mercoledì 30 agosto 2023

CHE COS'E' LA VIOLENZA

 

Che cos’è la violenza

ARIANNA FARINELLI- La Repubblica 29/9

Quando ti è successo la prima volta, chiedo a Rachele.
Avevo dodici anni, dice lei, ed ero sola in casa con un amico di famiglia che affettuosamente chiamavo zio. A me, invece, capitava sempre di sabato sera, dice Cristiana, quando il socio di mio padre, che abitava in un’altra città, passava la notte da noi. A me accadeva quando andavo da sola dal dietologo, risponde Letizia. Allora mia madre si era messa in testa che dovevo dimagrire. Le raccontai cosa facesse il dottore quando eravamo soli, dove mettesse quella pinza di plastica pensata per afferrare il grasso in eccesso su pancia, fianchi e glutei. Ma lei rispose che inventavo scuse solo per interrompere la dieta. 
Una di noi ha detto: lui era molto più grande, mi afferrava i polsi con entrambe le mani e diceva o lo fai con le buone o lo fai lo stesso, con le cattive.
Dopo l’ennesimo stupro di gruppo chiedo ad alcune amiche d’infanzia di condividere le nostre storie di molestie sessuali. Ci incontriamo una sera in pizzeria a Roma. Il locale è semivuoto e parliamo bisbigliando, tenendo gli occhi bassi. A volte raccontiamo ostentando freddezza. Altre volte, andando avanti nella storia, sembra che ci manchi la voce. A chi era accaduto sull’autobus, a chi a scuola, a chi in parrocchia, a chi in vacanza in campeggio, a chi nello studio di un medico. Una di noi lo aveva anche raccontato al padre, ma non era stata creduta. Qualcun’altra si era sentita rispondere da una madre, una nonna, una zia, una sorella: è successo anche a me, capita a tutte prima o poi. Di certo a tutte, nessuna esclusa, è capitato di pensare che fosse colpa nostra. È colpa mia che non ho gridato, che non ho reagito, che non sono corsa via. È colpa del modo in cui ero vestita. È successo perché avevo bevuto troppo, perché a tredici anni ero andata da sola a una festa, perché ho preso un autobus di notte per tornare a casa, perché ho dato confidenza al tassista, , al vicino di ombrellone, all’allenatore di nuoto, al professore di religione.
Mettete una decina di donne intorno a una tavola una sera a cena, per una riunione tra vecchie amiche, e vedrete che le storie cadranno loro dalle labbra, come se per anni fossero state lì ad aspettare che passasse il tempo della vergogna e arrivasse quello di raccontare. 
L’aspetto peggiore della vergogna, scrive Annie Ernaux, è che si crede sempre di essere le sole a provarla. La violenza te la porti dentro tutta la vita. Ti fa male più di un tradimento e di un divorzio, più di una malattia. La violenza non te la scordi più, ti condiziona il futuro. Ti fa sentire sporca e inutile, ti succhia via ogni giorno un po’ di autostima. 
Per anni, dice Rachele, ho cercato di dimenticare e convincermi che nulla fosse accaduto. Poi ho accettato che fosse successo ma mi sono detta che se solo avessi voluto, se mi fossi sforzata davvero, avrei potuto passarci sopra. È solo da poco tempo che, quando ci penso, mi dico che furono fatti sconvolgenti e che l’unico modo per impedire che mi uccidano ogni giorno è parlarne e continuare a ricordarli. 
Questo ci siamo dette tra amiche, da adulte, in quelle chiacchiere tra donne che molti reputano pettegole e inutili e che invece sono spesso portatrici di cambiamento e progresso.
Qualche giorno fa, in seguito ad un editoriale pubblicato da questo giornale sulla necessità di educare i maschi per prevenire la violenza contro le donne, ho ricevuto qualche centinaio di insulti e anche minacce che ho denunciato immediatamente alla Polizia Postale: “Arianna, sei una misera zitellona. Attenta a quello che dici. Il vento è cambiato, comincia a portare rispetto o arriva la merda”. Ho capito allora che c’è un assoluto bisogno di parlarne ancora e di condividere storie di violenza, perché è anche il silenzio e la vergogna nella quale si sono chiuse per molti anni le donne della mia generazione che ha consentito alla mentalità sessista e alla mascolinità tossica di continuare a prosperare.
Ora basta. Le donne sono la metà della popolazione mondiale e il gruppo più numeroso di persone alle quali sistematicamente vengono disconosciuti diritti. Secondo Un Women, una donna su tre nel mondo ha subito violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita. A quanto pare, in Italia, queste cose non si possono neppure scrivere senza essere insultate e minacciate. Ma io non desisto, non fatelo neanche voi.