma con la guerra in Ucraina, e l'Ungheria isolata anche dagli storici alleati di Visegrad, a Orban non sono rimasti che gli amici cinesi e russi. La battaglia contro sanzioni troppo dure alla Russia, il «no» al boicottaggio olimpico, e infine l'ultimo «no»: «Non arresteremo Vladimir Putin se entrasse nel nostro Paese» ha fatto dire il premier a Gergely Gulyás, capo di gabinetto, nel giorno in cui a Bruxelles il Consiglio Europeo è tornato ad occuparsi del sostegno a Kiev. Sebbene l'Ungheria abbia aderito alla Corte Penale Internazionale (Cpi), il trattato «non è stato ancora promulgato» poiché «contrario alla Costituzione». Ancora una volta Viktor Orban cerca di affermare con un «no» la posizione dell'Ungheria sulla scena internazionale. Perché Orban non è pro-Russia, è semplicemente pro-Orban. —