giovedì 24 agosto 2023

LIBIA ANCORA SENZA PACE

Une d’appoggio delle Nazioni unite in Libia (Manul), che durante i

combattimenti esortava a una de-escalation anche per svolgere le tanto agognate
elezioni generali che dovrebbero ricomporre la Libia spaccata in due: l’ovest del Gnu
riconosciuto dall’Onu e l’est in mano al colonnello Khalifa Haftar.
Sullo sfondo, una miriade di gruppi armati, bande criminali e fazioni che si contendono territori e risorse, come effetto della guerra del 2011 che ha portato alla fine del regime
di Gheddafi. Dal cessate il fuoco raggiunto nel 2020 tra il Gnu e Haftar, dal Palazzo di vetro si sono sforzati di riportare i libici alle urne, appuntamento atteso dal 2014 e che
suggellerebbe la legittimità del processo politico.
Tuttavia, la lenta ripresa dell’economia – e la galassia di mutevoli alleanze che comporta –sarebbe il principale ostacolo al progetto. L’intesa dell’ottobre 2020 ha favorito il rilancio
della produzione e delle esportazioni di petrolio, i cui proventi vengono spartiti tra Tripoli eBengazi e i loro affiliati armati.
Ciò ha dato così tanto ossigeno all’economia che il Fondo monetario internazionale ha calcolato al 17,3% la crescita del Pil per l’anno in corso. Un’effervescenza che pochi giorni
fa ha portato a una decisione storica: per la prima volta, l’imprenditoria libica potrà investire nella National Oil Corporation (Noc) anche per quanto riguarda la produzione.
Finora, ai privati la partecipazione era limitata a trivellazioni, trasporto e logistica.
È presto per capire quali interessi muovano le fazioni di Tripoli, ma come osservano vari analisti, la Libia continua a essere in mano a chi può difendere i propri interessi con le armi.
E questo lascia poco spazio alla volontà degli elettori.