“Giorgia pretende di controllare tutto, ma è impossibile”
La fatica di governare, al giro di boa del primo quadrimestre, comincia a farsi sentire. Anche per Giorgia Meloni, la prima presidente del Consiglio donna, l’underdog finita alla guida della riottosa coalizione di centrodestra: “Vuole controllare tutto: Palazzo Chigi, il suo partito, i partiti degli altri... ma è un’impresa impossibile e quando qualcosa va storto, lei soffre, sta proprio male, non si fa scivolare addosso niente”.
La diagnosi, tanto benevola quanto impietosa, è di uno dei più fidati consiglieri della premier, il presidente del Senato Ignazio La Russa. Che è appena tornato da Gerusalemme, digerisce a distanza le domande a cui in trasferta non ha voluto rispondere – quelle sul fascismo “male assoluto” – e tra un contorno e una macedonia, alla buvette di palazzo Madama, ragiona sulla leader di Fratelli d’italia che è un po’ anche figlia sua. “Questo bisogno di controllare tutto, questa mancanza di fiducia negli altri, ha delle origini storiche: quando è diventata capo dei giovani di Alleanza nazionale (nel 2004, ndr), Giorgia era la candidata di Rampelli, ma erano in minoranza, non avevano i voti per eleggerla. Gianfranco Fini in quella occasione sosteneva Carlo Fidanza, che era uomo di Gianni Alemanno. Ma io e Maurizio Gasparri – prosegue La Russa – pur di non darla vinta a Fini, decidemmo di lasciar perdere il nostro candidato, che in quel caso avrebbe potuto essere Donzelli, e di far convergere i nostri voti su quella ragazzina. La conoscevamo, sapevamo già fosse brava”. La ragazzina è la
27enne Giorgia Meloni, che un ventennio dopo salirà a capo del governo, e che adesso, nei ricordi del suo mentore Ignazio “era come Fontana oggi in Lombardia: è stato eletto, ma il grosso dei voti non sono suoi”.
IL PARALLELO con i giorni nostri è piuttosto efficace. Non solo perché fotografa bene i complicati equilibri tra il neo-riconfermato presidente leghista e il centrodestra in Regione: lì, a Milano e dintorni, il presidente del Senato insieme a Daniela Santanchè è il pretoriano di Fratelli d’Italia, il partito che alle elezioni di tre settimane fa è diventato primo con il 25 per cento dei voti. Ma il paragone con Fontana è utile anche a spiegare, nelle intenzioni – lo ripetiamo, benevole – di La Russa, le difficoltà che Meloni incontra nel tenere le redini del governo e della maggioranza: “Alla guida di Azione giovani, le è toccato crescere così: da una parte aveva i ‘rivali’ di Fini e Alemanno, in casa aveva un gruppo di sostenitori di cui però non si fidava, perché sapeva che l’avevano votata soltanto per strategia. Per questo fin da allora ha imparato a tenere tutto sotto controllo, a non farsi sfuggire niente, a fare tutto da sola”. Ora che è a Palazzo Chigi, è il senso del ragionamento, il carattere non è cambiato. Solo che governare un Paese, un partito e una coalizione presuppone necessariamente che un dossier possa sfuggire di mano. “Io qualcosa me lo lascio scivolare addosso”, consiglia il presidente del Senato. E se lo dice lui che di soprannome fa “La Rissa”, Meloni può avere solo da imparare.
Paola Zanca
Il Fatto Quotidiano, 8 marzo